(AGENPARL) - Roma, 14 Maggio 2026 - Il PD scopre oggi il fallimento della riforma forestale: interrogazioni tardive su un disastro annunciato.
A quasi dieci anni dalla soppressione del Corpo Forestale dello Stato, il Partito Democratico sembra improvvisamente accorgersi di ciò che migliaia di operatori del settore, associazioni, sindacati e osservatori indipendenti denunciano dal 2016: l’assorbimento del CFS nell’Arma dei Carabinieri non ha prodotto quella razionalizzazione promessa dalla Riforma Madia, né tantomeno un miglioramento dell’efficienza nella tutela ambientale.
Nel giro di appena due settimane, diversi esponenti dem hanno infatti presentato due interrogazioni parlamentari rivolte al Governo per chiedere una verifica sugli effetti concreti della riforma forestale. Una iniziativa che, letta oggi, appare quasi surreale. Perché proprio il PD fu il principale artefice politico della cancellazione del Corpo Forestale dello Stato, una scelta allora presentata come modernizzatrice ma che nel tempo si è rivelata uno dei più controversi e fallimentari interventi di riorganizzazione della pubblica amministrazione italiana.
Se non ci fossero in gioco la tutela del territorio, la prevenzione dei reati ambientali e il destino professionale di migliaia di Carabinieri Forestali, ci sarebbe quasi da sorridere di fronte a questo improvviso risveglio politico. Invece la situazione è seria. E le conseguenze delle decisioni assunte in questi anni ricadono interamente sugli uomini e sulle donne della specialità Forestale.
Un fallimento annunciato sin dal 2016
La soppressione del Corpo Forestale dello Stato, inserita nella più ampia cornice della cosiddetta Riforma Madia, venne giustificata con obiettivi ambiziosi: riduzione dei costi, eliminazione delle duplicazioni, maggiore coordinamento operativo e rafforzamento delle attività di controllo ambientale.
La realtà, però, ha raccontato altro.
L’assorbimento nell’Arma dei Carabinieri ha prodotto una progressiva perdita di autonomia della componente forestale, una militarizzazione forzata di personale civile altamente specializzato e una lenta ma costante marginalizzazione delle competenze ambientali all’interno della struttura gerarchica dell’Arma.
Le criticità erano evidenti già nei primi anni successivi alla riforma. Eppure il mondo politico — soprattutto chi quella riforma l’aveva voluta — ha preferito ignorarle.
Nel frattempo, il Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFA) ha subito un progressivo processo di ridimensionamento che ha inciso profondamente sulla capacità operativa della specialità.
La riduzione dell’organico e il depotenziamento territoriale
Dal 2017 ad oggi, tutti i Comandanti Generali succedutisi al vertice dell’Arma hanno proseguito lungo una linea di continuità che molti definiscono “chirurgica”: riduzione dell’organico forestale, chiusura di presidi territoriali, accorpamenti, impoverimento delle strutture operative e progressiva centralizzazione delle funzioni.
Il risultato è stato un drastico ridimensionamento della presenza forestale sul territorio nazionale.
Stazioni forestali storiche sono state chiuse o accorpate. Reparti specializzati hanno perso personale. Interi uffici sono stati svuotati di competenze e risorse. E adesso, come annunciato dallo stesso Comandante Generale dell’Arma, il Generale Salvatore Luongo durante un’audizione al Senato, si prospetta anche una nuova riorganizzazione degli Uffici, destinata ad aggravare ulteriormente la situazione.
Una prospettiva che preoccupa profondamente chi opera quotidianamente nella tutela ambientale, perché il rischio concreto è quello di smantellare definitivamente il modello di presidio territoriale che aveva reso il Corpo Forestale dello Stato un’eccellenza riconosciuta anche a livello internazionale.
Le responsabilità del vertice dell’Arma
Attribuire tutte le colpe esclusivamente alla politica sarebbe però riduttivo.
Anche i vertici dell’Arma hanno precise responsabilità nella gestione della specialità Forestale.
L’attuale Comandante Generale, Salvatore Luongo, è finito nel mirino delle critiche non soltanto per alcune dichiarazioni ritenute sintomatiche di una scarsa conoscenza della specificità forestale, ma anche per aver consentito — secondo numerose accuse interne — una gestione del CUFA percepita da molti come autoreferenziale e fortemente sbilanciata.
Le contestazioni riguardano sia la gestione del personale sia quella delle risorse economiche.
Mentre i reparti territoriali soffrono carenze di organico, mezzi insufficienti e strutture sempre più ridotte, emergono polemiche relative a spese considerate discutibili, come il rifacimento di uffici e arredi, inclusi investimenti simbolicamente contestati come quelli per nuovi mobili e persino tappeti verdi destinati agli ambienti dirigenziali.
Elementi che alimentano un crescente malcontento interno tra i Carabinieri Forestali, molti dei quali denunciano da anni una sensazione di abbandono e di perdita progressiva della propria identità professionale.
Perché il PD si muove soltanto ora?
È questa la domanda centrale.
Se il processo di depotenziamento della specialità Forestale è iniziato immediatamente dopo l’assorbimento del CFS ed è proseguito sistematicamente per quasi un decennio, perché il Partito Democratico decide di intervenire soltanto adesso?
Perché le interrogazioni parlamentari arrivano solo oggi, quando gli effetti della riforma sono ormai evidenti e consolidati?
E soprattutto: perché gli interroganti sembrano basarsi principalmente su recenti comunicazioni sindacali relative alle prospettate chiusure di uffici diretti da Generali e Colonnelli?
Il sospetto che si fa strada in molti ambienti è che la questione non riguardi realmente la tutela della specialità Forestale nel suo complesso, ma piuttosto gli equilibri interni ai vertici del CUFA e dell’Arma.
Non sfugge infatti un elemento politico significativo: il Generale Luongo è il primo Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, dall’epoca dell’assorbimento del Corpo Forestale, a non essere considerato espressione dell’area politica vicina al PD.
Ed è proprio questo aspetto che alimenta interrogativi ulteriori.
Dietro l’improvvisa attenzione del Partito Democratico potrebbe esserci una più ampia partita di potere interna agli apparati? Esiste un “suggeritore” all’interno dello stesso CUFA interessato a colpire l’attuale vertice dell’Arma?
Domande che al momento non hanno risposta ufficiale, ma che inevitabilmente emergono osservando la tempistica e il contenuto delle iniziative parlamentari.
I Carabinieri Forestali lasciati soli
Nel frattempo, a pagare il prezzo più alto restano i Carabinieri Forestali.
Sono loro ad affrontare quotidianamente incendi boschivi, traffici illeciti di rifiuti, reati ambientali, abusivismo, dissesto idrogeologico, bracconaggio e aggressioni al patrimonio naturale.
Sono loro a operare in territori sempre più vasti con organici ridotti, strutture impoverite e crescente incertezza organizzativa.
Ed è proprio questo il paradosso più evidente della vicenda: mentre la politica discute oggi di verificare gli effetti della riforma, chi vive sul campo la tutela ambientale conosce da anni la risposta.
La promessa di creare un sistema più efficiente non si è realizzata. Al contrario, il rischio denunciato da tempo da molti operatori è quello di aver progressivamente indebolito una delle poche strutture realmente specializzate nella protezione del patrimonio ambientale italiano.
Una riflessione che arriva troppo tardi
Le interrogazioni parlamentari del PD arrivano dunque con enorme ritardo.
Se davvero esiste la volontà politica di affrontare il problema, servirebbe finalmente una riflessione seria e non strumentale sul futuro della specialità Forestale, sulla sua autonomia operativa, sulla valorizzazione delle competenze tecniche e sul modello organizzativo costruito dopo la soppressione del Corpo Forestale dello Stato.
Continuare a ignorare le criticità significherebbe perseverare in un errore che negli anni ha già prodotto effetti pesantissimi.
Perché la tutela dell’ambiente non può essere subordinata agli equilibri politici o alle dinamiche interne di potere.
E perché, dopo quasi dieci anni, il problema non è più capire se la riforma abbia funzionato.
Il problema è avere il coraggio di ammettere che, molto probabilmente, non ha funzionato affatto.
