(AGENPARL) - Roma, 13 Aprile 2026 - L’allocuzione del Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, Fabio Venzi, si offre al lettore non come una semplice ricostruzione erudita di vicende rituali, né come una disamina storica confinata all’ambito specialistico, ma come una meditazione alta, rigorosa e necessaria sul destino spirituale della Libera Muratoria. In essa, la cronaca delle controversie, dei tentativi di unificazione, delle resistenze e dei fallimenti che hanno segnato l’evoluzione della ritualità inglese diviene il teatro di una questione ben più profonda e decisiva: che cosa sia realmente il Rituale, quale sia la sua natura autentica, e quale perdita irreparabile si consumi quando esso venga ridotto a forma, a prassi, a convenzione, a disciplina esteriore priva del suo centro interiore.
Con finezza storica e fermezza dottrinale, il Gran Maestro Venzi ripercorre il lungo itinerario che conduce dalla frattura tra Ancients e Moderns ai lavori della Loggia di Promulgazione, dagli Articoli dell’Unione del 1813 alla Loggia di Riconciliazione, fino ai successivi e non meno problematici tentativi di riforma del rituale dell’Arco Reale. Ma il pregio più alto di questa ricostruzione consiste nel fatto che essa non si arresta al dato storico. La storia, qui, non è mai antiquaria; è diagnosi. Il fallimento dell’uniformità rituale, così accuratamente documentato, non appare soltanto come l’insuccesso di un progetto organizzativo o disciplinare, bensì come il sintomo di una frattura interpretativa e spirituale che attraversa da lungo tempo la Libera Muratoria: la frattura tra chi considera il Rituale una forma viva del Sacro e chi, al contrario, lo riduce a meccanismo pedagogico, a impianto morale, a esercizio mnemonico, a elegante convenzione di appartenenza.
È precisamente su questo crinale che l’allocuzione di Fabio Venzi acquista il suo valore più alto. Egli non si limita a contestare una certa storiografia o a dissentire da alcune letture moderne della ritualità inglese; egli riafferma, con forza rara e con lucidità non comune, una verità essenziale: un rituale liberomuratorio, se veramente compreso nella sua natura, non può essere assimilato a un formulario disponibile agli adattamenti del gusto, del tempo o delle mode spirituali del momento. Il Rituale, nella sua essenza, non è un copione. Non è una sceneggiatura. Non è una formula convenzionale da correggere, semplificare o aggiornare secondo le esigenze della modernità. Esso è, piuttosto, una soglia, una disciplina del passaggio, una struttura simbolica ordinata alla trasformazione interiore, una manifestazione del Sacro.
Ed è in questo senso che il richiamo, sviluppato nelle conclusioni del Gran Maestro, alla nozione di ierofania si rivela centrale e decisivo. Il Rituale non è, per Venzi, il luogo di una rappresentazione del Sacro: è il luogo della sua manifestazione. Non allude soltanto a una verità superiore; la rende operante nel tempo, nello spazio, nei gesti, nelle parole, nei simboli. Con la consacrazione, con l’orientamento, con la delimitazione del recinto, con le circumambulazioni, con il linguaggio sacro e con la scansione iniziatica dei gradi, il Rituale separa, distingue, trasfigura. Crea uno spazio altro, un tempo altro, una disposizione altra dell’essere. Sottrae il soggetto all’orizzonte del profano per introdurlo in una grammatica del trascendimento. In tal modo, la Loggia cessa di essere un semplice luogo di riunione, e diviene Centro; il Tempio cessa di essere un ambiente, e diviene imago mundi; il Fratello cessa di essere soltanto un associato, e diviene un viandante della conoscenza interiore.
Qui si comprende fino in fondo perché Venzi abbia ragione. Egli ha ragione non per semplice preferenza di scuola, né per una opzione culturale tra altre possibili, ma perché individua con precisione il punto in cui la Libera Muratoria resta se stessa oppure si smarrisce. Là dove il rito è degradato a forma esterna, l’iniziazione decade a formalità. Là dove il simbolo viene appiattito sull’allegoria morale, la via iniziatica si riduce a didattica etica. Là dove la precisione mnemonica sostituisce l’intelligenza spirituale del gesto rituale, non si custodisce più un mistero: se ne conserva soltanto l’involucro. E quando il centro si svuota, resta la periferia; quando il significato si spegne, restano le parole; quando il Sacro si ritrae, resta il simulacro.
In questo senso, l’analisi dedicata da Venzi alla figura di Walter Leslie Wilmshurst assume una funzione esemplare. Laddove larga parte della tradizione inglese moderna tende a confinare la Massoneria entro i limiti di un codice morale, di una rispettabile pedagogia delle virtù o di una filantropia disciplinata, Wilmshurst levava già, all’interno della stessa Inghilterra, una voce diversa: una voce che ricordava come l’iniziazione non possa risolversi nell’adesione a un club sociale, né il cammino massonico esaurirsi nelle sue dimensioni esteriori. Riprendendo questa linea, Venzi mostra come il vero scandalo, oggi, non sia l’esoterismo, ma la sua rimozione; non sia il simbolo, ma la sua banalizzazione; non sia il mistero, ma la sua sostituzione con il moralismo.
Anche per questo la sua critica all’eccessiva moralizzazione della Libera Muratoria coglie un punto nevralgico. Nessuno nega il valore della rettitudine, della fraternità, della carità, del perfezionamento etico; ma quando questi elementi, pur legittimi e necessari, vengono assunti come il fine ultimo dell’Ordine, essi finiscono paradossalmente per oscurarne il nucleo più alto. La Massoneria, nella visione che Venzi giustamente difende, non è stata istituita per produrre soltanto uomini civili, ordinati, filantropi o moralmente rispettabili. Essa è, più profondamente, una via di reintegrazione, una pedagogia del simbolo, una ascesi dell’essere, un itinerario di risveglio che conduce dal visibile all’invisibile, dalla forma all’essenza, dalla superficie al centro. In termini autenticamente iniziatici, i gradi non designano semplici stadi di educazione morale, ma stati di coscienza; e i simboli non servono a illustrare una morale, ma a custodire e trasmettere un contenuto sovraordinato, che non può essere comunicato se non per via simbolica.
Per questa ragione è tanto importante la distinzione, che l’allocuzione sottolinea con chiarezza, tra l’interpretazione allegorico-morale e l’interpretazione anagogico-esoterica del Rituale. La prima si arresta al piano della edificazione, del precetto, del significato etico immediato. La seconda, invece, risale dal segno alla sorgente, dalla figura al principio, dal gesto al mistero che esso racchiude. È la seconda che permette al Rito di restare ciò che deve essere: non spiegazione, ma iniziazione; non semplificazione, ma elevazione; non decorazione del pensiero, ma suo superamento in una forma più alta di intelligenza spirituale.
Le conclusioni del Gran Maestro Venzi, sotto questo profilo, non soltanto persuadono: ammoniscono. Viviamo in una civiltà che ha fatto della desacralizzazione la propria cifra dominante. Il linguaggio del simbolo appare oscuro a chi non ha più familiarità con l’interiorità; il linguaggio del Sacro appare sospetto a chi riconosce come reale soltanto ciò che è misurabile; il linguaggio dell’iniziazione appare superfluo a chi riduce l’uomo alla sola sfera psicologica, sociale o utilitaria. E tuttavia, proprio qui, l’allocuzione afferma una verità che va oltre la contingenza massonica: l’uomo non può vivere senza orientamento verticale, senza una relazione con ciò che lo supera, senza una esperienza del reale che ecceda la dispersione del contingente. Quando tale tensione viene rimossa, non si produce maturità, ma impoverimento; non si conquista libertà, ma si consuma un esilio.
Perciò il richiamo finale di Venzi va accolto nella sua piena serietà. Se la Libera Muratoria dimenticasse la propria natura iniziatica; se cessasse di riconoscere nel Rituale il centro operativo del proprio lavoro interiore; se accettasse definitivamente di tradurre il simbolo in morale e il mistero in sociabilità; se rinunciasse a custodire quel recinto sacro nel quale soltanto può avvenire la trasformazione dell’uomo, allora non si limiterebbe a cambiare volto: cesserebbe di essere ciò che è. Resterebbe forse l’organizzazione, resterebbero i titoli, le forme, i lessici, le successioni, gli apparati; ma il principio vivificante si sarebbe ritirato. E ciò che rimarrebbe, come acutamente nota il Gran Maestro, sarebbe nient’altro che una sopravvivenza esteriore, una imitazione impoverita, un rivestimento vuoto: in una parola, kitsch.
Questa allocuzione, dunque, non è soltanto un contributo di studio; è una presa di posizione. Non è soltanto una ricostruzione; è una difesa. Non è soltanto un esercizio interpretativo; è un atto di fedeltà alla dignità originaria del Rituale e, con esso, alla natura autentica della Libera Muratoria. Per questo merita di essere letta con attenzione, meditata con serietà e accolta per ciò che realmente è: un richiamo forte, colto e necessario a ritrovare il centro perduto, prima che l’abitudine alle forme senza spirito renda irriconoscibile anche la memoria del Sacro.
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IL TENTATIVO DI UNA RITUALITÀ CONDIVISA: STORIA DI UN FALLIMENTO IL RITUALE LIBEROMURATORIO TRA ESOTERISMO ED ESSOTERISMO
L’aspirazione, e la necessità, di una ritualità univoca e condivisa è un problema presente nella Libera Muratoria dalle sue origini ai nostri giorni. Tale problema non è mai stato risolto. Cerchiamo di comprenderne i motivi ripercorrendo la storia e l’evoluzione della ritualità inglese.
A metà del Settecento, la Libera Muratoria inglese subì una famosa scissione: nel 1751 avvenne, infatti, la nascita della Gran Loggia degli Ancients, che si contrappose alla già esistente Gran Loggia (definita da quel momento, in senso spregiativo, dei Moderns), accusata di aver modificato alcune parti del rituale e di essersi allontanata progressivamente dalla ‘tradizione’ liberomuratoria. Molti anni dopo la scissione, nel 1809, la Gran Loggia di Londra e Westminster, o Premier Grand Lodge (Moderns) in un primo progetto di riavvicinamento con la Gran Loggia concorrente (Ancients), concepì una Loggia di Promulgazione (1809-11).
Il proposito della Loggia di Promulgazione era l’‘omogeneizzazione’ dei loro ‘Landmark’ e delle ‘esoteric practices’ con quelli della Gran Loggia rivale, inclusa l’installazione del ‘Master’, cerimonia non praticata sino ad allora nella Gran Loggia dei ‘Moderns’. La Loggia di Promulgazione era composta da sette Senior Grand Officers in carica e un numero di Fratelli esperti in fatto di rituali. Lo scopo, come detto, era quello di arrivare a una proposta riguardo una ritualità che potesse essere accettata e condivisa da ambedue le parti, atto prodromico per procedere successivamente a una possibile unificazione delle due Gran Logge. Lo storico inglese John Hamill così sinteticamente riassume:
Il passo successivo verso l’Unione avvenne nel 1809, quando la Premier Grand Lodge ordinò alle proprie logge di annullare le modifiche rituali introdotte alla fine degli anni 1730 e istituì una speciale Loggia di Promulgazione, per esaminare le differenze tra i propri rituali e quelli dell’altra Gran Loggia. Il lavoro della Loggia di Promulgazione portò a vari cambiamenti, che prepararono, dal punto di vista rituale, il terreno per un’unione. Di conseguenza, nel 1810 furono nominati comitati di entrambe le Gran Logge, per negoziare un’unione equa. I negoziatori della Premier Grand Lodge, guidati dal conte di Moira, non avevano alcuna autorità e dovevano riferire ogni decisione, importante o meno, alla propria Gran Loggia per l’approvazione… Fu solo nel 1813, con l’elezione di Sua Altezza Reale il Duca di Sussex a Gran Maestro della Premier e di Sua Altezza Reale il Duca di Kent a Gran Maestro della Gran Loggia degli Antients, che la situazione accelerò. Nel giro di sei settimane, conclusero i negoziati, redassero gli Articoli di Unione, approvati dalle rispettive Gran Logge, e organizzarono la riunione dell’Unione il 27 dicembre 1813, durante la quale nacque la Gran Loggia Unita come unica autorità massonica per l’Inghilterra, il Galles e le logge inglesi all’estero[1].
Il progetto ebbe buon fine e le due Gran Logge ‘nemiche’ decisero, dopo più di mezzo secolo di ostilità, di convergere in un’unica Gran Loggia. Dopo anni di preparativi, il Duca di Kent si dimise dall’incarico di Gran Maestro degli ‘Ancients’ nel giorno della festa dei Santi ‘Quattro Coronati’, l’8 novembre 1813, in favore del fratello, il Duca di Sussex, che venne installato Gran Maestro il 1° dicembre, lo stesso giorno nel quale vennero ratificati gli Articoli dell’Unione. Il 27 dicembre 1813, nacque la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, con il Duca di Sussex come primo Gran Maestro. Svolgerà l’incarico ininterrottamente (in maniera ‘operativa’ e non meramente rappresentativa come avviene oggi per un membro della Casa Reale) sino al 1843, anno della sua morte.
Dagli Articles of Union delle due Gran Logge degli Ancients e dei Moderns (1813) leggiamo riguardo la necessità di creare un’uniformità rituale:
III. Vi sarà la più perfetta unità di obblighi, di disciplina, di lavoro delle logge, di iniziazione, di passaggio e di elevazione, di istruzione e di abbigliamento dei Fratelli; affinché un solo sistema puro e incontaminato, secondo i genuini landmarks, le leggi e le tradizioni dell’Arte, sia mantenuto, sostenuto e praticato in tutto il Mondo Massonico, dal giorno e dalla data della suddetta unione fino alla fine dei tempi.
Purtroppo, l’auspicato progetto di unificazione rituale non venne mai realizzato e nei decenni successivi, sino ai giorni nostri, una sorta di ‘rigetto’ verso una omogeneizzazione rituale ha caratterizzato la Libera Muratoria inglese. Nella Lettura Prestoniana del 1973, Colin F.W. Dyer dichiara che oggi nella UGLE (United Grand Lodge of England), tra diverse Logge e diverse aree, si riscontra una notevole varietà nell’esecuzione delle Cerimonie dei Gradi, e tutte queste varianti continuano senza lamentela o censura da parte di alcuna autorità:
Siamo arrivati a una fase della Massoneria inglese in cui le logge, a seconda delle aree, eseguono le cerimonie dei gradi in modi anche molto diversi tra loro. Poiché tutte queste varianti sono accettate senza critiche o interventi da parte di un’autorità, non si può dire che alcune siano corrette e altre sbagliate[2].
Dyer aggiunge, inoltre, in tono critico, che l’‘ortodossia’ rituale sembra essere detenuta dalle Logge di Istruzione, che la rappresentano secondo la loro interpretazione, costituendo così una sorta di organismo ‘autonomo’: “tali logge possono diventare così generiche nella loro natura da trasformarsi in un organismo separato, controllato unicamente dai propri membri”; ciò, a parere di Dyer, creerebbe un evidente contrasto con gli Articoli 132-135 delle Costituzioni della UGLE. Dopo molti studi specifici sull’argomento e dopo l’esame di articoli, procedure e altro, Dyer è arrivato alla conclusione che il Board of General Purpose della United Grand Lodge of England ha deliberatamente (e giustamente a suo parere) scelto di non entrare nell’ambito delle questioni che riguardano i rituali in uso: “Il Board considerava il Rituale al di fuori della propria giurisdizione e, di conseguenza, aveva per alcuni anni cercato di evitare qualsiasi questione che comportasse decisioni in materia rituale”.
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LA LOGGIA DI PROMULGAZIONE (1810)
Come già accennato, nel 1810, la Gran Loggia dei ‘Moderns’, tramite la Loggia di Promulgazione appositamente istituita, introdusse alcune modifiche con l’intento di ripristinare pratiche che erano state alterate circa settant’anni prima. Questo ritorno alla forma originaria mirava a rendere più agevole l’unificazione con la Gran Loggia rivale (Ancients) e, al contempo, comportò una revisione complessiva del lavoro rituale nella medesima prospettiva.
La Loggia di Promulgazione risentì in modo significativo dell’influenza del sistema adottato dalla Loggia of Antiquity, una delle quattro Logge fondatrici della Gran Loggia di Londra e Westminster nel 1717. Diversi Fratelli appartenenti ad Antiquity furono infatti nominati membri della Loggia di Promulgazione, tra cui il Duca di Sussex, che partecipò attivamente ai lavori. La Lodge of Antiquity non aveva recepito le precedenti innovazioni introdotte dalla Gran Loggia ‘Premier’ e il suo ordinamento rituale coincideva in vari aspetti con quello praticato dalla Gran Loggia degli Ancients – nella quale il noto editore e ritualista scozzese William Preston era stato iniziato – e disponeva, inoltre, grazie alle Lectures di Preston, di un sistema di istruzione già strutturato. Tutti questi elementi contribuirono a semplificare notevolmente il lavoro della Loggia di Promulgazione, che riuscì così a giungere a un’intesa in tempi sorprendentemente brevi.
Le Lezioni Prestoniane, all’inizio dell’Ottocento, si svolgevano tramite una Loggia d’Istruzione associata alla Lodge of Antiquity; si articolavano in forma di catechismo, con domande e risposte e una parte di ciascuna Lecture descriveva in dettaglio il Rituale della Cerimonia del Grado. Ci furono altri sistemi di Lecture (Dunckerley, Browne e Finch) ma quello di William Preston rimase il più elaborato e il punto di riferimento. Per dimostrare e, quindi, applicare una certa misura di controllo sul lavoro autorizzato della Gran Loggia Premier (Moderns) venne istituita anche la Loggia degli Stewards (poi Loggia dei Gran Stewards). Le vedremo brevemente più avanti.
Nel 1810 e negli anni successivi, le Lectures di Preston entrarono in uso più generale nelle Logge di Istruzione[3]. Esse rappresentavano uno standard del lavoro della Gran Loggia Premier (Moderns), così come stabilito dalla Loggia di Promulgazione. Nel breve arco di tempo compreso tra l’introduzione delle revisioni operate dalla Loggia di Promulgazione nel 1810 e l’Unione del dicembre 1813, il sistema elaborato da Preston svolse una funzione di supervisione, assicurando una sostanziale uniformità nelle pratiche rituali delle logge dipendenti dalla Gran Loggia Premier.
2
IL DUCA DI SUSSEX
Uno dei personaggi chiave nello sviluppo della Libera Muratoria inglese è stato senza dubbio il Duca di Sussex. Spesso dagli storici il suo ruolo è stato purtroppo sottostimato, in realtà egli occupa un posto fondamentale nello sviluppo dell’organizzazione della neonata UGLE, ma soprattutto nelle modifiche all’interno della ritualità inglese, tema che affronteremo più dettagliatamente in una prossima Allocuzione.
Il Duca di Sussex (1773-1843), era il sesto figlio di re Giorgio III. Intellettuale e grande viaggiatore (soprattutto in Europa), si era incontrato con Sir William Hamilton a Napoli e aveva studiato all’Università di Göttingen, dove nacque l’interesse per la lingua ebraica e per gli studi biblici. Fu presidente della Society of Arts e della Royal Society.
Come detto, in questo scritto ci limiteremo al suo strenuo tentativo di dare una uniformità alla variegata ritualità in uso nelle Logge inglesi dell’epoca (senza entrare nell’ambito delle fondamentali modifiche rituali); come sottolinea Dyer, questo divenne il suo scopo primario:
Il suo conseguimento, compreso il principio di completa uniformità così fortemente enunciato negli Articoli, era diventato una sfida personale per il Duca[4].
Il suo coinvolgimento nelle questioni rituali emerse già con la partecipazione ai lavori della Loggia di Promulgazione; da allora, tale interesse non venne meno, ma si protrasse sia nei primi anni della United Grand Lodge of England sia per l’intero corso della sua vita. Numerosi sviluppi relativi alla regolamentazione della pratica rituale e ai metodi di istruzione possono essere ricondotti alla sua influenza. Arrivò persino a proporre alle Gran Logge d’Irlanda e di Scozia di valutare l’adozione delle forme inglesi successive all’Unione, in una prospettiva di omogeneizzazione rituale che si estendeva, quindi, a tutta la Libera Muratoria anglosassone.
Il Gran Maestro partecipò personalmente a molte riunioni della Loggia di Riconciliazione, organismo a cui delegò, dal 1813 al 1816, la nascita del nuovo rituale condiviso. Abitualmente, si ritiene che le più importanti modifiche del Rituale della Loggia di Riconciliazione (del quale il rituale ‘Emulation’ è una versione), si riducano sostanzialmente alle sostituzioni di Mosé e Salomone ai due San Giovanni come “the Two Great Parallels of Masonry”[5]. In realtà, la questione è molto più complessa e le aggiunte simboliche e lessicali vòlte a dare una rappresentazione inequivocabilmente ‘teista’ e, soprattutto, spirituale del rituale lo caratterizzano in maniera evidente rispetto alla ritualità che lo ha preceduto. Inoltre, vi sono le connotazioni ‘mistiche’ e i richiami all’ebraismo (ricordiamo che uno degli scopi del Duca di Sussex era la de-cristianizzazione della ritualità in uso all’epoca) che affronteremo, come detto, in altra allocuzione. Sul tema, P.R. James:
Il processo di decristianizzazione del rituale e delle cerimonie del Craft, graduale dal 1717, era ormai completato… La struttura rimase cristiana, ma quasi ogni riferimento cristiano fu eliminato a favore dell’universalità[6].
Il Duca di Sussex, dopo il fallimento del tentativo unificare la ritualità del Craft, tentò lo stesso progetto nella ritualità dell’Arco Reale, anche qui, purtroppo, fallendo il suo scopo. Nel 1834, come Primo Gran Principale del Supreme Grand Chapter, organizzò un comitato per la revisione del rituale e per raggiungere il suo intento affidò il lavoro principalmente al suo amico ed ex cappellano, il Rev. G.A. Brown, P.G. Sovrintendente per il Cambridgeshire; il risultato fu approvato dal M.E.Z. (Primo Gran Principale) e dal Supreme Grand Chapter nel novembre dello stesso anno. Furono apportate numerose modifiche, furono introdotte nuove cerimonie per l’insediamento dei Principali e, anche in questo caso, si tentò di rimuovere ogni allusione cristiana dal rituale. Il Supreme Grand Chapter stabilì che “ogni Capitolo dovesse adottare e obbedire” al nuovo metodo e i Gran Principali suggerirono che qualsiasi Capitolo che non avesse insegnato ai propri membri il “Rituale di Sussex” dovesse essere sospeso. Ciò non avvenne.
Infatti, come già in precedenza con la Loggia di Riconciliazione, il rituale concepito non ebbe vita facile. Benché un Capitolo di Promulgazione fu autorizzato il 4 febbraio 1835 e lavorò per sei mesi sulla nuova ritualità, il nuovo rituale non riuscì a essere diffuso capillarmente tra i Capitoli fuori Londra. I Compagni appartenenti a Capitoli delle Province avevano enormi difficoltà a intraprendere il viaggio per ricevere le nuove istruzioni e faticarono ad apprendere e praticare il nuovo rituale, in particolare le cerimonie di insediamento dei Principali. Ma, soprattutto, anche quando riuscivano a ricevere le informazioni, non sempre si conformavano a esse. Conseguentemente:
Sebbene esistano oggi diverse versioni che affermano di essere copie del “Rituale Sussex” dell’Arco Reale, non sono più corrette di quelle del rituale del Craft che pretendono di derivare da quanto stabilito dalla Loggia di Riconciliazione[7].
In ogni caso, i tentativi del Duca di Sussex di uniformare la composita e confusa ritualità inglese rimangono encomiabili e lo collocano tra le più eminenti personalità della Libera Muratoria universale. È interessante, e significativo, notare come le importanti modifiche alle due ritualità del Craft e dell’Arco Reale vennero affidate da Duca di Sussex a due ministri di culto, il Rev. Hemming e il Rev. Brown.
3
GLI ARTICOLI DELL’UNIONE
L’Unione delle Gran Logge fu realizzata nel 1813 mediante la firma e la ratifica degli Articoli di Unione. L’Articolo III, riportato all’inizio di questo scritto, fa riferimento alla “più perfetta unità nella maggior parte degli aspetti della procedura rituale”. L’auspicio di una ritualità totalmente condivisa non si estendeva soltanto ai Tre Gradi, ma anche al sistema delle Lectures, il metodo standard dell’epoca.
Gli Articoli IV e V prevedevano che le obbligazioni, le forme, le regole e le antiche tradizioni fossero concordate con delegazioni delle Gran Logge d’Irlanda e di Scozia prima di essere promulgate; questa uniformità desiderata doveva essere garantita tramite una Loggia di Riconciliazione, composta da “nove degni ed esperti Master Mason o ex Master Mason”, insieme ad alcuni Grandi Ufficiali, provenienti da ciascuna delle precedenti Gran Logge. Così, cita l’Art. 15:
XV. Dopo il giorno della Riunione, come già indicato, e quando sarà accertato quali siano gli obblighi, le forme, i regolamenti, il lavoro e l’istruzione da stabilire universalmente, saranno adottate misure rapide ed efficaci per vincolare tutti i membri di ciascuna Loggia in tutti i gradi, secondo la forma adottata e riconosciuta dal Gran Maestro, dai Past Gran Maestri, dai Grandi Ufficiali e dai Rappresentanti delle Logge, nel giorno della suddetta Riunione; e, a tal fine, i degni ed esperti Maestri Massoni investiti, come sopra indicato, visiteranno e frequenteranno le diverse Logge entro i Bills of Mortality, a rotazione, suddividendosi in quorum di non meno di tre ciascuno, per maggiore speditezza, e assisteranno il Maestro Venerabile e i Sorveglianti nel promulgare e imporre il sistema puro e incontaminato, affinché la perfetta riconciliazione, l’unità degli obblighi, della legge, del lavoro, del linguaggio e dell’abbigliamento possano essere ben ristabilite nella Massoneria inglese.
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LA LOGGIA DI RICONCILIAZIONE (1813-1816)
I ventuno articoli dell’Unione furono redatti da alti dignitari delle due Gran Logge, per essere successivamente ratificati. Alcuni articoli riguardavano la costituzione di una speciale Loggia, definita di ‘Riconciliazione’, composta da Venerabili ed ex-Venerabili di entrambe le Obbedienze, che si sarebbe dovuta occupare della nascita di un nuovo rituale comune. Il 7 dicembre 1813, venti giorni prima della riunificazione delle due Gran Logge, la Loggia di Riconciliazione fu autorizzata sia dai Moderns che dagli Antients; la Loggia si riunì più volte nel corso del mese ma decise di non iniziare formalmente i lavori sulla ritualità prima della cerimonia di Unione e la nomina del Gran Maestro. Il Rituale definitivo, che venne probabilmente completato entro la fine del 1814 e successivamente approvato dalla Gran Loggia Unita nel 1816, presentava notevoli differenze rispetto a quello elaborato dalla Loggia di Promulgazione.
L’Unione ebbe luogo, ma i rappresentanti d’Irlanda e di Scozia non riuscirono ad arrivare con sufficiente anticipo. Arrivarono a Londra solo verso la fine di giugno 1814 e approvarono le forme proposte, frutto del lavoro della Loggia di Riconciliazione. Avvenuta l’Installazione del Gran Maestro, la Loggia di Riconciliazione iniziò il suo lavoro. Commenta, in proposito, lo storico inglese Bernard Jones:
La Loggia di Riconciliazione istituita in base agli Articoli dell’Atto di Unione aveva come membri i due Gran Segretari e nove Fratelli di ciascun gruppo; l’anno successivo sei di costoro avevano cessato di appartenervi, ed in loro vece ne furono nominati altri dieci. La Loggia si occupò dei dettagli dell’Assemblea in cui l’Unione venne ratificata e ricevette l’incarico precipuo di “promulgare e far sì che l’istituzione restaurasse in Inghilterra il puro ed immacolato sistema, la perfetta riconciliazione, l’unità di obbedienza, legge, rituale, linguaggio ed abbigliamento”. Essa rimase in vita fino al 1816 e portò avanti l’opera iniziata dalla Loggia di Promulgazione; stavolta, però, si trattava di concordare un insieme di cerimonie che fossero accettate da tutto il gruppo riunito, mentre la Loggia di Promulgazione aveva lavorato esclusivamente per i “Moderni”. Furono rivisti, in uno spirito di riconciliazione, tutti i gradi e le cerimonie, e venne svolta una grande mole di lavoro informativo. Si decise, ad esempio, che le logge inviassero un Maestro e un Sorvegliante alle riunioni della Loggia di Riconciliazione, affinché potessero imparare il rituale concordato e darne in seguito necessaria istruzione alle logge. I membri della Loggia di Riconciliazione fecero inoltre visita a molte logge a scopo di istruzione[8].
Ciò è esplicitato nell’Art. 5, che stabilisce: “che, non appena il presente atto avrà ricevuto l’approvazione delle rispettive Gran Logge, i due Gran Maestri nomineranno ciascuno degni ed esperti Maestri Massoni, o Past Maestri, delle rispettive Fraternità”.
Come sottolinea Wonnacott nel suo The Lodge of Reconciliation, i Fratelli scelti erano stati altamente selezionati tra i migliori esperti nella ritualistica massonica:
Questo elenco dimostra che furono scelti massoni di rilievo da entrambe le parti per portare avanti il processo di riconciliazione. La maggior parte di loro aveva già esperienza, avendo fatto parte della Loggia di Promulgazione, dei Comitati per l’Unione, come Commissari per l’Unione o ricoprendo altri incarichi importanti. I due gruppi, composti ciascuno da nove esperti Maestri Massoni, ricevettero l’istruzione di riunirsi in un luogo centrale. Qui avrebbero dovuto aprire due Logge separate, in stanze diverse, seguendo le pratiche tradizionali delle rispettive Gran Logge e “scambiarsi reciprocamente gli obblighi delle due Fraternità”. Fu deciso tramite sorteggio quale gruppo dovesse iniziare. L’Articolo prosegue spiegando che, una volta che tutti erano stati “debitamente e ugualmente istruiti in entrambe le forme”, potevano dedicarsi al compito per cui erano stati convocati. Vennero quindi suggerite due possibili modalità operative: istituire una Loggia di Riconciliazione (ed è l’unica volta in cui questa espressione compare negli Articoli) oppure visitare le diverse Logge per istruire ufficiali e membri. In seguito, furono adottate entrambe le soluzioni[9].
La Loggia iniziò, quindi, nell’agosto 1814, a promulgare le nuove forme mediante dimostrazioni. Nel corso del 1814 e nella prima parte del 1815, mediante tali dimostrazioni e visite, essa cercò di adempiere al proprio compito di assicurare l’uniformità del lavoro rituale, il Gran Maestro aveva deciso di sottoporre l’intero complesso delle nuove ‘forme’ all’approvazione della Gran Loggia. Esse furono, quindi, presentate alla Gran Loggia in maggio e approvate nel giugno 1816. Ma, da subito, iniziarono problemi e contestazioni.
Se le Logge londinesi erano nella possibilità di vedere le cerimonie ufficiali, e così acquisire la nuova ritualità, ciò non avvenne per le ‘Country’ Lodges, che non ebbero le stesse informazioni. Le stesse Provincial Grand Lodge continuarono ad adottare gli ‘old systems’ in attesa che la Gran Loggia rendesse ufficiale il nuovo rituale. Inoltre, alcuni documenti post-unione dimostrano che il rituale prodotto dalla Loggia di Riconciliazione non avrebbe seguito pedissequamente le raccomandazioni della Loggia di Promulgazione, rispetto alle indicazioni di quest’ultima ci furono, infatti, alcune sostanziali modifiche di cui purtroppo non esistono copie ufficiali. In sostanza si contestavano i contenuti della nuova ritualità e, in particolare, i modi di dare ‘the obligations’ nei rispettivi Gradi. Le Logge che espressero dissenso si riunirono frequentemente in un ‘Committee’ alla ‘Crown Tavern’ in Clerkenwell Green, luogo di riunione abituale della Lodge of Fidelity. Il 30 settembre 1814 scrissero alcune proposte (resolutions) stampate e fatte circolare tra le Logge dei ‘Moderns’[10].
Molte delegazioni di Logge vennero inviate a Londra per imparare il nuovo rituale, come la Loggia dello Yorkshire ‘Probity’ di Halifax, che fece a sua volta da istruzione per le altre Logge dello Yorkshire. Nel Lancashire ci fu una rivolta contro il nuovo sistema imposto e per 90 anni ci fu una Gran Loggia Indipendente di Wigan che continuò a praticare il rituale degli ‘Antient’. Benché il nuovo rituale venisse praticato in molte Logge della Gran Loggia Unita d’Inghilterra la ribellione del Lancashire indusse la stessa UGLE ad una modifica dei ‘Costituzioni e Regolamenti’ (1841), modifica che permise a ciascuna Loggia di regolare le loro proprie procedure lasciando notevoli elementi di libertà “…that the members present at any lodge have an undoubted right to regulate their own proceedings, provided they are consistent with the general laws and regulations of the Craft”.
Il risultato fu che nel tempo molte Logge re-inserirono elementi antichi che nel nuovo rituale erano scomparsi creando molti nuovi modi di lavoro nelle singole Logge. Si modificarono ‘parole’ e ‘ruoli’, in alcune Logge della stessa città; a Liverpool per esempio le Logge lavoravano con rituali differenti, alcune con il Rituale Bottomley, altre con il Nigerian Ritual (un rituale introdotto dalla Nigeria usato nel periodo coloniale). Altri esempi di rituali con riferimenti pre-unione sono l’Humber, lo York e il Bristol.
Vi furono moltissime dimissioni ed espulsioni, molte Logge furono sospese e molte addirittura demolite. P.R. James conclude che, in definitiva “l’uniformità nelle cerimonie non era né praticabile né auspicabile”:
I Fratelli si dimisero o furono espulsi, le Logge furono sospese o cancellate a causa dell’opposizione al nuovo ordine… L’uniformità nelle cerimonie non è né praticabile né desiderabile[11].
Che la situazione fosse critica lo dimostra una lettera dello stesso Maestro Venerabile della Loggia di Riconciliazione, il Rev. Samuel Hemming, del 7 ottobre 1814: in essa, Hemming suggerisce al Gran Segretario, Edwards Harper, che le Logge “on the fringe of the London district” dovessero unirsi con i loro vicini per ottenere le giuste informazioni:
Caro Signore e Fratello,
molte grazie per la Sua cortese comunicazione. Sono perfettamente soddisfatto che le cose rimangano come sono e desideravo soltanto (nel proporre di incontrarci mercoledì prossimo) non apparire negligente nel mio dovere.
Per quanto riguarda le Logge fuori Londra, ritengo che il suggerimento di White sia il migliore, cioè che il [omissis] di Rec. si riunisca per sei sere consecutive, quattro volte l’anno, immediatamente prima delle quattro riunioni della Gran Loggia. Tuttavia, penso che non vi sia alcuna obiezione affinché quelle Logge situate ai margini della città si uniscano alle Logge londinesi più vicine, allo scopo di ricevere istruzione.
Ho intenzione di recarmi domani mattina da Sua Altezza Reale e, se riuscirò a incontrarlo, cercherò di persuaderlo a completare il nostro numero [omissis].
Probabilmente saprò a Kensington se la mia presenza, in qualità di S.G.W., sia necessaria alla consacrazione della nuova [omissis] a Hackney, che, come vedo dai giornali, è fissata per giovedì prossimo.
Mi creda.
Suo devotissimo,
Samuel Hemming.
La principale accusa di queste Logge alla Loggia di Riconciliazione era che la stessa avesse modificato (negativamente) le parti ‘esoteriche’ delle cerimonie a danno dell’Istituzione “non stavano svolgendo il loro dovere in modo adeguato e stavano influenzando le parti esoteriche delle cerimonie in maniera dannosa per la Massoneria”[12]; purtroppo, non siamo in possesso di documenti che specifichino quali fossero le ‘parti esoteriche’ in questione. Wonnacott ipotizza, come accennato in precedenza, che il problema fossero soprattutto le ‘obligations’: la Gran Loggia riteneva ci si dovesse conformare soltanto alla terza obligation (impegno), mentre le Logge in protesta ritenevano che senza tutte e tre le ‘obligations’ sarebbe stato impossibile mantenere relazioni fraterne.
Le varie contestazioni vennero valutate dalla Loggia di Riconciliazione e il lungo documento conclusivo venne inviato da Hemming al Gran Maestro; la parte finale così cita:
… Nel complesso, riteniamo che le obiezioni finora emerse provengano solo da un numero ristretto di Logge londinesi. Queste, però, sono ampiamente superate dalle numerose attestazioni di approvazione espresse dalla maggior parte delle Logge di Londra, così come da quelle presenti in varie zone dell’Inghilterra e dell’Irlanda, dove nelle ultime settimane uno dei membri di questa Loggia ha diffuso il sistema recentemente riorganizzato.
Hemming non retrocedeva di un centimetro dalle sue convinzioni e difendeva il lavoro della Loggia di Riconciliazione, ma la controversia con le Logge dissidenti andò avanti ancora per molto tempo. Si arrivò, quindi, alla conclusione del Rituale. Dai verbali della Loggia di Riconciliazione sappiamo che il giorno 3 maggio 1816 si ebbe uno ‘special meeting’, ossia la ‘prova finale’, del neonato Rituale, che venne così rappresentato al Gran Maestro. Wonnacott scrive in proposito:
Si trattò con ogni probabilità di una vera e propria cerimonia dimostrativa, o di una serie di cerimonie, il che suggerisce che il rituale non fosse ancora giunto a una forma definitiva né pronto per una presentazione conclusiva imminente. Per lunedì 20 maggio fu quindi convocata una Gran Loggia speciale, alla quale partecipò nuovamente il Duca di Sussex. In quell’occasione vennero eseguite tutte le cerimonie, comprese le aperture, le chiusure e le domande di verifica; tuttavia, non fu consentita alcuna discussione …[13].
Dal verbale di questa fondamentale riunione leggiamo:
Il Venerabilissimo Gran Maestro dichiarò di aver convocato questa Gran Loggia speciale affinché la Loggia di Riconciliazione potesse esporre e spiegare ai Fratelli il risultato delle disposizioni adottate in conformità alle direttive contenute negli Articoli 4º e 5º dell’Atto di Unione. Non era intenzione di Sua Altezza Reale che in quel giorno si svolgesse alcuna discussione su tali disposizioni, ma che alla successiva Comunicazione Trimestrale del 5 del mese seguente egli le avrebbe sottoposte all’opinione e all’approvazione della Gran Loggia, affinché, nel frattempo, i Fratelli avessero l’opportunità di esaminarle attentamente. Gli Ufficiali e i Membri della Loggia di Riconciliazione aprirono, quindi, una Loggia nel Primo, Secondo e Terzo Grado, in successione, ed eseguirono le cerimonie di iniziazione, passaggio ed elevazione a Maestro Muratore, così come da loro proposte per l’adozione e la pratica generale nella Massoneria. Terminate tali cerimonie, la Gran Loggia fu chiusa in forma solenne, con preghiera, e aggiornata.
In conclusione, nei Minutes della Gran Loggia del 5 giugno 1816 leggiamo che il Rituale venne formalmente adottato:
Furono letti i verbali della Gran Loggia del 20 maggio scorso, durante la quale furono esposte e spiegate le cerimonie e le pratiche raccomandate dalla Loggia di Riconciliazione; ed, essendo state deliberate modifiche su due punti nel Terzo Grado, le varie cerimonie furono approvate e confermate.
A Samuel Hemming, Maestro Venerabile della Loggia di Riconciliazione, venne concesso, per gli indubbi sforzi dimostrati nella nascita del Rituale, il rango di Senior Grand Warden (1816) e, successivamente, Grand Chaplain (1817).
Da questo momento si iniziò a dimostrare il Rituale con apposite Logge di Istruzione; a questi meetings parteciparono 98 Logge dei ‘Moderns’ (63 Logge londinesi, 34 ‘Country Lodges’ e 1 Loggia ‘Overseas’) e 77 Logge degli ‘Ancients’ (47 di Londra, 28 Country e 2 Overseas). Samuel Hemming presiedette ben 16 di questi meetings.
Il Rituale creato dalla Loggia di Riconciliazione non venne ovviamente pubblicato, né stampato in qualche forma, anche se appunti o promemoria certamente circolarono tra i ritualisti preposti alla sua dimostrazione. Così P. R. James:
È comunemente accettato che non sia stata consentita alcuna esposizione del rituale elaborato all’epoca dell’Unione dalla Loggia di Riconciliazione (1813-1816). Non conosco alcuna dichiarazione contemporanea in tal senso, sebbene sia noto che il Venerabilissimo Gran Maestro, Sua Altezza Reale il Duca di Sussex, avesse forti obiezioni alla pubblicazione di informazioni massoniche e che uno, se non due membri di quella Loggia furono sanzionati per averlo fatto. Esiste una differenza tra la pubblicazione e la redazione di appunti privati, e mi sembra irragionevole che tanto tempo e impegno siano stati impiegati dai suoi membri senza lasciare qualche risultato tangibile. Consideriamo brevemente le circostanze. La Loggia di Riconciliazione era composta da un certo numero di autorevoli Fratelli, il cui compito era “elaborare” e diffondere un rituale affinché vi fosse “un unico sistema puro e incontaminato secondo i veri landmarks” in tutta la Massoneria inglese. Dai verbali, per come li possediamo, apprendiamo che otto Fratelli furono Maestri Venerabili, quindici servirono come Primo Sorvegliante e tredici come Secondo Sorvegliante. Le riunioni riportate erano quelle che si possono definire riunioni “aperte”. È evidente che ve ne dovettero essere altre di natura privata, nelle quali i dettagli del nuovo rituale furono elaborati e perfezionati. La corrispondenza di Philip Broadfoot, uno dei membri, con la Lodge Probity n. 61 di Halifax dimostra che ciò avvenne, ma non esiste altra documentazione al riguardo[14].
Quindi, nulla sappiamo sulla reale composizione del rituale, salvo che deviazioni da esso non sarebbero state tollerate. Nelle Costituzioni del 1815 e nell’edizione del 1819 è scritto:
Tutte le Logge sono tenute a osservare strettamente gli stessi usi e costumi; ogni deviazione, pertanto, dal modo di lavoro stabilito è altamente impropria e non può essere giustificata né tollerata. Per preservare tale uniformità e coltivare una buona intesa tra i massoni, alcuni membri di ogni Loggia dovrebbero essere delegati a visitare le altre Logge il più spesso possibile.
Ma, come vedremo, di deviazioni ce ne furono in realtà moltissime. Oggi vengono praticate nella UGLE decine e decine di ritualità, molte diversissime tra loro. Come siamo arrivati a questo?
A parere dello storico inglese John Hamill ciò avvenne soprattutto perché, nonostante l’encomiabile lavoro delle Logge di Istruzione, l’impossibilità di pubblicare il Rituale rese impossibile un suo utilizzo diffuso (soprattutto fuori Londra) e, conseguentemente, una sua completa ‘accettazione’; si crearono, per questi motivi, una serie infinita di ‘varianti’. La Gran Loggia Unita d’Inghilterra prese la decisione di ‘non interferire’ nelle questioni rituali, a meno che non fossero coinvolti princìpi di base (Landmarks), sostanzialmente lasciando a ogni Loggia la libertà di decidere il Rituale da adottare. Così Hamill:
L’obiettivo di creare una forma standard e definitiva di rituale non fu mai pienamente raggiunto. Le revisioni elaborate dalla Loggia di Riconciliazione, infatti, non vennero mai messe ufficialmente per iscritto né autorizzate alla pubblicazione. Il nuovo sistema fu quindi trasmesso attraverso dimostrazioni pratiche e tradizione orale. Questa modalità di diffusione, unita al fatto che le tradizioni locali non furono soppresse, portò alla nascita di diverse varianti operative dello stesso rituale di base nelle logge inglesi, rendendo le visite tra logge particolarmente interessanti. Nella maggior parte delle altre Gran Logge, invece, il rituale è stato regolato in modo rigoroso: tutte le logge subordinate devono attenersi a una forma stabilita e non sono ammesse modifiche senza l’approvazione della Gran Loggia. In Inghilterra, dopo aver definito la struttura fondamentale delle cerimonie nel 1816, la Gran Loggia Unita scelse, invece, di non intervenire nelle questioni rituali, salvo nei casi in cui fossero coinvolti princìpi essenziali. Si affermò, così, l’idea che ogni loggia potesse scegliere il proprio “lavoro” rituale e adattarlo, entro certi limiti, alle proprie esigenze. Finché vengono rispettati i landmarks fondamentali e l’impianto generale delle cerimonie, la Gran Loggia non interviene nei dettagli del linguaggio o dell’esecuzione. Negli ultimi anni, l’unico ambito in cui è intervenuta riguarda le tradizionali pene fisiche presenti negli obblighi[15].
In conclusione, il principale scopo della United Grand Lodge of England appena formatasi, ossia quello di creare una ritualità univoca all’interno della Libera Muratoria inglese, sostanzialmente fallì. Moltissime Logge inglesi, infatti, o mantennero le ritualità pre-Unione o addirittura ne crearono nuove, a volte molto diverse dal rituale proposto dalla neonata UGLE[16].
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LE LETTURE PRESTONIANE
Alla sua morte, convinto di aver lasciato un sistema rituale completo e ortodosso, William Preston lasciò una somma di 300 sterline, i cui interessi erano destinati a finanziare una Lecture annuale per preservare il suo lavoro e l’eredità delle sue fatiche nel Craft. Questa Lecture, che doveva essere parte integrante del sistema prestoniano, fu tenuta per la prima volta nel 1820, come previsto dal suo testamento. Un’esposizione annuale di questo tipo avrebbe potuto diventare un punto di riferimento per la pratica rituale post-Unione, se fosse stata aperta al pubblico e se avesse seguito le nuove formulazioni rituali.
Tuttavia, entro il 1820 si erano già consolidati altri metodi di istruzione, e la Lecture fu tenuta privatamente nella Loggia of Antiquity, con alcuni aspetti che si discostavano dalle forme recentemente accettate. Di conseguenza, non si riuscì a raggiungere l’obiettivo che Preston si era prefisso. Per oltre trent’anni, la Lecture continuò infatti a essere tenuta in forma privata, generalmente all’interno della Loggia of Antiquity. Nel 1858, la Lecture fu finalmente presentata a un pubblico più vasto, ma, a causa delle sue discrepanze rispetto ai rituali allora in uso, non riscosse il successo sperato. Essa continuò a essere tenuta durante le serate pubbliche della Loggia dei Gran Stewards fino al 1862, quando l’iniziativa venne abbandonata. L’incarico venne ripristinato nel 1924, ma con una nuova formula: il Lecturer doveva ora presentare una relazione su un tema massonico a sua scelta, non veniva più rappresentata, quindi, alcuna ritualità. Sono le attuali Lezioni Prestoniane, che, però, nulla hanno a che vedere con il progetto iniziale di William Preston.
The Grand Stewards’ Lodge Public Nights
La Loggia dei Gran Stewards godeva di una grande reputazione, fungendo anche da punto di riferimento per le questioni rituali. Nella Gran Loggia Premier, che al momento dell’Unione era la più numerosa, per molti anni nessun Fratello poteva essere nominato Grand’Ufficiale senza aver prima ricoperto la carica di Gran Steward. Questo le conferiva una posizione di grande prestigio e influenza. Per lungo tempo, grazie alle Lectures, le sue due serate pubbliche annuali rappresentavano una sorta di dimostrazione semi-ufficiale delle pratiche rituali. Quando, nel 1809, venne istituita la Loggia di Promulgazione per rivedere il Rituale, il Fratello scelto come Maestro fu James Earnshaw, che in quel periodo era anche Maestro della Loggia dei Gran Stewards, carica che ricoprì per due anni. Le Lectures redatte da Williams si basavano in gran parte, ma non completamente, su quelle di Preston e furono adottate dalla Loggia dei Gran Stewards durante le loro serate pubbliche.
Le Lectures furono compilate nel 1815 e nel 1816. Alla serata pubblica del dicembre 1815, fu eseguita la Lecture del primo Grado – nella nuova forma composta da sette sezioni – con William Shadbolt Maestro Venerabile. Shadbolt era anche Primo Sorvegliante della Loggia di Riconciliazione ed era al suo secondo anno come Maestro Venerabile dei Gran Stewards.
William Williams fu eletto Maestro della Loggia dei Gran Stewards per il 1816 e, nel marzo di quell’anno, alla serata pubblica fu nuovamente eseguita la Lecture del Primo Grado, con Williams Maestro Venerabile. Egli presiedette anche alla successiva serata pubblica di dicembre, quando le nuove Lectures del Secondo e del Terzo Grado, composte rispettivamente di cinque e tre sezioni, furono eseguite per la prima volta. Williams fu rieletto Maestro Venerabile per il 1817 e presiedette alle due serate pubbliche di quell’anno.
Per quasi cinquant’anni queste Lectures furono eseguite alle serate pubbliche della Loggia dei Gran Stewards, ben oltre il periodo in cui l’attività delle Logge di Istruzione nell’insegnamento del Rituale era passata alla prova pratica delle Cerimonie[17]. Le serate pubbliche cessarono, infine, a causa del diminuito interesse.
Sebbene nessun sistema di istruzione mediante Lectures abbia mai ricevuto una autorizzazione ufficiale da parte della Gran Loggia, il Sistema e le Lectures della Loggia dei Gran Stewards godettero di una sorta di riconoscimento ufficiale. Tale sistema divenne uno standard per il lavoro rituale a Londra e un mezzo attraverso il quale poteva essere impartita l’istruzione nel nuovo Rituale. Le Serate Pubbliche fornirono per molti anni un sicuro punto di riferimento circa quale fosse tale standard[18].
6
LE COSTITUZIONI DEL 1815 E 1819
Il nuovo Libro delle Costituzioni della neocostituita UGLE fu presentato in una Gran Loggia speciale il 1° febbraio 1815 e successivamente approvato il 23 agosto. Questo regolamento sarebbe rimasto in vigore per un periodo limitato di tre anni, a partire dal 1° novembre 1815, per permettere eventuali modifiche basate sull’esperienza maturata. Le nuove forme rituali erano state introdotte, per la prima volta, nell’agosto 1814, durante i lavori della Loggia di Riconciliazione. Tuttavia, nell’agosto 1815, non era ancora possibile determinare se fosse necessario un controllo formale dell’istruzione, soprattutto considerando che non esisteva ancora un sistema strutturato per le nuove pratiche rituali. Pertanto, il Libro delle Costituzioni del 1815 non includeva regolamenti specifici riguardo al lavoro rituale.
Il Board of General Purposes nel 1817-18 intraprese la revisione del Libro delle Costituzioni e presentò le proprie proposte di modifica alla Comunicazione Trimestrale del 3 giugno 1818. Le revisioni furono poste in esame in una Gran Loggia speciale, convocata, a tale scopo, il 29 luglio 1818; in quella riunione furono approvate ed entrarono in vigore il 1° novembre 1818.
Alcuni dei nuovi regolamenti erano finalizzati al controllo delle Logge di Istruzione:
Se una Loggia concede la propria autorizzazione affinché una loggia di istruzione sia tenuta sotto il suo mandato, tale loggia sarà responsabile che i lavori della loggia di istruzione siano corretti e regolari e che i metodi di lavoro lì adottati abbiano ricevuto l’approvazione della Gran Loggia.
I regolamenti introdotti nel 1818 stabilivano, quindi, un controllo su tutte le Logge di Istruzione e il metodo di lavoro adottato doveva essere quello approvato dalla Gran Loggia. Nel 1818, ciò corrispondeva al Rituale formulato dalla Loggia di Riconciliazione e approvato dalla Gran Loggia nel 1816, poiché non esisteva un altro rituale ufficialmente riconosciuto.
Ulteriori tentativi di controllo
I tentativi di ‘controllare’ le procedure rituali continuarono dopo l’Unione, ma furono destinati, come i precedenti, al fallimento. Il 2 giugno 1819, il Gran Segretario Peter Gilkes propose in Gran Loggia “che fosse nominato un Comitato per indagare sul modo in cui le Lectures massoniche sono attualmente eseguite”. Tale proposta non fu approvata. La probabile ragione di una simile proposta in Gran Loggia è evidenziata dalle lamentele contenute in due Memoriali, presentati al Board of General Purposes nello stesso periodo. Essi riguardavano una nuova Lecture non autorizzata, che veniva eseguita in Logge di Istruzione da Philip Broadfoot, Thomas Satterly e James McEvoy, nella quale, tra l’altro, “argomenti che appartengono a un grado sono introdotti in altri”. Il Memoriale chiedeva al Board “di porre fine a tali procedimenti”.
Le lamentele furono esaminate e il Board riferì alla Gran Loggia il 1° settembre 1819:
Il Board ritiene che le accuse contenute nei suddetti memoriali non siano state dimostrate. Allo stesso tempo, esprime il parere che nessun individuo abbia il diritto di elaborare una nuova Lecture e diffonderla nella Massoneria come autorizzata, senza aver ottenuto l’approvazione del Gran Maestro o della Gran Loggia. Ritiene, tuttavia, che le persone oggetto del reclamo non abbiano agito con motivazioni improprie.
E, più avanti, nello stesso rapporto:
Il Board è dell’opinione che la Lecture oggetto del reclamo non debba essere al momento ulteriormente divulgata in alcuna Loggia Generale di istruzione e che si chieda alla Gran Loggia, nella riunione di dicembre, di adottare misure per scegliere Lectures per i tre Gradi sotto l’autorità della Massoneria.
Ma la raccomandazione del Board riguardo la nomina di un Comitato di vigilanza non venne presa in considerazione dalla Gran Loggia. Si arrivò, quindi, a una dichiarazione del Duca di Sussex (nella Gran Loggia del dicembre 1819) di ‘compromesso’, con la quale argomentava sostanzialmente che, purché il Maestro Venerabile di qualsiasi Loggia osservasse esattamente i Landmarks dell’Arte, egli fosse libero di esporre le Lectures nel linguaggio più adatto alle peculiarità della Loggia che presiedeva:
Il Venerabilissimo Gran Maestro si rivolse quindi ai Fratelli sull’argomento delle Lectures, dichiarando che, a suo parere, finché il Maestro Venerabile di una Loggia osserva esattamente i Landmarks della Massoneria, è libero di impartire le Lectures nel linguaggio più adatto al carattere della Loggia che presiede; tuttavia, nessuno è autorizzato a operare come Lecturer itinerante presso altre Logge, poiché ciò è decisamente contrario alle Regole e ai regolamenti della Massoneria, e anche i Fratelli di diverse Logge, che si riuniscono allo scopo di tenere una Lecture senza un regolare mandato o altra autorizzazione del Gran Maestro, sono parimenti colpevoli di mancanza nei loro doveri verso la Gran Loggia, e, naturalmente, qualora ciò venga a conoscenza, sarà oggetto di provvedimenti disciplinari.
Il Duca di Sussex, quindi, invitava le Logge a svolgere le attività rituali nel rispetto dei Landmarks. Ma chi stabiliva quali (e quanti) fossero i Landmarks?
Come è noto, non esiste alcuna definizione e numerazione ufficiale dei Landmarks, benché qualcuno si sia cimentato in una serie improbabile di elenchi, la cui eterogeneità e differenza numerica è già di per sé indicativa.
Riguardo l’inattendibilità storica e l’inaccettabilità iniziatica di tali elenchi, citiamo, tra gli altri, lo storico W. B. Hextall, che nel saggio The Old Landmark of the Craft, pubblicato nel 1912, scrive una nota critica proprio in riferimento alla ‘lista’ del noto studioso statunitense Albert Mackey (1807-1881): “Molti dei venticinque punti di Mackey certamente non sono propriamente Landmarks della Massoneria”[19]. A sua volta, Axel J. A. Poignant, in un articolo del 1911, riguardo un altro elenco di quelli che potrebbero essere, secondo l’autore, definiti i Landmarks, specifica che: “l’opinione prevalente sembra essere che sia ormai impossibile stabilire con esattezza che cosa i fondatori della Massoneria moderna intendessero includere sotto tale denominazione, e le autorità divergono notevolmente nella loro enumerazione dei Landmarks”[20]. Poignant, facendo riferimento alle definizione ‘canonica’ di Libera Muratoria, ossia un ‘Sistema di morale velato da allegorie e illustrato da simboli’, chiarisce che, a suo parere, né i simboli, né le allegorie, per quanto importanti, rientrerebbero nella categoria dei Landmarks, benché il significato del loro insegnamento potrebbe esserlo: “…nessuna allegoria o simbolo, per quanto importante, è di per sé un Landmark, sebbene ciò che insegna possa esserlo” e, continua l’autore, proprio alla luce della definizione di Libera Muratoria è impossibile che i Landmarks possano essere messi per iscritto, altrimenti non sarebbe “un peculiare sistema di moralità velato da allegorie e illustrato da simboli”. John R. Rylands, in tempi più recenti, scrive, sempre in riferimento ai Landmarks, che il concetto andrebbe interpretato in maniera metaforica, facendo riferimento alla ‘tradizione’ liberomuratoria detenuta dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra e ai princìpi da essa propugnati, considerandone la valenza in relazione al contesto a cui appartengono:
Ne consegue che la conservazione della purezza originaria di qualsiasi sistema massonico deve dipendere dal mantenimento, immutato, dei suoi dogmi fondamentali, quali che essi siano, ed è questo mantenimento nel suo insieme che può essere metaforicamente descritto come la preservazione degli Antichi Landmarks. Discutere se questo o quel concetto sia o non sia un Landmark della Massoneria è, quindi, fuori luogo. Un Landmark non è immutabile, né possiede un valore assoluto. I Landmarks sono relativi al particolare sistema massonico a cui appartengono… Preservare gli antichi Landmarks, pertanto, significa semplicemente mantenere sostanzialmente invariati il carattere e i princìpi della nostra Massoneria. Ma entro questo limite vi è una grande libertà: la libertà del singolo massone di interpretare personalmente, come desidera, le allegorie e i simbolismi che costituiscono i mezzi attraverso i quali trasmettiamo i nostri princìpi[21].
Insomma, un vero e proprio guazzabuglio. Il noto storico inglese Colin Dyer sostiene che la dichiarazione del Gran Maestro, Duca di Sussex, venne erroneamente interpretata, presupponendo che il Rituale potesse essere eseguito con qualsiasi formulazione a discrezione del Maestro Venerabile, ma, considerando che il Duca si era adoperato pochi anni prima affinché alcune parti delle Cerimonie fossero approvate in modo dettagliato – le Obbligazioni ne sono un esempio particolare – e alla luce dei suoi noti sforzi per un elevato grado di uniformità, egli ritiene che una simile libertà totale di esecuzione rappresentasse un’interpretazione eccessivamente troppo ampia e, quindi, errata, delle sue parole e delle sue reali intenzioni.
7
LA SITUAZIONE OGGI
Dyer sottolinea come fosse difficile allora, e ancor più oggi, per un Liberomuratore distinguere nettamente nella propria mente la molteplicità delle forme rituali man mano che acquisisce ulteriori gradi. In alcune Logge, oggi, si utilizzano forme che chiaramente sono state prese in prestito da altri Gradi, insieme al ripristino di pratiche ‘pre-unione’, che erano state arbitrariamente abbandonate dalla Loggia di Riconciliazione, e ai prestiti dalle ritualità irlandesi, scozzesi e, probabilmente, di Bristol. Tutto ciò ha influenzato nel tempo i rituali di molte singole Logge inglesi:
Nel 1848 i massoni di Birmingham erano preoccupati per la mancanza di uniformità e chiesero alla Emulation Lodge of Improvement di Londra di inviare qualcuno per istruirli; di conseguenza, William Honey della Royal Athelstan Lodge trascorse un mese a Birmingham, tenendo corsi di istruzione. Nel 1849, la Freemasons’ Quarterly Review derise Peter Thomson e Henry Muggeridge, figure di spicco della Stability Lodge of Instruction, per aver insegnato esattamente ciò che essi stessi avevano appreso. Allo stesso tempo, lodò S. B. Wilson, presidente della Emulation Lodge, per il suo atteggiamento liberale. Nel 1858 il Freemasons’ Magazine assunse una posizione completamente opposta e, in un articolo su “Uniformity of Working”, esortava le Logge Stability ed Emulation a mantenere le promesse di riunirsi e lavorare secondo lo stesso rituale, sottolineando, nel dettaglio, quanto fossero minime le differenze tra loro; allo stesso tempo, rimproverava la Grand Stewards’ Lodge per la perdita di autorità, prestigio e leadership nelle sue Public Nights e il Gran Maestro per non garantire che la Prestonian Lecture fosse tenuta in modo competente e pubblico. Nel 1861, la Grand Stewards’ Lodge istituì un comitato per rivedere le Lectures. Alla fine, la Gran Loggia prese atto della questione e, nel 1869, nominò un comitato di trentanove Fratelli per affrontare l’intero problema dell’uniformità del rituale. John Havers, che dal 1857 cercava di avvicinare almeno le Logge Stability ed Emulation, sottolineò l’impossibilità del compito, soprattutto con un comitato di trentanove membri, e la questione fu abbandonata. Il cambiamento prevalse, come sempre accade, e con l’emergere, negli anni Settanta dell’Ottocento, dei vari sistemi distinti in forme di lavoro riconoscibili, è improbabile che uno qualsiasi di essi abbia conservato integralmente le forme che il Duca di Sussex aveva cercato con tanta determinazione di perpetuare[22].
Agli inizi del secolo scorso, si provò un ultimo tentativo di controllo delle oramai diversissime forme rituali, attraverso le direttive dei Gran Maestri Provinciali. Ciò arrestò inizialmente l’innovazione indiscriminata nelle località in cui tale controllo fu adottato ma, paradossalmente, sostituì a essa nuove forme rituali peculiari di ciascuna area, spesso secondo le preferenze dei successivi Gran Maestri Provinciali o Distrettuali. W. J. Hughan scriveva, nel 1910 (AQC, 23, p. 304): “Al momento attuale vi sono Logge che apertamente violano quelli che possono essere considerati Landmarks rituali, e tutto ciò perché non vi è un’autorità riconosciuta che rimetta le cose a posto”.
Oggi, nella UGLE, oltre ai noti Rituali Emulation e Stabiliy (con le loro Logge di Istruzione) sono praticati i Rituali Oxford, Logic, West End, Complete, Durham, Revised, Bottomley (Inghilterra nord-occidentale), Common Sense (Plymouth), Taylor’s e molti altri. Alcune Logge (Bristol) utilizzano addirittura i Rituali pre-Unione.
Il primo rituale post-unione fu pubblicato nel 1838, senza nessuna autorizzazione ufficiale, da George Claret, che aveva partecipato a sei meeting della Loggia di Riconciliazione; questo ‘ritual book’ si basava sostanzialmente sugli insegnamenti ‘Emulation’ di Peter Gilkes. Il Rituale Emulation venne pubblicato ufficialmente per la prima volta nel 1969. La traduzione italiana del Rituale Emulation della GLRI, rivisitata nel 2019 e proposta per l’approvazione alla Emulation Lodge of Improvement, è l’unica ufficialmente autorizzata da questa Loggia di Istruzione alla pubblicazione in lingua non inglese.
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CONCLUSIONI
Al termine di questo lungo excursus sui tentativi di una possibile ‘uniformità’ rituale, l’impressione generale è che la Libera Muratoria inglese non la gradisca affatto. Ad esempio, il tentativo (fallito) di unificare il rituale dell’Arco Reale, come già precedentemente quello del Craft, è definito da P.R. James esplicitamente ‘undesirable’:
nel Supremo Ordine l’uniformità è tanto inesistente quanto indesiderabile, così come lo è nella Massoneria[23].
Colin Dyer, a sua volta, ribadisce la posizione di James: una uniformità rituale nella Libera Muratoria inglese non sarebbe né praticabile, né auspicabile:
La completa uniformità non era una soluzione praticabile e questi tentativi finirono per lasciare soprattutto un’eredità di malcontento verso quel “lavoro”. Non credo, però, che il Rituale debba essere inteso come una semplice formula fissa di parole. Piuttosto, consiste in una sequenza ordinata di atti rituali. Le parole ne fanno parte: servono a trasmettere un significato e a sottolineare punti precisi. In alcuni casi, devono essere specifiche, ma non sempre ogni singola parola è fondamentale in sé. Se lo fosse, ogni errore in loggia dovrebbe essere corretto, oppure si dovrebbe considerare la Cerimonia non valida e farla ripetere al Candidato, il che è chiaramente irragionevole. Allo stesso tempo, però, il significato autentico deve essere preservato, altrimenti le Cerimonie rischierebbero di cambiare senso nel tempo. Serve, quindi, un certo equilibrio: uno standard e una forma di controllo devono esistere, ma senza dimenticare che il Rituale, come un organismo vivente, tende naturalmente a evolversi insieme alla vita stessa[24].
L’idea di Dyer che un rituale possa, e debba, essere modificato e persino evolversi nel tempo adeguandosi ai ‘nuovi stili di vita’ (changing ways of life) mi sembra non solo assurda, ma direi persino contro-iniziatica. Nella mia interpretazione (e spero di molti altri Fratelli qui oggi presenti) un Rituale liberomuratorio (ma qualsiasi Rituale in genere) non può essere un semplice strumento per la gestione di un mero ‘gioco di ruolo’, che può modificarsi a seconda del periodo storico in cui tale gioco si svolge. Interpretando ‘iniziaticamente’ la Libera Muratoria, il rituale si manifesta, infatti, come una vera e propria ‘ierofania’ (a iniziare dalla Cerimonia di ‘Consacrazione’ di una Loggia), che amministra una rappresentazione del Sacro e, per questo, dovrebbe rimanere ‘immutabile’.
Se poi vogliamo ridurre la ritualità all’abilità mnemonica di alcuni volenterosi Fratelli che hanno come scopo principale della loro esperienza liberomuratoria il conseguimento di una scatola di fiammiferi in argento (il famoso ‘matchbox’ consegnato dalla Emulation Lodge of Improvement) allora stiamo discutendo inutilmente di due visioni opposte e inconciliabili della Libera Muratoria. Leggiamo, sul tema del matchbox, l’entusiastico commento di Mike A. Kearsley in una Lezione Prestoniana:
Il portafiammiferi d’argento è riservato a qualsiasi Fratello capace di condurre, da Maestro, un Grado a sua scelta senza commettere il minimo errore, senza nemmeno un’esitazione, un “ehm” o un “ah” …[25].
L’appiattimento della ritualità sulla mera mnemonica va di pari passo con l’annoso problema dell’eccessiva ‘moralizzazione’ della Libera Muratoria, tema che ha spesso prodotto reazioni polemiche, soprattutto tra alcuni Liberimuratori ed esoteristi italiani. Nel primo Novecento, Arturo Reghini così ribadiva al riguardo:
Nei Paesi anglosassoni, seguendo la tendenza precipuamente moralistica ivi assunta dal protestantesimo, cui meglio si addice ormai il nome di moralismo, si suole accentuare il carattere puramente morale dell’iniziazione massonica, la morte del vizio e la nascita della virtù massonica… Compiacersi in questa interpretazione moralistica dell’allegoria massonica vuol dire, quasi sempre, sacrificare, misconoscere od almeno snaturare il carattere esoterico, universale, non settario dell’Ordine; e pare incredibile che si debba provare tanto gusto a rivestire la massoneria coll’abitino bianco della prima comunione, ed a sguazzare nella morale fino ai ginocchi… L’antica tradizione massonica e la ispirazione dei rituali dalle cerimonie dei misteri pagani mostrano che il vero senso dell’allegoria massonica è quello metafisico, è dato dalla effettiva palingenesi spirituale[26].
L’anomalia: Walter Leslie Wilmshurst
Eppure, chi nella stessa Inghilterra lanciò un terribile grido di allarme ci fu. Walter Leslie Wilmshurst nacque a Chichester nel 1867 e morì a Londra nel 1929, svolse l’attività di Procuratore Legale a Huddersfield e venne iniziato nella Huddersfield Lodge n° 290 della Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Successivamente, fu membro della Lodge of Harmony n° 275 e della Lodge of Living Stone, Provincial Grand Registrar nel 1913 ed ebbe il rango di Past Provincial Senior Warden nel 1926 e di Past Assistant Grand Director of Ceremony nel 1929. Wilmshurst fu un vero esoterista, alcuni suoi scritti comparvero su The Occult Review, un mensile che, tra il 1905 e il 1951, pubblicò interessanti articoli di molti noti esoteristi e occultisti del tempo, tra i quali Franz Hartmann, Arthur Edward Waite, Meredith Starr, Aleister Crowley. Tra le altre pubblicazioni, scrisse una notevole introduzione al testo Early Magnetism della scrittrice inglese di ermetismo e alchimia Mary Ann South.
Non è noto se appartenesse ad altri corpi rituali, si presume che possa essere stato membro del ‘Marchio’ la cui simbologia ben conosceva e che riteneva, particolare non insignificante, ‘parte integrante’ del 2° Grado: “I meriti del Grado del Marchio sono così elevati che non può sorprendere il rammarico di molti Fratelli riguardo la sua separazione dal Secondo Grado. Inoltre, esso contiene i drammatici e spettacolari elementi che mancano nel Secondo Grado”.[27] Fu certamente membro dell’’Ordine Ermetico del Golden Dawn’, e possiamo supporre, basandoci soprattutto sui contenuti e sulla simbologia del suo componimento poetico ‘In a Secret Temple’ contenuta nella raccolta ‘The Way to the East’, che fosse anche membro del ‘Rito Antico e Accettato’.
Il più noto saggio di Wilmshurst, The Meaning of Masonry, pubblicato nel 1922, è una delle più interessanti espressioni di una visione ‘esoterica’ della Libera Muratoria; le sue pagine costituiscono l’esempio più fulgido di una interpretazione ‘mistica’ della stessa, ma, allo stesso tempo, mettono in luce anche la pericolosa degenerazione in atto al suo interno. Sul tema dell’‘Iniziazione’, Wilmshurst descrive come essa troppo spesso sia vissuta come una mera ‘formalità’; conseguentemente, l’appartenenza all’Ordine non avrà in questi casi alcuna influenza sul ‘risveglio’ degli “Iniziati”, che aderiscono all’Ordine come a un qualsiasi club. Al contrario, argomenta l’esoterista inglese, l‘iniziazione” andrebbe invece interpretata come un ‘nuovo inizio’, una rottura dal vecchio metodo e stile di vita, l’ingresso in un nuovo ordine soprannaturale, profondo, di auto-scoperta e conoscenza; essa significa, infatti, l’abbandono dei fini comuni del mondo esterno, ombre e povere imitazioni dell’eterna Realtà sottostante, che giace sepolta e nascosta dentro noi stessi. L’“Iniziazione” viene così a rappresentare, nell’interpretazione di Wilmshurst, un vero e proprio ‘risveglio’ delle facoltà nascoste dell’anima, che si traduce in Luce e Consapevolezza:
La loro ammissione è, in gran parte, una lotteria; la loro iniziazione troppo spesso rimane una semplice formalità, non un vero risveglio a un ordine e a una qualità di vita prima sconosciuti; la loro appartenenza, a meno che tale risveglio non derivi in seguito dallo studio attento e dalla pratica fedele dell’insegnamento dell’Ordine, ha su di loro poca o nessuna influenza maggiore di quella che deriverebbe dall’adesione a un semplice club sociale. Ma “Iniziazione” – per la quale vi sono così tanti candidati poco consapevoli di ciò che essa implica – che cosa significa e che cosa intende realmente? Significa un nuovo inizio (initium); una rottura con un vecchio metodo e ordine di vita e l’ingresso in uno nuovo, caratterizzato da una maggiore conoscenza di sé, una comprensione più profonda e una virtù intensificata. Significa un passaggio da uno stato e da criteri di vita meramente naturali verso uno stato e un livello rigenerati e sovra-naturali. Significa un allontanamento dalla ricerca degli ideali popolari del mondo esteriore, nella convinzione che tali ideali non siano altro che ombre, immagini e sostituti temporanei della Realtà eterna che li sottende, verso una ricerca intensa e incessante di quella stessa Realtà e il recupero di quei segreti autentici del nostro essere che giacciono sepolti e nascosti “al centro” o nella parte più intima della nostra anima. Significa il risveglio di quelle facoltà superiori dell’anima, finora dormienti, che conferiscono a chi le possiede la “luce” sotto forma di una nuova e più elevata coscienza e di una più ampia capacità percettiva[28].
L’autore mette in luce come esista un percorso di vita più alto e segreto di quello normalmente perseguito e che, prima o poi, quando il mondo esterno non sarà più sufficiente a rispondere ai nostri bisogni più profondi, noi ci volgeremo verso noi stessi e busseremo alla porta del mondo interiore. Questo è il sentiero che la Libera Muratoria promette di illuminare, indicando le qualificazioni e condizioni per progredirvi:
Il fatto che esista un sentiero di vita più elevato e più segreto rispetto a quello che normalmente percorriamo, e che, quando il mondo esteriore, le sue occupazioni e i suoi riconoscimenti perdono attrattiva per noi e si rivelano insufficienti ai nostri bisogni più profondi – come prima o poi accadrà – siamo spinti a rivolgerci verso noi stessi, a cercare e a bussare alla porta di un mondo interiore; ed è proprio su questo mondo interiore, e sul cammino verso e attraverso di esso, che la Massoneria promette luce, traccia la via e indica i requisiti e le condizioni del progresso. Questo è lo scopo e l’intento esclusivo della Massoneria[29].
Il vero significato e scopo della Libera Muratoria, a parere di Wilmshurst, mai dovrà essere dimenticato o messo da parte in favore di altre espressioni moraleggianti della stessa. Infatti, continua Wilmshurst, poiché la Libera Muratoria da troppo tempo non ha significato tutto questo, le sue energie sono state deviate su canali sociali e filantropici che inizialmente le erano estranei:
Poiché, per lungo tempo e per molti, la Massoneria ha significato qualcosa di meno di tutto questo, non è ancora riuscita a realizzare pienamente il suo scopo originario: essere un efficace strumento iniziatico. Le sue energie si sono infatti spostate dal fine principale, che è quello formativo, verso ambiti sociali e filantropici che, pur essendo validi in sé, restano secondari e accessori rispetto all’intento originario[30].
Nel 1924 Wilmshurst pubblicò un secondo testo, The Masonic Initiation, una collezione di articoli pubblicati nel corso degli anni precedenti. Il libro fu accettato con maggiori riserve rispetto al primo, a cominciare dall’Introduzione ‘Massoneria e Religione’ nella quale Wilmshurst sosteneva che la Libera Muratoria era in grado di andare ‘oltre’ le Religioni istituite offrendo, a differenza di queste, un più alto livello di istruzione. Nel 1934 Wilmshurst pubblicò il suo ultimo importante lavoro, The Way to the East, sottotitolato Songs of the Bulding Craft and Songs by the Way dove si propose di rappresentare gli scopi e la ritualità del Craft in forma poetica.
Lo scopo del percorso iniziatico di Wilmshurst si basa sul principio cardine di ogni percorso ‘mistico’, ossia arrivare a quella auto-negazione (l’annullamento del proprio ‘Io’ personale) unico e imprescindibile passaggio per arrivare all’esperienza’ di Dio, la conoscenza del Divino presente in ogni individuo, e raggiungere così la realizzazione del Sovra-personale. In questa visione, i concetti di Fratellanza e Carità così come le basi morali della Libera Muratoria, benché fondamentali in una fase iniziale, erano per Wilmshurst momenti inferiori rispetto al vero fine del percorso iniziatico liberomuratorio, fine che era imprescindibilmente ‘mistico’.
Ne Il Significato della Massoneria, Wilmshurst fa una breve ma significativa citazione (in riferimento all’analogia tra le gerarchie liberomuratorie e quelle celesti) dello scritto Sulla gerarchia ecclesiastica del mistico cristiano del V secolo d.C. Dionigi Areopagita. Un’altra interessante citazione è tratta dal mistico cristiano Giovanni della Croce: Wilmshurst parla esplicitamente di “notte oscura dell’anima” (concetto che diede il nome ad una delle più note raccolte di poesie del mistico cristiano) nel capitolo relativo alla cerimonia di ‘Esaltazione’ nell’Arco Reale, dove in riferimento al 3° Grado scrive che: “Nella notte oscura dell’anima, nella totale impotenza di tutti i suoi poteri, ha imparato come la forza possa essere perfezionata fuori dalla debolezza con la potente efficacia del Principio Vitale ed Immortale dentro di lui, al cui cospetto le tenebre e la luce sono tutt’uno”. Nel paragrafo l’autore espone un interessante parallelismo tra la simbologia esistente nelle dinamiche della ‘Esaltazione’ e i processi interiori presenti nelle esperienze dei mistici contemplativi.
Wilmshurst utilizza spesso il termine ‘mistico’ per definire la sua idea di percorso liberomuratorio, sottolineando però che i riferimenti ‘velati’ presenti nel rituale saranno di difficile comprensione per coloro che non hanno già familiarità con la terminologia mistica e soprattutto con i testi di coloro che di essa hanno scritto e fatto a loro volta esperienza. In analogia con tali scritti, i ‘segreti’ libero muratori vengono da Wilmshurst definiti ‘mistici’ in quanto non completamente comunicabili, essi infatti, trascendendo il potere della comunicazione, e conseguentemente non possono che essere presentati e comunicati simbolicamente. Quella descritta da Wilmshurst è una vera e propria mistica dell’’esperienza’ di Dio, ossia, come ci insegnano i grandi rappresentanti di quest’ultima, la vera mistica, e a tal proposito ricorda Wilmshurst che il fine ultimo dell’Iniziato è arrivare ad essere “radicato nella Divinità”. Ciò che è stato ‘perduto’ è la consapevolezza della nostra origine e componente divina, ciò è così espresso da Wilmshurst: “l’anima dell’uomo ha cessato di essere cosciente di Dio ed è degenerata nella coscienza limitata terrestre del comune essere umano”. Ma la scintilla ‘immortale’ è sempre presente nell’uomo e pronta ad essere ‘riattivata’ o ‘risvegliata’: “Quella facoltà dormiente è il principio vitale e immortale come punto centrale del cerchio della sua individualità”.
Secondo Wilmshurst è nella ritualità e nella simbologia dell’Arco Reale, la naturale conclusione e adempimento del Terzo Grado, che la ‘realizzazione’ completa del Liberomuratore viene raggiunta. Se nel Terzo Grado tramite la ‘morte mistica’ ci viene insegnata la necessità dell’abbandono della precedente vita (o stato) e la rinascita ad una nuova vita (o stato), la simbologia e il percorso dell’Arco Reale porta il processo ad un ulteriore stadio. Nella Cerimonia di ‘Esaltazione’, infatti, vi sarebbe la vera e propria “Ascesa al Cielo”, perché è soltanto ora, nella ritualità dell’Arco Reale, che si “ritrae sacramentalmente l’ultima fase del cammino mistico” dell’anima esiliata da Babilonia a Gerusalemme. In questa ultima e fondamentale esperienza l’anima infatti sfugge definitivamente dalla sua prigionia di questo mondo inferiore e “oltrepassando i veli” di materia e forma, passa attraverso la schiavitù della corruzione del mondo dello Spirito senza forma e realizza la gloriosa libertà dei figli di Dio”.
Sempre in linea con la sua visione sincretica e perennialista, Wilmshurst ci spiega come nella Cerimonia di ‘Esaltazione’ si possa raggiunge quella che nella teologia cristiana è chiamata Visione Beatifica e nella filosofia indiana Samadhi, ossia l’unione del meditante con l’’oggetto’ della sua stessa meditazione, in questo caso Dio.[31]
La Loggia ‘ideale’: The Lodge of Living Stones
Una delle principali aspirazioni di Wilmshurst fu la creazione di una Loggia ‘ideale’, una Loggia all’interno della quale applicare integralmente i principi della sua ‘visione’ liberomuratoria e così sviluppare quelli che riteneva i principi della ‘vera’ Libera Muratoria. Per questo scopo indicò le caratteristiche di questa Loggia ‘ideale’ nel discorso che tenne in occasione della sua nomina alla presidenza della Huddersfield and District Istalled Masters’ Association nel novembre 1924. Uno dei punti che Wilmshurst riteneva fondamentali in tale progetto riguardava l’’intervallo’ tra il conferimento dei Gradi. Il periodo di tempo che divide un Grado dal suo successivo era, ed è ancora oggi, molto breve, ma soprattutto tale periodo ha una durata ‘minima’ stabilita da un regolamento costituzionale (quattro settimane per ogni passaggio di Grado). Per Wilmshurst, al di là dell’impossibilità di condizionare temporalmente ciò che è di ordine esoterico ed iniziatico e che dipende dalla ‘natura’ e dalle potenzialità del Candidato, questo spazio di tempo sarebbe in ogni caso dovuto essere molto più lungo, ciò per permettere ai Candidati di assimilare il Grado precedente in maniera completa.
Il suo sogno si realizzò tre anni dopo, il 16 dicembre 1927 nella Masonic Hall di Leeds venne consacrata dal Gran Maestro Provinciale, Visconte Lascelles, la Lodge of Living Stones della quale Wilmshurst divenne il primo Maestro Venerabile. Al termine della sua ‘Installazione’ Wilmshurst così tratteggiò gli scopi e i propositi della Loggia:
Questa Loggia è stata costituita per far fronte a una domanda che sta crescendo in questi tempi nel Craft, quella di una più piena comprensione e realizzazione degli insegnamenti latenti del nostro Ordine rispetto a quello che abitualmente viene ottenuto. Il nostro proposito è quello di far fronte a questa necessità che viene da una minoranza crescente di Fratelli ma che è in crescita, essi non sono soddisfatti delle formalità di routine e delle amenità sociali delle loro Logge, ma sentono che il Craft era destinato a raggiungere qualcosa di superiore e sono desiderosi di apprendere cosa sia questo “di più”. È nostra intenzione fare della ricerca della Verità, così come è rappresentata nel nostro sistema, il nostro principale lavoro, esso è l’aspetto della Libera Muratoria al quale oggi purtroppo viene data soltanto una minima attenzione.
Wilmshurst rimase Maestro Venerabile della Loggia per i primi tre anni per poi riprendere l’incarico nel 1936 e 1937 quando la Loggia raggiungeva già il numero di 55 membri. Per i primi 5 anni il lavoro della Loggia venne dedicato alla ricerca e il maggior numero di articoli fu ovviamente di Wilmshurst, questi articoli vennero inviati in tutto il mondo e ciò portò alla nascita di Associazioni Living Stones a Manchester, Hastings, Londra, ma anche in Australia, Canada, India e USA. La selezione dei Candidati era, ed è tutt’oggi, accuratissima, lo dimostrano le sole sei iniziazioni in più di 26 anni.
Discordanze interpretative
Tornando al tema iniziale, anche riguardo alla ritualità dell’Arco Reale vi sono evidenti discordanze di interpretazione. Un esempio tra i tanti è la discussione riguardo il termine “Santo” (Holy Royal Arch). Premesso che nella ritualità scozzese la parola Santo non è utilizzata, una risposta attendibile è data dal Rev. Neville Barker Cryer (eminente studioso inglese), che vede nella terminologia Santo il giusto attributo a un Ordine che utilizza costantemente nel proprio rituale le Sacre Scritture:
Perché “Santo”? In primo luogo, e più chiaramente, perché in questa cerimonia si fa grande affidamento sulle parole e sugli insegnamenti della Sacra Scrittura. Sebbene sia vero che nei tre gradi della Massoneria vi siano alcuni riferimenti a vari episodi biblici – le colonne all’ingresso del tempio di Re Salomone, la storia di Giacobbe che si sdraia con la testa su una pietra e in sogno vede una scala che sale verso il cielo, Iefte e gli Efraimiti, l’arte di Tubalcain – non vi è nulla di paragonabile ai passi della Scrittura che vengono effettivamente letti nel corso della cerimonia in questione. Come afferma il nostro rituale, l’uomo “sarebbe rimasto in uno stato di oscurità se non fosse piaciuto all’Onnipotente chiamarlo alla luce e all’immortalità, mediante la rivelazione della Sua Santa Volontà e della Sua Parola”. Questo è ribadito quando il candidato viene esaltato e legge dal Libro della Genesi, al quale il M.E.Z. risponde: “Queste sono le prime parole del Volume Sacro che contiene le testimonianze fondate e radicate nelle Sacre Parole”[32].
Questa interpretazione dal connotato evidentemente ‘spirituale’ non è stata condivisa da altri studiosi: Richard Sandbach, ad esempio, in un saggio sulla storia e il contenuto simbolico dell’Arco Reale,specifica che gli innegabili riferimenti al ‘sacro’ presenti nella sua ritualità non significano che esso possa essere considerato qualcosa di differente da un codice essenzialmente ‘morale’:
Ciò non implica che il Royal Arch sia di per sé più di un codice di moralità. La Massoneria non è in alcun senso una religione e, sebbene l’Ordine possa e debba indurci a riflettere sulla religione, non cerca di fornirne un sostituto[33].
In totale disaccordo con Sandbach, lo studioso statunitense George H. Steinmetz, in riferimento alla simbologia dell’Arco Reale, argomenta che dopo l’acquisizione del Terzo Grado ci si aspetta che il candidato:
Prosegue sul piano spirituale, continuando ad acquisire conoscenza attraverso l’esperienza diretta. Questa aspettativa si realizza: egli viene “nuovamente indotto” a “rappresentare” un altro e, in questo ruolo, vive in prima persona ciò che la tradizione massonica attribuisce a coloro che egli rappresenta, come se fosse un’esperienza reale[34].
Cosa è un Rituale?
Arrivati a questo punto, credo sia necessario capire cosa si intende per ‘Rituale’ nel complesso e variegato mondo liberomuratorio. L’interpretazione della maggior parte degli studiosi inglesi (escludiamo, quindi, il noto esoterista Walter Leslie Wilmshurst, Barker Cryer e pochi altri casi) non lascia dubbi riguardo alla totale esclusione di una qualsiasi interpretazione ‘esoterica’.
A paradigma analizziamo brevemente uno studio di uno dei più noti storici inglesi, T.O. Haunch, riguardo la cerimonia di ‘Consacrazione’ di una Loggia.
Nelle Costituzioni di Anderson del 1723, nel paragrafo The Manner of Constituting a New Lodge, si legge che la Cerimonia di Fondazione di una Loggia era compresa nella Cerimonia di Installazione del Maestro Venerabile della Loggia stessa, riducendosi in pratica ad un mero atto formale compiuto dal Gran Maestro o da un suo Deputato. Leggiamo, infatti, testualmente nelle Costituzioni che:
non sembra comportare affatto alcun rito cerimoniale di Costituzione, ma semplicemente la proclamazione formale da parte del Gran Maestro: “Costituisco e formo questi degni Fratelli in una Loggia”, seguita, si suggerisce, da qualcosa simile a un’orazione sulla natura e sui princìpi dell’istituzione.
Quindi, sembrerebbe che tra il 1723 e il 1815, data quest’ultima a cui probabilmente risale il rituale di consacrazione attualmente in uso, siano intervenuti quei cambiamenti tramite i quali lo stesso rituale ha assunto successivamente la sua forma odierna.
Il documento dal quale si possono dedurre tali modifiche rimane la prima edizione delle Illustrations of Masonry di William Preston (1772), che nella sua ottava edizione riportò ulteriori e importanti aggiunte. Lo stesso Preston, nella Terza delle sue Letture, fa menzione della Cerimonia di Consacrazione, fornendoci importanti elementi di riflessione.
Preston, ovviamente, non descrive il vero e proprio rituale ma ci offre una gran quantità di elementi per ricostruirlo. Fino al 1880, data in cui compare un formulario rituale per la consacrazione di una Loggia, The Lectur of the Three Degree in Craft Masonry with the ceremony of Installation and Consecration, pubblicato dalla Lewis di Londra, l’unico riferimento rimase l’opera di Preston. Possiamo quindi concludere che l’attuale cerimonia, frutto probabilmente anch’essa della Loggia di Riconciliazione (e, quindi, opera del Rev. Samuel Hemming), sia un’evoluzione del modello prestoniano.
T. O. Haunch, storico della Libera Muratoria membro della Loggia Quatuor Coronati n° 2076 di Londra, in un suo studio sull’evoluzione del Rituale di Consacrazione di una Loggia, riportato nel Volume 83 di Ars Quatuor Coronatorum, specifica le differenze tra i termini Constitution, Consecration e Dedication. Sono d’accordo solo in parte con le definizioni di Haunch e spiego il perché.
Per Haunch, Constitution è:
l’atto formale, che dà vita a una nuova Loggia, rende efficaci in diritto massonico i termini del mandato e autorizza i membri della loggia a svolgere le funzioni specificate nel mandato
e su questo non possiamo non essere d’accordo con Haunch. Proseguendo, Consecration, secondo Haunch, sarebbe:
il rito massonico, di forma religiosa, mediante il quale essa viene regolarmente costituita, cioè la pratica della Massoneria
e, conclude l’autore, la Dedication indicherebbe:
il rito religioso e massonico con cui un edificio o un locale viene autorizzato e consacrato all’esercizio della Massoneria. Si distingue dalla Consacrazione, che riguarda, invece, il corpo dei Massoni che costituiscono una nuova Loggia[35].
Per le definizioni di Consecration e Dedication ci sono alcune importanti considerazioni da fare. Come visto, per Haunch esiste una differenza tra Consecration di una Loggia e Dedication di un Tempio, due riti che, pur svolgendo la stessa azione, secondo l’autore, “di forma religiosa”, si rivolgono, però, a due soggetti diversi, a un edificio (il Tempio) l’uno, al “corpo dei Massoni” (la Loggia) l’altro. Personalmente non sono d’accordo su questa differenziazione, in quanto i due riti, a mio parere, sono portatori di un eguale significato esoterico e iniziatico, la costituzione di uno “spazio sacro” l’uno, la creazione di un “corpo di iniziati”, che all’interno di quello ‘spazio’ svolgerà cerimonie rituali, l’altro. Di conseguenza, sarebbe più corretto utilizzare il termine Consacrazione per ambedue le cerimonie.
La Gran Loggia di Scozia si riferisce alle due cerimonie, di ‘fondazione’ di un nuovo Tempio e di ‘nascita’ di una nuova Loggia, con lo stesso termine di Consacrazione. Infatti, nel documento Cerimonial for the guidance of Grand Office-Bearers, Provincial and District Grand Office-Bearers and Office-Bearers of Daughter Lodges, pubblicato dal Gran Segretario sotto l’autorità del Grand Committee, si definisce Consecration “la cerimonia di fondazione di un nuovo Tempio” ed essa viene inserita ufficialmente nel capitolo Consecration of a Temple or Lodge Room set apart for the purpose of Freemasonry. Nella Tradizione scozzese, a conferma della connotazione profondamente esoterica e sacrale della Cerimonia di Consacrazione di un Tempio, o qualsiasi altro luogo adibito alla pratica di cerimonie iniziatiche, vi è l’interessante aggiunta che la cerimonia di Consacrazione andrebbe compiuta anche per l’utilizzo rituale di una singola stanza all’interno della quale, anche se solo occasionalmente, dovesse svolgersi il lavoro liberomuratorio. Ciò significa che, senza un’operazione rituale che renda il luogo altro da ciò che era prima e lo predisponga a un tipo di utilizzo di carattere iniziatico, tale luogo non potrebbe essere utilizzato per i lavori massonici.
Riguardo al termine Dedicazione, possiamo dire che, probabilmente, l’origine dello stesso è ecclesiastica. Troviamo questo termine, infatti, nel Cerimoniale dei Vescovi della Chiesa Cattolica, nell’occasione in cui una Chiesa viene “dedicata a un Santo o altro”[36]. È forse questo il motivo per il quale Haunch lo definisce un rito religioso? La Dedicazione di una Chiesa può essere compiuta all’atto della sua Fondazione con l’intento, appunto, di dedicare la Chiesa al Signore con un rito solenne, secondo l’antichissima consuetudine della Chiesa. Spetta al Vescovo, a cui è affidata la cura di una Chiesa particolare, dedicare a Dio le nuove Chiese erette nella sua diocesi[37]. Il rito di Dedicazione, al di là dell’aspersione di incenso, non ha nulla in comune con il Rito massonico di consacrazione di un Tempio. Una cerimonia chiamata di Rededication la troviamo nel Ceremonial della Gran Loggia di Scozia, ma si riferisce alla “Cerimonia osservata quando una Loggia ‘figlia’ celebra un’occasione come un centenario, bicentenario, ecc.”, una cerimonia, questa, evidentemente senza alcuna componente esoterica ed iniziatica.
In conclusione, l’utilizzo del termine Dedication ci sembra non solo inesatto, ma addirittura fuorviante rispetto alla ritualità di cui stiamo trattando.
Ma la parte che più ci interessa, e ci lascia perplessi, del testo di Hauch, è quella in cui Haunch, riferendosi alla cerimonia così come si potrebbe dedurre da “Manner of Constituting” di Anderson del 1723, commenta che “Ciò può implicare qualche procedura di natura più o meno esoterica”. Cominciamo col dire che se tali ‘pratiche’ osservate all’interno della Libera Muratoria hanno, secondo Haunch, una qualche valenza esoterica, allora non si tratta di procedure, bensì di rituali, e i rituali liberomuratori non possono che essere integralmente esoterici, in quanto rivolti a, e praticati da, iniziati, in uno spazio precedentemente consacrato. Definire, poi, il rituale “più o meno esoterico” contribuisce a dare un’idea della Libera Muratoria confusa, distorta, ma soprattutto ambigua. Così come non si può essere più o meno iniziati, non vi può essere un rituale svolto in maniera più o meno esoterica, altrimenti, come dice Guénon, si finirebbe col “giocare al rituale”, cioè con l’adempiere ai riti iniziatici ignorandone il senso e tralasciando di penetrarli.
Haunch contribuisce a creare non poca confusione anche quando definisce il rituale di Consecration e Dedication, “religioso nella forma”. Infatti, i rituali in uso nella Libera Muratoria non possono essere definiti religiosi, in quanto esiste una sostanziale differenza tra ‘riti iniziatici’ o esoterici e ‘riti religiosi’ o exoterici.
I riti iniziatici, per loro intrinseca natura, sono riservati a pochi e si rivolgono a un’élite munita di particolari requisiti, la cosiddetta ‘qualificazione’, mentre i riti religiosi si rivolgono indistintamente a tutti i membri di una determinata credenza e hanno un fine salvifico. Definire il rituale massonico ‘religioso’ crea confusione e rischia di trasformare la Libera Muratoria in un sincretismo incoerente, una mera sovrapposizione di elementi di diversa provenienza.
La Libera Muratoria, infatti, non può essere considerata una religione, né tantomeno un suo sostituto. Essa si configura, piuttosto, come un percorso iniziatico (spirituale), che mette a disposizione strumenti conoscitivi e metodologici utili a intraprendere un cammino di crescita personale e di ampliamento della propria dimensione interiore. È vero che nel rituale liberomuratorio compaiono preghiere e invocazioni; tuttavia, queste non andrebbero lette in senso confessionale, bensì come manifestazioni di una spiritualità intesa quale esperienza graduale e consapevole di avvicinamento al Principio divino. Un processo che, nel tempo, può condurre il Libero Muratore a una trasformazione profonda del proprio essere, fino a configurarsi come un autentico mutamento ontologico.
Il Rituale come ‘ierofania’
Cosa è, o dovrebbe essere, quindi, un Rituale? Un Rituale, per lo storico delle religioni Mircea Eliade, rappresenta una vera e propria ‘Ierofania’, ossia una manifestazione del Sacro. Il Sacro, sostiene Eliade, non è un momento storico dell’umanità ma è strettamente legato alla coscienza religiosa dell’uomo. L’esperienza del Sacro permette all’uomo di realizzare il suo incontro con la Trascendenza, con il Divino, con Dio. L’oggetto o l’essere rivestito della dimensione sacrale, attraverso la manifestazione del Sacro (ierofania), costituisce per l’homo religiosus il mezzo per entrare in comunicazione con la potenza soprannaturale. Elementi insostituibili di questo tragitto sono il simbolo e il rito; soltanto tramite essi, infatti, la mediazione è possibile. Eliade asserisce che ogni uomo è, in quanto tale, ‘homo religiosus’, la sua realizzazione non è il prodotto di un processo naturale, ma il risultato di una ‘Iniziazione’; conseguentemente, l’Iniziazione andrebbe considerata come l’esperienza esistenziale costitutiva della condizione umana.
Una cosa che, comunque, mi sembra del tutto impossibile è immaginare in che modo potrebbe funzionare lo spirito umano senza la convinzione che nel mondo vi è qualcosa di irriducibilmente reale. È impossibile immaginare come potrebbe far la sua comparsa la coscienza senza conferire significato agli impulsi e alle esperienze dell’uomo. La coscienza di un mondo reale e significativo è intimamente legata alla scoperta del sacro. Tramite l’esperienza del sacro, lo spirito ha còlto la differenza tra ciò che si rivela come reale, forte, ricco e significativo, e ciò che è sprovvisto di queste qualità, ovvero il flusso caotico e periglioso delle cose, il loro apparire e il loro scomparire fortuito e privo di senso… Tuttavia, bisogna ancora insistere su questo punto: il sacro non è uno stadio nella storia della coscienza, è un elemento nella struttura di tale coscienza. Ai gradi di cultura più arcaici, vivere in quanto essere umano è, in sé, un atto religioso in quanto l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore di sacramento. L’esperienza del sacro è inerente al modo di essere dell’uomo nel mondo. Senza l’esperienza del reale – e di ciò che non lo è – l’essere umano non potrebbe costruire se stesso[38].
Per Eliade ciascun rito, mito, cosmogonia o dio, costituisce, quindi, una manifestazione del Sacro nell’universo mentale di coloro che lo hanno accolto. Conseguentemente, anche il Rituale liberomuratorio (ma dipende ovviamente dal Rituale) dovrebbe essere considerato a tutti gli effetti una ierofania, cioè una manifestazione del Sacro.
Un oggetto diventa sacro nella misura in cui incorpora (cioè rivela) una cosa diversa da sé… L’oggetto diventa una ierofania soltanto nel momento in cui cessa di essere un semplice oggetto profano e acquisisce una nuova dimensione: la sacralità[39].
Nella Cerimonia di Consacrazione di una Loggia, il ‘Quadro di Loggia’, grazie appunto alla cerimonia di Consacrazione, all’incensamento, alle deambulazioni, alle ‘parole sacre’ pronunciate, diventa, ora, un oggetto ‘Sacro’ (“qualsiasi cosa può diventare ierofania”[40]).
La Consacrazione, ossia l’istituzione di uno spazio sacro, nelle civiltà arcaiche e tradizionali è sempre avvenuta secondo norme antichissime e in riferimento a una rivelazione originaria che, “in principio”, avrebbe manifestato l’archetipo dello spazio sacro. Tale modello primordiale è stato poi riprodotto nel tempo ogni volta che si è eretto un nuovo Tempio, e a questa medesima struttura simbolica si sono ispirati anche i rituali liberomuratori. La Loggia, e i suoi componenti, sono stati tramite il Rituale ‘consacrati’, si è creato, consapevolmente, qualcosa di differente da tutto ciò che lo ha preceduto, ossia dal ‘profano’. I Fratelli hanno ‘scelto’ di partecipare a un evento ‘Sacro’:
Una ierofania presuppone una scelta, un distacco netto dell’oggetto ierofanico dal resto circostante… Il distacco dell’oggetto (o persona) ierofanico avviene, in ogni caso, almeno nei riguardi dell’oggetto (o persona) stesso, perché l’oggetto diventa una ierofania soltanto nel momento in cui cessa di essere un semplice oggetto profano e acquisisce una nuova “dimensione”: la sacralità[41].
Consacrare uno spazio attraverso un preciso orientamento rituale significa, in senso profondo, “cosmizzarlo”: renderlo, cioè, conforme al Cosmo, che, in quanto opera divina, è sacro nella sua stessa costituzione. “Cosmizzare” implica il passaggio dal caos all’ordine – come ricorda la formula rituale dell’esaltazione nell’Arco Reale: “Eterno Dio, al cui comando il mondo è sorto dal caos, e ogni cosa della natura ha avuto origine”. In questa prospettiva, la consacrazione di un Tempio o di una Loggia si configura come imitazione dell’atto cosmogonico: una ripetizione rituale dell’azione primordiale, poiché nel rito si rinnova simbolicamente il gesto creativo divino. Il primo atto consiste nella consacrazione del suolo, che viene trasformato in un “Centro”, uno spazio qualitativamente distinto dall’ambito profano circostante. In seguito, si dà vita a un “soggetto” rituale, la Loggia, anch’essa consacrata, affinché possa operare in quello spazio entro un tempo altrettanto sacro. Emblematica, in tal senso, è la datazione della Bolla di Fondazione di ogni Loggia, retrodatata di quattromila anni: un’indicazione simbolica che allude alla dimensione metastorica e atemporale entro cui il rito viene ogni volta rinnovato e compiuto.
La cosmogonia è il modello tipologico di tutte le costruzioni, ogni Tempio imita e, in un certo senso ripete, la Creazione del mondo; ogni Tempio, infatti, sta al “centro dell’universo”, e in questa accezione la sua costruzione è stata possibile soltanto abolendo lo spazio e il tempo profani, creando uno spazio sacro, uno spazio trascendente.
Iniziamo, quindi, col dire che l’usanza di orientare il Tempio è già un atto che rientra nel mondo del sacro. L’orientamento del Tempio, infatti, si rifà a quello che per i popoli primitivi era l’orientamento nello spazio, cioè la divisione dello spazio in quattro orizzonti, che equivaleva a una ‘fondazione’ del mondo. Questa ‘fondazione’ del mondo ha lo scopo di trasformare il caos in ordine, far diventare il Tempio il centro del mondo. L’accesso al ‘Centro’, che simboleggia il rito di passaggio dal profano al sacro, dall’effimero e dall’illusorio alla realtà e all’eternità, dalla morte alla vita, dall’uomo alla divinità, equivale a una consacrazione, a un’iniziazione[42]. Il simbolismo del ‘Centro’ è fondamentale nei riti di fondazione, ed è tramite la simbologia dei costruttori di cattedrali che è sopravvissuto nel mondo occidentale fino ai giorni nostri. L’antica concezione del Tempio come imago mundi, l’idea che esso riproduca l’universo nella sua essenza, si è trasmessa, infatti, all’architettura sacra dell’Europa cristiana, alla basilica dei primi secoli dopo Cristo, alle cattedrali medievali, al Tempio massonico, che riproducono, simbolicamente, la Gerusalemme celeste.
Nel ‘Rituale di Fondazione’ di una Loggia – spazio destinato a divenire il luogo dell’Opus dell’Adepto – il primo gesto essenziale consiste nello spargere chicchi di grano sul pavimento in cui la Loggia si riunirà. Questo atto simbolico trasforma idealmente quello spazio in un “campo”, una terra feconda chiamata ad accogliere un seme. Il grano, immagine di potenzialità e rinascita, allude, infatti, a un processo di germinazione interiore: da quel suolo consacrato dovranno idealmente sorgere uomini rinnovati, rigenerati attraverso il lavoro iniziatico. In tal modo, il luogo rituale si configura come terreno di coltivazione spirituale, dove l’opera compiuta conduce a una trasformazione profonda dell’essere:
Il Campo, come la Terra, rappresenta l’insieme degli stati e dei princìpi chiusi dentro la corporeità, cioè la corporeità presa in senso integrale. Il Seme è soprattutto l’Oro volgare, che “separato dalla Miniera (dalla vita universale) è come morto”: ma gettato nella Terra, o Campo, dopo esservisi putrefatto, rinasce e porta in atto il principio di cui conteneva le potenzialità: donde un simbolismo ulteriore tratto dal regno vegetale, che nasce e vien su dalle “profondità” della Terra: alberi, fiori, giardini, e via dicendo[43].
Successivamente, durante il prosieguo della cerimonia, saranno le molteplici circumambulazioni a trasformare ulteriormente il luogo in un Témenos, un luogo sacro o, alchemicamente parlando, nel vaso alchemico, ossia il recipiente trasformativo all’interno del quale avverrà l’Opera. La circumambulazione, quindi, produrrà la costruzione di quel ‘recinto’ (Témenos, appunto) che rappresenterà, oltre che un’area dove svolgere la funzione sacra, che delimita e nello stesso tempo fa sussistere lo spazio del sacro, anche un ‘contenitore’ dove verranno liberate le energie inizialmente caotiche e contrapposte, per portarle a un loro ricongiungimento: è la dinamica alchemica del solve et coagula. Per questo, il simbolo del Témenos non rappresenta soltanto una forma espressiva, ma esercita anche un’azione, quella di tracciare un sulcus primigenius, un magico solco intorno al centro della personalità più intima, al fine di evitarne la dispersione o di tenerla lontana da distrazioni provenienti dal mondo esterno[44].
Possiamo ritrovare gli stessi analoghi significati nei riti circumambulatori dell’antica Roma, riti, peraltro, presenti anche presso altri popoli indoeuropei (greci, celti, indiani eccetera); questi riti, compiuti sulla superficie della terra (epictoni) sembravano trarre origine dal movimento circolare o, meglio, ellittico degli astri, come ricorda lo studioso tradizionalista Marco Baistrocchi:
Il movimento rotatorio, coadiuvato dall’opportuno elemento, doveva pertanto provvedere a purgare, rimuovere, allontanare, lavare l’impurità e, quindi, espiare l’errore commesso, pagandone il fio: solo dopo aver “sciolto” l’impurità, il fango in forma liquida (lues), ci si poteva ritenere purificati, liberi dall’onere contratto e riportare in equilibrio la bilancia con la divinità[45].
Questi riti circumambulatori, erano sostanzialmente di due tipi e possedevano significati e valori profondamente diversi: il rito circumambulatorio ‘destrorso’ si sviluppava da sinistra a destra, in senso orario, seguendo il movimento del sole, e aveva un carattere fausto e propizio, in quanto ritenuto l’espressione dello sviluppo della vita e per questo si svolgeva in una atmosfera gioiosa e felice; il rito circumambulatorio ‘sinistrorso’, si produceva in una conversione a sinistra, si realizzava, cioè, da destra a sinistra, in senso, quindi, antiorario e cioè contrario al movimento diurno apparente del sole, e, al contrario del precedente, aveva un carattere infausto e mortifero e come tale si svolgeva in una atmosfera triste e lugubre[46].
La circumambulazione è fondamentalmente un rito di orientamento e spesso viene percepita come la ripetizione umana del movimento apparente del Sole. Il significato di questa riproduzione dell’ordine naturale si manifesta anche in alcuni testi rituali dell’Induismo, come il Satapatha Brahmana e i Grhysasutra, che riferiscono al movimento del Sole performances rituali operate nel corso di cerimonie che intendono assicurare le benedizioni degli dèi. L’azione di percorrere un cerchio secondo la direzione del Sole è conosciuta come pradaksina, “andare verso destra”. Nella tradizione degli Indiani d’America e in quella induista, così come in molte altre tradizioni, invertire la direzione del cerchio era considerato un capovolgimento dell’ordine naturale ed era associato a varie calamità o alla morte. Il movimento circolare verso sinistra, all’incontrario del corso apparente del Sole, era detto prasavya nella tradizione induista, ed era associato alla mano sinistra e ai riti dei defunti, agli antenati e ai naga, o serpenti[47]. Nel XVI secolo, questo movimento circolare in direzione innaturale fu chiamato in Inghilterra widdershins e venne associato al pericolo, alla magia e alle streghe[48].
Anche nell’antica tradizione cultuale buddhista la circumambulazione aveva grande importanza, specialmente la circumambulazione dello stupa, con la sua cupola emisferica che in origine doveva contenere una reliquia del Buddha.
Nell’antica tradizione ebraica, l’assedio di Gerico condotto da Giosuè dimostra il potere del Signore nell’accerchiare la città. Per sei giorni le truppe di Giosuè, guidate dall’Arca dell’Alleanza e dai sette sacerdoti con le sette trombe fatte con i corni di ariete, girarono per una volta intorno alla città; al settimo giorno fecero sette giri e, immediatamente, il muro della città crollò a terra (Gs 6). Nell’ebraismo più recente i percorsi di circumambulazione (haqqafot) erano compiuti per contrassegnare un terreno sacro e anche, probabilmente, per ricordare il potere del Signore che era accanto ai figli di Israele durante l’assedio di Gerico. Nella tradizione cristiana la circumambulazione costituisce una cerimonia importante dei riti di consacrazione. Quando, ad esempio, venne consacrata, nel 1976, la nuova basilica di Nostra Signora di Guadalupe, a Città del Messico, la processione di consacrazione percorse un giro tutto intorno all’edificio, aspergendolo con acqua santa.
Delimitazione e Segretezza
Dalla necessità di delimitazione dello spazio sacro che ospiterà il rito, consegue un’altra caratteristica della Libera Muratoria e di tutte le società iniziatiche: la segretezza. Con tale termine non si vuole indicare l’operare nell’ombra, bensì la necessità di segregarsi dal resto del mondo, per confinarsi in un luogo sacro, nel quale si cerca il contatto con una dimensione superiore, lontano dal resto del mondo che permane in uno stato di caos e instabilità. È solo attraverso il distacco dalla cacofonia della vita mondana che si può cercare di intraprendere il sentiero verticale: “Il segreto non è un accorgimento per celare qualcosa che altrimenti sarebbe palese per tutti. Il segreto segnala che si è entrati in un’area dove tutto, a cominciare dal significato, è interno ad un recinto. Il segreto è il luogo isolato dal recinto, come il quadro dalla cornice”[49].
Lo spazio sacro è, dunque, in primo luogo, uno spazio delimitato, ritualmente costituito, che si differenzia dal restante spazio profano. L’azione del delimitare, già presente nei riti più antichi come quelli vedici, è il tentativo di dare ordine, creare un fondamento nel mezzo della instabilità ed impermanenza delle cose. Da un lato vi è l’esercizio di un potere, che si esplica nell’esigenza di dominare e controllare lo spazio delimitandolo, dall’altro un profondo senso di precarietà della Terra. L’azione del delimitare è esercizio e manifestazione di un potere divino in quanto in grado di produrre una ierofania, o meglio, una cratofania, tale da rendere quello spazio, delimitato e sottratto al fluire del tutto, dimora del sacro. Come ricorda Mircea Eliade:
La ierofania, dunque, non ha avuto soltanto l’effetto di santificare una data frazione dello spazio profano omogeneo, ma assicura anche per l’avvenire il perdurare di questa sacralità. Là, in quella zona, la ierofania si ripete. Il luogo si trasforma così in una fonte inesauribile di forza e di sacralità, che concede all’uomo, all’unica condizione di penetrarvi, la partecipazione a quella forza e la comunione con quella sacralità[50].
Da queste parole di Eliade possiamo comprende il perché in un Tempio massonico, come in qualsiasi ‘spazio consacrato’, non andrebbero svolte altre attività al di là quelle strettamente iniziatiche.
La fondazione di un Tempio massonico, dunque, appare come una cerimonia con spiccate caratteristiche esoteriche, il cui rituale viene, come abbiamo potuto vedere, conseguentemente definito di Consacrazione. Il Tempio ha sempre avuto un prototipo celeste. L’Antico Testamento più volte lo rivela, a partire da quando Jahvé mostra a Mosè, sul Monte Sinai, l’esatta forma del santuario che dovrà erigere per Lui:
Costruirete il tabernacolo con tutti gli arredi, esattamente secondo il modello che ti mostrerò… Guarda e costruisci tutti questi oggetti secondo il modello che ti ho mostrato sulla montagna[51].
Alla luce di tali premesse, sono fermamente convinto che la scelta del Duca di Sussex di affidare la creazione di due Rituali del Craft e dell’Arco Reale (che nella simbologia e struttura si differenziavano enormemente dai precedenti) a due ministri di culto, il Rev. Hemming e il Rev. Brown (il primo dei quali Doctor in Divinity, ossia un vero e proprio ‘teologo’), non sia stata certamente casuale, ma frutto di un fondamentale progetto, articolato e coerente, di ‘spiritualizzazione’ della ritualità inglese. Progetto che, a quanto pare, è stato compreso da pochissimi.
In conclusione, cos’è un Rituale, nel nostro caso un Rituale liberomuratorio che possiede evidenti connotati riconducibili al ‘Sacro’? Possiamo rispondere che esso è semplicemente una ‘manifestazione del Sacro’, ossia una ierofania:
Ogni documento può considerarsi una ierofania, nella misura in cui esprime a modo suo una modalità del sacro fra le innumerevoli varietà esistenti. Ogni documento è prezioso per noi, in virtù della duplice rivelazione che realizza: 1) rivela una modalità del sacro in quanto ierofania; 2) rivela, in quanto momento storico, una posizione dell’uomo rispetto al sacro… Questi documenti li abbiamo chiamati ierofanie, perché ciascuno rivela una modalità del sacro… Consideriamo per ora ciascun documento – rito, mito, cosmogonia o dio – come formante una ierofania; in altri termini, cerchiamo di considerarlo come una manifestazione del sacro nell’universo mentale di coloro che lo hanno accolto[52].
In qualche luogo, in un dato momento storico, ciascun gruppo umano ha trasfigurato per proprio conto un certo numero di oggetti, animali, piante, gesti, trasformandoli in ierofanie[53].
Le interpretazioni del Rituale
Le differenze riscontrabili nei due diversi approcci analizzati, quello esoterico e quello etico-morale, sono sostanzialmente determinate, quindi, dalle differenti modalità di ‘interpretazione’ del rituale. Questo, a seconda dei casi, potrà essere approcciato o in una forma allegorica, moraleggiante, o alla maniera anagogica, quella che permette la ricerca di significati più profondi. In questo secondo approccio è evidente che i Tre Gradi della Libera Muratoria rappresentano sempre degli ‘Stati Coscienziali’ e non ‘Stadi morali’.
L’allegoria, veicolo del significato allegorico-morale, sebbene distinta dal simbolo, veicolo del significato anagogico, gli è tanto profondamente legata quanto il senso letterale lo è al senso allegorico. La Verità, infatti, non sarebbe esprimibile senza il velo dei segni e dei tipi; solo attraverso l’anafora, attraverso, cioè, un movimento ascensionale dall’apparente al nascosto, l’uomo può innalzare se stesso fino all’interpretazione spirituale, appunto dall’allegorica all’anagogica e il cui mezzo principale è, come detto, il simbolo. Quindi, l’interpretazione del rituale implicherebbe, così, ermeneuticamente tre ‘livelli’ distinti, che si elevano gli uni rispetto agli altri in un movimento ascensionale, strettamente simbolico.
Per René Alleau:
Soltanto a questo terzo grado comincia l’iniziazione ai ‘grandi misteri’ del simbolo, che non sono né cosmologici né antropologici né teologici ma teogonici. Infatti, non appartengono né al linguaggio della natura né a quello della cultura e neppure alla scienza della religione e alle sue diverse branche e dottrine, ma i loro misteri sono radicati nelle profondità del Misterioso[54].
Se interpretato in forma anagogica, ossia esoterica, nel rituale riconosceremo necessariamente gli innumerevoli influssi di altre forme tradizionali che lo hanno ispirato, contaminazioni di tipo misterico, ermetico, neoplatonico e rosacrociano.
Facciamo dei semplici esempi. Come sappiano, i ‘Tre Princìpi’ su cui è fondata la Libera Muratoria sono: l’Amore Fraterno, il Conforto e la Verità. Utilizzando l’interpretazione anagogica, potremmo intendere per Verità la ‘ricerca’ della Verità, cioè il ritorno a Dio, un itinerario che l’uomo può iniziare a percorrere solo mediante il ritorno a se stesso. Ma, come detto, della Verità è possibile anche un’interpretazione ‘moraleggiante’. Così, infatti, la interpreta lo storico inglese John Hamill:
Il candidato all’iniziazione impara presto nella sua carriera massonica che i princìpi base della Massoneria sono Amore Fraterno, Conforto e Verità… Verità nel senso di tendere, sforzarsi di raggiungere (to strive) alte regole morali e conducendo una vita, sotto tutti gli aspetti, in maniera più onesta possibile[55].
Un altro esempio di interpretazione anagogica o, in alternativa, morale, si riscontra quando, durante il rituale della Cerimonia di Iniziazione, ci viene chiesto di ‘spogliarci dei metalli’. Utilizzando l’interpretazione anagogica, con questa formula s’intende la liberazione da tutti i condizionamenti, le sovrastrutture sociali e culturali acquisite fino a quel momento, perché solo ‘spogliandosi di tutto’ l’anima dell’uomo può ricongiungersi con l’Uno. Spogliarsi di tutte le cose, infatti, non vuol dire impoverire o annullare se stesso, ma, al contrario, eliminare tutto ciò che è inessenziale per trovare l’essenziale, per permettere all’anima di tornare a se stessa. Se interpretiamo la stessa frase con un approccio allegorico-moraleggiante, per metalli intenderemo semplicemente l’attaccamento alle ‘cose materiali’, alla profanità, da cui ci si dovrebbe staccare o prendere le distanze.
Un ulteriore esempio di questo possibile approccio ermeneutico al rituale potremmo riscontrarlo in riferimento al momento in cui viene tolta la benda al Candidato all’Iniziazione: il Maestro Venerabile fa in quel momento riferimento al precedente stato di oscurità dell’iniziando, ma se in un’accezione allegorica potremmo vedere in esso un riferimento alla sua ‘ignoranza’ conoscitiva, da un punto di vista anagogico dobbiamo intendere l’oscurità nella quale la sua vita spirituale è stata da lui vissuta fino a quel momento. Scrive a proposito lo studioso di materie esoteriche inglese Julien Rees:
Il nostro approccio a qualsiasi lavoro massonico, in qualunque grado, può quindi richiedere una preparazione tale da “metterci nel giusto stato mentale”, aiutandoci a rilassarci, ma anche ad adattarci alle esigenze del lavoro massonico che stiamo per intraprendere. Come esempio, dopo che l’Apprendista Accettato ha prestato il suo giuramento, il Maestro Venerabile gli chiede: “Essendo stato mantenuto per un tempo considerevole in uno stato di oscurità, qual è, nella tua attuale condizione, il desiderio predominante di un cuore puro?”. Consideriamo per un momento che il Maestro Venerabile potrebbe non riferirsi semplicemente al periodo in cui il candidato è stato bendato, ma piuttosto al fatto che egli possa essere stato, spiritualmente, in uno stato di oscurità per gran parte della sua vita. Questo candidato potrebbe aver trascorso molto tempo a prepararsi per questo momento[56].
È evidente che la scelta di seguire la strada dell’interpretazione allegorico-moraleggiante, con le sue peculiari dinamiche, invece di quella anagogico-esoterica, rappresenta una scelta prettamente personale, dettata dalle proprie ‘attitudini’ e ‘predisposizioni’.
Come detto, certamente l’interpretazione anagogica, basata più sui simboli che sulle allegorie, ci consente di collegare il significato letterale del testo a un significato più alto, che è in corrispondenza con la realtà sovrannaturale, codificato nei simboli; il significato anagogico ci conduce in questo modo al divino e non può che essere analizzato che dal Libero Muratore che lo sceglie, in forma esegetica.
In conclusione, nella ritualità liberomuratoria è imprescindibile il ricorso al linguaggio simbolico, anzi, potremmo a ragione asserire che quella liberomuratoria è a tutti gli effetti rappresentabile come una vera e propria ‘esperienza simbolica’; infatti, come in ogni Mistica, il suo linguaggio porta il Liberomuratore a ricorrere a metafore sensibili come il tocco, la vista, la luce, il suono, azioni che suggeriscono un’esperienza corporale prima che intellettuale, anche se le due sono poi inseparabili, in quanto l’esperienza corporale è comunicabile sempre tramite un intermediario.
Ritualità e Post-modernità
Il 13 giugno 2012, il Gran Maestro della Gran Loggia del South Wales and Australian Capital Territory, Obbedienza massonica ‘regolare’, in una sua allocuzione ha categoricamente ‘proibito’ l’utilizzo del termine “Esoterico” e simili, in quanto l’uso di tale termine avrebbe potuto essere male interpretato portando ‘detrimento’ all’Ordine. Successivamente, lo stesso Gran Maestro specificava, però, che i lavori di approfondimento per una corretta conoscenza massonica sarebbero dovuti avvenire tramite una comprensione dei ‘segreti’ e dei ‘misteri’ del Craft, approfondimenti che dovranno, però, essere soltanto ‘speculativi’ e non ‘esoterici’. Si proibivano, tra l’altro, argomenti riguardanti l’alchimia, il misticismo profano (?), il rosacrucianesimo, l’occultismo, praticamente, aggiungo, tutti quei fenomeni che hanno da secoli ‘contaminato’ il pensiero e la simbologia liberomuratoria permettendone così la nascita[57]. Coloro che non avessero rispettato tale divieto sarebbero stati ‘espulsi’ dall’Ordine. Evito ulteriori citazioni (gravi) sull’argomento prodotte da altri alti rappresentanti della Libera Muratoria internazionale, per evitare di essere ulteriormente ‘politicamente scorretto’…
Come concludere? Per Eliade la via spirituale, rivolta al trascendente, dell’uomo moderno è, oggi, esclusivamente “inconscia”, ossia solo l’inconscio è rimasto ancora “religioso”, “Sacro”, ma “una società areligiosa non esiste ancora (io credo, per conto mio, ch’essa non possa esistere, e che se si realizzasse, perirebbe in capo a qualche generazione, di noia, di nevrastenia e mediante suicidio collettivo”[58], conseguentemente:
La decadenza culturale non rappresenta che una prima fase di un processo molto più complesso. Il camuffamento o addirittura l’occultamento del sacro e, in generale, dei significati spirituali caratterizza tutte le epoche crepuscolari. Si tratta della sopravvivenza larvare del senso originale, che diventa così irriconoscibile[59].
L’homo religiosus, che per Eliade rappresenta l’‘uomo totale’,quindi non è mai del tutto desacralizzato e addirittura è dubbio che ciò sia mai possibile. A livello della vita cosciente, la secolarizzazione ha un indubbio successo: le vecchie idee teologiche, i dogmi, le credenze, i rituali, le istituzioni, ecc., vengono infatti progressivamente privati di significato. Ma nessun uomo normale e dotato di vitalità può essere ridotto alla propria attività conscia e razionale, dato che l’uomo moderno sogna ancora, s’innamora ancora, ascolta la musica, va a teatro, guarda film, legge libri, vive insomma in un mondo storico e naturale ma anche in un mondo privato, esistenziale, e in un universo immaginario[60].
Tempo fa ho avuto modo di leggere uno scritto della prof.ssa Anna Maria Isastia, docente di Storia contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma, nonché studiosa della Libera Muratoria. Nel suo saggio, la prof. Isastia definisce la Libera Muratoria come una “Associazione dalle mille sfaccettature e dai contorni indefiniti” e, proseguendo, sostiene che “Gli studi esoterici, sui quali si sono affannati tanti studiosi, rappresentano spesso il punto di vista del solo estensore del saggio e comunque questo tipo di studi attrae un numero minimo di fratelli”. Infine, giunge alla conclusione che “La maggior parte dei massoni ha una cultura esoterica molto modesta e forse un 10% di loro vi si dedica in maniera seria e regolare”[61]. Riguardo la situazione della Libera Muratoria nel mondo, personalmente ritengo che la percentuale individuata dalla prof. Isastia sia decisamente ottimistica.
La progressiva de-sacralizzazione e de-mitizzazione del mondo moderno hanno contribuito, nella maggior parte dei casi, a far smarrire alla Libera Muratoria il significato più profondo della propria dimensione esoterica e iniziatica. Nel tempo, infatti, l’Ordine ha talvolta perso la consapevolezza autentica della propria natura originaria, con il rischio che alcuni rituali vengano percepiti e praticati in modo distante dal loro senso primigenio. Questa tendenza appare particolarmente evidente nella progressiva perdita di significato che talvolta accompagna cerimonie fondamentali, come quelle di Consacrazione del Tempio e di una Loggia. Se non si recupererà la comprensione dei contenuti esoterici che costituiscono il fondamento dei rituali massonici, la Libera Muratoria rischierà di ridursi a una semplice forma associativa, svuotata del suo autentico valore iniziatico e simbolico.
Dimenticare la natura iniziatica della Libera Muratoria significherebbe, infatti, non riconoscere più che il suo scopo essenziale consiste nel perfezionamento dell’individuo attraverso il Rito. In termini propriamente liberomuratori, questo processo è rappresentato simbolicamente dalla squadratura della pietra grezza e dalla sua trasformazione in pietra cubica della maestria, secondo le regole dell’Arte. Qualora non si intervenga per recuperare e valorizzare tali significati, il rischio è che le residue forme rituali e iniziatiche – radicate in antiche dottrine metafisiche ed esoteriche – finiscano per degradarsi ulteriormente, trasformandosi in un sincretismo superficiale e pseudo-iniziatico, privo della profondità che ne costituiva l’essenza originaria. In una parola, nient’altro che Kitsch… dozzinale, banale e di cattivo gusto.
[1] John Hamill, The Craft, Crucible, Great Britain, 1986, pagg. 53-54 [TdA].
[2] Colin F.W. Dyer, In Search of Ritual Uniformity, The Prestonian Lecture for 1973, pagg. 168-169 [TdA].
[3] Per esempio, la Burlington Lodge of Instruction, i cui verbali, a partire dal 1810, sono conservati nella Biblioteca della Gran Loggia e i cui registri di quel periodo includono diversi membri della Loggia dell’Antiquity, 1809-11: AQC, 23.
[4] Colin F.W. Dyer, In Search of Ritual Uniformity, cit., pag. 173 [TdA].
[5] Gould, ed. Poole, III, 108. AQC, XXIII, pagg. 260 e 274.
[6] P.R. James, The Grand-Mastership of the H.R.H. The Duke of Sussex, 1813-1843, Prestonian Lecture for 1962, AQC n.75 (1962), pag. 39 [TdA].
[7] Ivi, pag. 44 [TdA].
[8] Bernard E. Jones, Guida e Compendio per i Liberi Muratori, Atanòr, Roma, 1999, pagg. 221-222.
[9] W. Wonnacott, The Lodge of Reconciliation, AQC, Vol. XXIII, 1910, pag. 218 [TdA].
[10] Ivi, pag. 234.
[11] P.R. James, The Grand-Mastership of the H.R.H., cit., pag. 40 [TdA].
[12] W. Wonnacott, The Lodge of Reconciliation, cit., pag. 234 [TdA].
[13] Ivi, pag. 255 [TdA].
[14] P.R. James, The Shadbolt MS., AQC 80, 1967, pag. 1 [TdA].
[15] John Hamill, The Craft, cit., pag. 75 [TdA].
[16] Un esempio eclatante è il rituale della Lodge of Living Stone n° 4957 di Leeds, fondata dal noto esoterista Walter Leslie Wilmshurst, ispirato al rituale della Co-Masonry di Annie Besant.
[17] Le Serate Pubbliche della Loggia dei Gran Stewards cessarono nel 1867. L’attività delle Logge di Istruzione per l’insegnamento delle Cerimonie era divenuta una prova delle Cerimonie stesse già certamente nei primi anni Quaranta dell’Ottocento.
[18] Colin F.W. Dyer, In Search of Ritual Uniformity, cit., pagg. 175-177.
[19] William Brown Hextall, The Old Landmarks of the Craft, AQC, XXV, 1912.
[20] Axel J. A. Poignant, The Landmarks, AQC, Vol. XXIV, 1911.
[21] John R. Rylands, The Ancient Landmarks, AQC, Miscellanea Latomorum, Vol. LXXII, 1960 [TdA].
[22] Colin F.W. Dyer, In Search of Ritual Uniformity, cit., pagg. 186-187 [TdA].
[23] P.R. James, The Grand-Mastership of the H.R.H., cit.,pag. 44 [TdA].
[24] Colin F.W. Dyer, In Search of Ritual Uniformity, cit., pag. 192 [TdA].
[25] Mike A. Kearsley, 1814 – Consolidation and Change, The Prestonian Lecture for 2003, pag. 159 [TdA].
[26] Arturo Reghini, Le Parole Sacre e di Passo, Atanòr, Roma, 2008, pagg. 92-94.
[27] Antony R. Baker, W.L. Wilmshurst: His World of Fallen but Living Stone, AQC 119 (2006), pag. 63.
[28] Walter L. Wilmshurst, The Meaning of Masonry, Gramery Books, New York, 1980, pagg. 10-11 [TdA].
[29] Ivi, pag. 13 [TdA].
[30] Ivi, pag. 14 [TdA].
[31] Mircea Eliade nella nota n° 10 del VI paragrafo del II capitolo del suo testo Le Yoga, immortalité et liberté (1954, Payot, Parigi; trad. it., Lo Yoga – Immortalità e libertà, Milano, Rizzoli, 1997) evidenzia come: “I significati della parola samadhi sono: unione totalità; assorbimento in, concentrazione totale dello spirito; congiunzione. La parola viene generalmente tradotta con “concentrazione”, in questo caso però si corre il rischio di confonderlo con dharana. Per questo abbiamo preferito tradurla con “en-stasi”, stasi, congiunzione”.
[32] Neville Barker Cryer, What Do You Know About the Royal Arch?, Lewis Masonic, Hersham, Surrey, 2002, pag. 10 [TdA].
[33] Richard Sandbach, Undestanding the Royal Arch, Lewis Masonic, Hersham, Surrey, 1992, pag. 12 [TdA].
[34] George H. Steinmetz, The Royal Arch, Its Hidden Meaning, Macoy Publishing and Masonic Supply Company, Richmond, Virginia, 1979, pag. 67 [TdA].
[35] T. O. Haunch, The Constitution and Consecration of Lodges under the Grand Lodge of England, AQC 83, pag. 1 [TdA].
[36] Il Cerimoniale dei Vescovi in uso fino a oggi fu pubblicato dal sommo pontefice Clemente VIII nell’anno 1600. Tuttavia, questa edizione non era se non la revisione emendata, secondo i princìpi della riforma tridentina, di un’opera già da tempo approvata. Infatti, il Cerimoniale dei Vescovi era succeduto agli Ordines Romani, che dalla fine del VII secolo tramandavano le norme delle azioni liturgiche presiedute dai romani pontefici. Più recentemente, Leone XIII (1878-1903), nel 1886, ordinò che fosse pubblicata una nuova edizione tipica del Cerimoniale dei Vescovi, conservando interamente il libro terzo, per quanto non fosse più di alcuna importanza, essendo stato ormai soppresso lo Stato Ecclesiastico o ridotto alla Città del Vaticano. Finalmente, il Concilio Ecumenico Vaticano II ordinò che fossero riformati tutti i riti e libri sacri e così fu necessario rifare completamente e pubblicare sotto nuova forma anche il Cerimoniale dei Vescovi.
[37] Cerimoniale dei Vescovi, pagg. 140-141.
[38] Mircea Eliade, La prova del labirinto. Intervista con Claude-Henry Rocquet, Jaca Book, Milano, 2002, pagg. 139-140.
[39] Ivi, pagg.15-16.
[40] Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pag. 15. “Un oggetto diventa sacro nella misura in cui incorpora (cioè rivela) una cosa diversa da sé… Una ierofania presuppone una scelta, un distacco netto dell’oggetto ierofanico rispetto al resto circostante.
[41] Ivi, pagg. 15-16.
[42] Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Gallimard, Paris, 1949, pag. 35.
[43] Julius Evola, La Tradizione Ermetica, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006, pag. 96.
[44] Carl Gustav Jung, Commento al Segreto del Fiore d’Oro, 1929, pag. 35.
[45] Marco Baistrocchi, Il Cerchio Magico. Riti Circumambulatori in Roma antica, Libri del Graal, Roma, 2010, pag. 6.
[46] Ivi, pag. 123.
[47] Diana L. Eck, in Mircea Eliade, Dizionario dei riti, Jaca Book, Milano, 2018, pagg. 105-106.
[48] Sul tema, in un saggio di William Wynn Westcott, The Religion of Freemasonry Illuminated by the Kabbalah (Ars Quatuor Coronatorum, vol. I. pp. 73-77), leggiamo: “La perambulazione del candidato sotto adeguata guida è un’appropriata imitazione della cerimonia dei Misteri antichi. Un altro residuo della stessa forma era, fino a tempi recenti, ed è forse ancora presente in Scozia, l’usanza delle Highlands del Deasil, che consisteva nel camminare tre volte attorno a una persona nel senso del sole, per ottenere un effetto favorevole. Perambulare in senso contrario al sole era chiamato Widdershins ed era considerato un presagio e un atto nefasto” [TdA].
[49] Roberto Calasso, L’Ardore, Adelphi, Milano, 2010, pagg. 288-289.
[50] Mircea Eliade, Traité d’histoire des religions, Payot-Paris, 1948, pag. 333.
[51] Esodo, 25, 8-9.
[52] Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, cit., pagg. 4-13.
[53] Ivi, pag. 14.
[54] René Alleau, La Scienza dei Simboli, Sansoni, Firenze, 1983, pag. 115-116.
[55] John Hamill, The Craft, cit., pag. 12.
[56] Julien Rees, The Stairway of Freemasonry, Lewis Masonic, London, 2007, pag. 16 [TdA].
[57] EDITTO DEL GRAN MAESTRO ANNUNCIATO ALLA GRAN LOGGIA – 13 GIUGNO 2012:
Il 12 maggio 2010, il Board of Management ha approvato una risoluzione che stabilisce i princìpi che regolano la ricerca esoterica. Questi princìpi sono fondamentali per la pratica della Massoneria Regolare. Affinché non vi siano dubbi sul fatto che essi vincolino ogni Fratello e ogni Loggia in questa giurisdizione, ho deciso di renderli oggetto di un editto del Gran Maestro. Su mia richiesta, il Board of Management ha revocato la propria risoluzione affinché possa essere sostituita dal seguente editto, che entra in vigore immediatamente.
- L’Educazione e l’Istruzione massonica autorizzate e ufficiali sono “Regolari” solo quando applicate alla Libera Muratoria Accettata o Speculativa (Massoneria Regolare).
- A causa delle interpretazioni ampiamente divergenti che possono esserne date, sono preoccupato per l’uso non qualificato del termine “esoterico”, o di qualsiasi suo derivato o estensione, all’interno della Massoneria Regolare. Tale uso deve essere evitato, poiché è stato e può essere frainteso a danno della Massoneria.
- Incoraggio tutti i Massoni a progredire quotidianamente nell’acquisizione della conoscenza massonica. La speculazione e la discussione entro i Landmarks dell’Ordine sono da lodare.
- Nella Massoneria Regolare, la discussione e l’esposizione interpretativa riguardano esclusivamente il progressivo acquisire della conoscenza massonica orientata alla comprensione dei segreti e dei misteri della Massoneria, promuovendo la fratellanza degli uomini sotto la paternità di Dio. Per evitare qualsiasi equivoco, tale discussione ed esposizione regolare sarà definita “speculativa” e il termine “esoterico” non dovrà essere utilizzato.
- La Massoneria Regolare non ammette al suo interno alcuna forma di esoterismo che comprenda o tenda verso occultismo, stregoneria, alchimia, astrologia, misticismo profano, trascendentalismo, soprannaturalismo, druidismo, rosacrocianesimo, satanismo o qualsiasi concetto o movimento correlato a questi. La presentazione, l’approvazione e/o la promozione di tali argomenti in qualsiasi Loggia sotto la UGL del NSW e ACT, sia che la Loggia sia aperta, aggiornata, in ricreazione o chiusa, o in qualsiasi funzione connessa o associata alla Loggia, deve essere considerata irregolare ed è severamente vietata.
- Qualsiasi violazione di questo Editto costituisce grave condotta non massonica e sarà trattata di conseguenza.
- Il Gran Maestro può, di volta in volta, concedere dispense per permettere la presentazione di elaborati sull’esoterismo che altrimenti costituirebbero una violazione di questo Editto. Una dispensa può essere concessa secondo termini e condizioni che il Gran Maestro riterrà opportuni. Una richiesta di dispensa deve essere presentata per iscritto al Gran Maestro tramite il Gran Segretario. Normalmente, sarà concessa solo se l’elaborato proposto è un autentico e appropriato lavoro di ricerca massonica.
[58] Mircea Eliade, Giornale, Boringhieri, Torino, 1976, pag. 302.
[59] Mircea Eliade, Le messi del solstizio. Memorie 2. 1937-1960, Jaca Book, Milano, 1995, pag. 124.
[60] Mircea Eliade, La nostalgia delle origini, Morcelliana, Brescia, 2000, pag. 10.
[61] Anna Maria Isastia, Mito e realtà della Massoneria, in Massoneria e Chiesa Cattolica, Religioni e Sette nel Mondo, Trimestrale di cultura religiosa, Anno VII, Numero 3, Bologna, 2003-2004, pag. 112.
