(AGENPARL) - Roma, 1 Aprile 2026 - C’è un dato che dovrebbe togliere il sonno ai vertici dell’INPS e, soprattutto, al Consiglio di indirizzo e vigilanza (CIV) presieduto da Roberto Ghiselli: i crediti per contributi evasi continuano a crescere. Nel 2025 hanno raggiunto quota 193 miliardi di euro, contro i 182 miliardi del 2024. Un’enormità. Un macigno contabile. Un segnale che non può essere archiviato con una formula di rito o con l’ennesima relazione annuale piena di allarmi e povera di conseguenze operative.
Lo stesso CIV ha definito il tema “rilevante”. Ed è difficile dargli torto. Ma, a questo punto, la questione non è più soltanto rilevante: è diventata strutturale, sistemica, perfino imbarazzante. Perché a fronte di una montagna di crediti accumulati, l’INPS non brilla affatto nella capacità di recuperarli, e i numeri fotografano una macchina che rincorre l’evasione con strumenti insufficienti e con risultati modesti.
La stessa relazione del CIV osserva che l’evasione contributiva accertata resta sostanzialmente stabile nel quadriennio, attorno ai 500 milioni di euro, a fronte di una evasione stimata superiore ai 10 miliardi l’anno. Tradotto: si intercetta solo una frazione minima del problema. Nel frattempo, il numero degli ispettori è sceso da 884 a 736 e quello delle ispezioni da 10.576 a 8.311. È il quadro di un arretramento, non di un rafforzamento.
E poi c’è il dato più preoccupante di tutti: l’INPS perde il 48% delle cause. Una soccombenza di questa portata, per un ente pubblico, non è una fisiologia. È un sintomo. Dice che c’è un problema di istruttoria, di strategia, di selezione del contenzioso, di qualità degli atti, di coerenza interna. In altre parole: non basta inseguire i crediti; bisogna sapere quali sono esigibili, contro chi vanno fatti valere, e in quale sede.
Qui si apre il punto centrale, quello che il CIV non può più limitarsi a registrare ma deve finalmente governare: i crediti ancora concretamente riscuotibili dentro le procedure fallimentari devono essere aggrediti con tempestività, competenza e rigore, perché lasciare che si perdano per inerzia, disorganizzazione o scarso coordinamento significa arrecare un danno diretto alla finanza pubblica e, in ultima analisi, ai contribuenti e ai lavoratori.
Il caso Gruppo Editoriale Umbria 1819: un esempio da manuale di ciò che non dovrebbe accadere
Il fallimento del Gruppo Editoriale Umbria 1819 S.r.l., procedura R.G. Fall. n. 46/2016 del Tribunale di Perugia, è un caso emblematico.
Da un lato, emerge una circostanza documentale molto chiara: l’INPS si è insinuato al passivo fallimentare. Non si tratta di un’ipotesi o di una ricostruzione di parte, ma di una circostanza risultante dalla documentazione trasmessa dalla stessa sede provinciale di Perugia. Nella dichiarazione integrativa del 26 febbraio 2026, l’Istituto ha attestato crediti già insinuati al passivo per 210.050,54 euro, comprensivi di:
- TFR per 145.867,68 euro;
- crediti diversi e ultime tre mensilità per 350,27 euro;
- contributi aziende DM per 63.832,59 euro.
Non solo. L’INPS ha precisato di essere intervenuto, quale gestore del Fondo di Garanzia istituito ai sensi dell’articolo 2 della legge 29 maggio 1982, n. 297, surrogandosi nei diritti degli ex dipendenti per il pagamento del trattamento di fine rapporto e delle ultime tre mensilità.
Dall’altro lato, la documentazione richiamata nella contestazione del 27 marzo 2026 segnala che la procedura fallimentare presentava, al 31 dicembre 2025, una disponibilità liquida di 873.098,46 euro. Quasi novecentomila euro in cassa. Una cifra che rende la vicenda ancora più delicata: perché se i crediti INPS sono già stati insinuati e se la procedura dispone di liquidità significativa, la domanda diventa inevitabile: perché quei crediti non risultano ancora soddisfatti o almeno chiaramente accantonati?
È qui che il caso smette di essere una controversia tecnica e diventa un problema di vigilanza.
La regola è semplice: il credito previdenziale si coltiva nella procedura, non fuori dalla procedura
La materia, sul piano giuridico, non è affatto oscura.
Gli articoli 51 e 52 del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 stabiliscono il principio del concorso: dopo la dichiarazione di fallimento, nessuna azione esecutiva individuale può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento, e ogni credito deve essere fatto valere nella sede concorsuale.
Gli articoli 31, 42 e 43 della legge fallimentare attribuiscono al curatore l’amministrazione del patrimonio fallimentare e la legittimazione relativa ai rapporti patrimoniali compresi nella procedura. Lo stesso assetto è oggi riprodotto dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, a conferma della continuità del principio.
La Corte di Cassazione, in modo costante, ha chiarito che l’obbligazione contributiva grava sulla procedura concorsuale, non sulla persona fisica del curatore, e neppure sui soggetti ormai cessati dalla carica, salvo specifiche e autonome responsabilità da accertare.
In questo quadro, il punto politico-amministrativo è limpido: se l’INPS ha già individuato il luogo corretto di tutela del proprio credito, cioè il passivo fallimentare, allora deve presidiare quel credito fino al suo soddisfacimento, non disperdersi in azioni inefficaci o in contenziosi sbagliati.
Il paradosso: l’INPS sa insinuarsi, ma non sempre sa incassare
Il caso Umbria 1819 mette in scena il paradosso perfetto dell’INPS contemporaneo: l’ente conosce la sede corretta per insinuarsi, certifica il credito, tutela formalmente la propria posizione, ma poi sembra non esercitare con la necessaria determinazione la fase successiva, quella decisiva: la riscossione dentro la procedura.
E qui il problema non è soltanto giuridico. È manageriale. È istituzionale. È di governance.
Perché se il CIV segnala ogni anno l’esplosione dei crediti contributivi, l’insufficienza dell’azione ispettiva, la riduzione del personale, l’alto tasso di soccombenza in giudizio, allora il suo compito non può limitarsi a fotografare il dissesto. Deve pretendere una linea operativa chiara:
- mappatura dei crediti realmente esigibili nelle procedure concorsuali;
- monitoraggio centralizzato dei fallimenti capienti;
- verifica dei tempi di insinuazione, accantonamento e riparto;
- interlocuzione sistematica con curatori, giudici delegati e tribunali;
- escalation interna quando crediti pubblici già ammessi restano inspiegabilmente non riscossi.
In altri termini, il CIV deve uscire dal letargo. Non basta denunciare che gran parte dei 193 miliardi è inesigibile. Il punto è un altro: quello che è ancora esigibile deve essere inseguito fino in fondo. E se ciò non accade, occorre domandarsi dove si inceppa la catena: negli uffici territoriali, nelle piattaforme informatiche, nell’area legale, nell’ispettorato, nella segreteria di presidenza, o nella vigilanza strategica.
Un credito pubblico non riscosso in una procedura capiente è un fallimento dell’ente creditore
Nel caso perugino, la contestazione mossa alla sede INPS non è astratta. È concreta: si fa notare che l’Istituto ha certificato crediti insinuati al passivo per oltre 210 mila euro, ha persino riservato il calcolo di ulteriori sanzioni civili e oneri accessori al momento del saldo, e tuttavia non risulta aver fornito una risposta pienamente convincente sul perché, a fronte di una massa liquida consistente, non vi sia stato ancora il soddisfacimento del credito o un chiarimento documentato sul punto.
La risposta del 24 marzo 2026 della Direzione Provinciale di Perugia ha contestato ogni censura, ha richiamato l’articolo 55 della legge fallimentare in tema di interessi e accessori, e ha attribuito a un errore del portale Ve.Ra. la trasmissione della certificazione a soggetto non legittimato. Ha inoltre sostenuto che, allo stato, “nessuna contestazione né alcuna indagine” sarebbe da muovere all’operato della curatela.
Ma è proprio questa conclusione, così netta e così rapida, a destare perplessità. Perché se c’è un credito pubblico insinuato, se c’è una procedura con disponibilità liquide rilevanti, se il rischio di aggravio per accessori non è economicamente neutro, allora un supplemento di istruttoria non è un capriccio: è un dovere.
La vera domanda al CIV: volete vigilare o semplicemente verbalizzare?
Il punto finale, politico prima ancora che tecnico, riguarda il ruolo del Consiglio di indirizzo e vigilanza.
Se il CIV è davvero l’organo che deve orientare e vigilare, allora deve prendere in mano casi come quello di Umbria 1819 e chiedere conto all’Istituto di almeno cinque cose:
primo, quanti crediti già insinuati in procedure concorsuali capienti risultano ancora insoddisfatti;
secondo, quali strutture territoriali stanno seguendo davvero l’evoluzione di quei passivi;
terzo, quanti crediti pubblici subiscono aggravamenti o ritardi per mancata interlocuzione con le curatele;
quarto, quante volte l’INPS apre contenziosi individuali quando il credito dovrebbe essere coltivato nel concorso;
quinto, quali responsabilità organizzative emergono laddove il recupero non venga perseguito con la diligenza dovuta.
Perché se il problema viene descritto ogni anno come “rilevante”, ma poi i crediti continuano a crescere, le ispezioni a diminuire, le cause a perdersi e le procedure fallimentari capienti a restare senza una pressione efficace dell’ente creditore, allora il rischio è che il CIV diventi un osservatorio passivo del disastro, non il suo correttore.
L’INPS faccia l’INPS
Il caso del Gruppo Editoriale Umbria 1819 S.r.l. dimostra che non tutto è perduto, ma molto rischia di esserlo se manca la volontà amministrativa di seguire il credito pubblico fino al recupero effettivo.
L’INPS ha il dovere di contrastare l’evasione contributiva. Ma ha anche il dovere, una volta accertato il credito e una volta insinuatosi nel passivo, di riscuotere ciò che è ancora esigibile, specie quando una procedura dispone di attivo significativo.
E il CIV, se vuole essere più di un organo notarile, deve pretendere che l’Istituto smetta di inseguire in modo scoordinato posizioni marginali e si concentri, finalmente, su ciò che conta: recuperare i crediti veri, recuperabili, documentati, ammessi, e ancora vivi dentro le procedure concorsuali.
Altrimenti i 193 miliardi resteranno quello che già sembrano: non un bilancio del recupero, ma il monumento all’inerzia.
