(AGENPARL) - Roma, 30 Marzo 2026 -
Caro Direttore,
la vicenda del tredicenne che ha accoltellato la sua docente la conosciamo tutti. È finita sui giornali, nei talk, nei commenti indignati.
Sappiamo bene che non è un episodio isolato. Ce ne sono altri, meno eclatanti ma ugualmente significativi. Minori, violenza, ragazzine coinvolte in dinamiche che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili.
Questa fa più scalpore per le modalità, il coltello, l’abbigliamento, tutto studiato.
Non è follia improvvisa; è strategia, progettazione, ricerca di visibilità, di approvazione, di un progetto descritto prima e condiviso online.
E non possiamo rifugiarci nell’alibi dell’immaturità. Quel ragazzo sapeva cosa stava facendo e che a tredici anni non si va in carcere. Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a farci capire che qualcosa è cambiato.
Confesso che, di fronte a tutto questo, verrebbe voglia di tornare alla scuola di Cuore, alla figura del maestro Perboni, a Garrone, al rispetto, all’autorità educativa, a un tempo in cui i riferimenti erano chiari. Ma sarebbe un’illusione. E dobbiamo essere onesti: non tornerà.
Il problema non è il singolo docente. Non è neppure la famiglia, anche se proprio le famiglie, spesso, consegnano uno smartphone a otto anni, aprono profili, cercano di essere amici più che guide, e così facendo rinunciano al ruolo che dovrebbero avere. I punti di riferimento si sono dissolti, questo è evidente.
Quelle famiglie, inoltre, si pongono la domanda sbagliata: “a che età posso dargli lo smartphone?” quando quella giusta sarebbe: a che età posso mettere in mano a mio figlio una sala giochi aperta ventiquattr’ore, una videoteca senza controlli di accesso, una piazza senza sorveglianza, aperta a chiunque, e anche molto peggio? La risposta è scomoda.
E fermarsi qui è troppo comodo.
Vorrebbe dire negare che c’è anche una responsabilità nei ragazzi, che crescono in una cultura della comodità e della scorciatoia. Tutto subito, tutto facile, tutto accessibile. Senza attesa, senza fatica, senza profondità.
Ma anche questo non basta a spiegare ciò che sta accadendo.
Perché il vero problema è un altro, ed è più profondo: non abbiamo capito che non stiamo più parlando con lo stesso essere umano di una volta, ma con una persona nuova.
Da tempo lo chiamo Homo Googlis.
È il soggetto nuovo, sempre connesso con la mente che si è adattata al sistema della macchina. Uno scrollatore seriale, abituato a consumare contenuti più che a comprenderli. Una mente esposta a un’informazione che non produce maggiore conoscenza ma, al contrario, una progressiva semplificazione del pensiero.
Una generazione non a caso chiamata copia-incolla, dove sapere significa trovare, non capire e che vive in un ecosistema dove l’apparire prevale sulla sostanza e dove si viene misurati a colpi di like dai membri del branco.
Se non partiamo da qui, non troveremo nessuna soluzione.
Non si può continuare a ragionare con categorie che non esistono più. Non si può insegnare come se il contesto fosse rimasto invariato. Non si può educare ignorando che l’ambiente in cui questi ragazzi crescono è progettato per catturare attenzione, ridurre lo sforzo, sostituire il pensiero.
Il punto non è insegnare meglio, ma è capire a chi stiamo insegnando.
E finché non avremo il coraggio di costruire un sistema educativo per questa nuova specie umana, continueremo a inseguire emergenze, senza mai governarle.
Avv. Gianni Dell’Aiuto
