(AGENPARL) – Mon 09 March 2026 *Cnpr forum: “Sanità pubblica tra sostenibilità e diritti”*
*Ciocchetti (FdI): “Da governo risorse mai spese prima per SSN”*
*Mazzella (M5s): “SSN sottofinanziato rispetto a media Ocse”*
*Cattoi (Lega): “Ridurre divario Nord Sud”*
*D’Alfonso (PD): “Servono più risorse umane”*
“Il confronto tra il sistema sanitario italiano e quelli degli altri Paesi
europei non è semplice, perché i modelli organizzativi sono molto diversi.
In Germania la sanità è collegata alla previdenza e si basa anche sul ruolo
delle mutue. Un’impostazione simile si ritrova in Francia, dove lavoratori
pubblici e privati sono assistiti attraverso forme mutualistiche. Il
modello più vicino al nostro è quello della Gran Bretagna, che però dispone
di risorse finanziarie maggiori.
Per quanto riguarda l’Italia, è necessario continuare ad aumentare gli
investimenti nella sanità. Le risorse destinate al Servizio sanitario
nazionale sono passate dai 125 miliardi del 2022 ai 143,9 miliardi previsti
per il 2026, con un incremento di oltre 18 miliardi.
Però è necessaria anche una riorganizzazione del sistema: investire nella
prevenzione, migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e anziani e
utilizzare le tecnologie per anticipare i bisogni di salute e favorire le
cure domiciliari.
L’Italia ha un numero di medici superiore alla media europea, ma restano
criticità legate alle scuole di specializzazione e alle retribuzioni del
personale sanitario.”
Lo ha dichiarato *Luciano Ciocchetti* (FDI) vicepresidente della
commissione Affari sociali alla Camera, nel corso del Cnpr forum “Sanità
pubblica tra sostenibilità e diritti: quale futuro per il servizio
sanitario nazionale?”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e
degli esperti contabili, presieduta da *Luigi Pagliuca*.
Insufficienti le risorse destinate alla sanità secondo *Orfeo Mazzella*
(M5S) vicepresidente della commissione Affari sociali e sanità a Palazzo
Madama: “Il livello della spesa sanitaria italiana, inferiore alla media
dei Paesi Ocse, come evidenziano i dati della Corte dei conti e le analisi
di organismi indipendenti come la Fondazione Gimbe, finisce per trasferire
parte di questo deficit sulle famiglie. Le conseguenze ricadono soprattutto
su anziani non autosufficienti, persone con disabilità, chi convive con
patologie gravi e chi si rivolge ai pronto soccorso, affrontando lunghe
attese anche solo per ottenere una diagnosi.
È, quindi, necessario aumentare le risorse destinate a un delicato
comparto, che risulta sottofinanziato. Attualmente la spesa sanitaria
pubblica in Italia si attesta intorno al 6,3 per cento del Pil, mentre la
media Ocse supera il 7,1 per cento. Il calcolo pro capite ci colloca
inoltre al quattordicesimo posto tra i Paesi Ocse e all’ultimo tra quelli
del G7, con un divario complessivo stimato in circa 43 miliardi di euro.
Numeri che confermano una realtà evidente nella vita quotidiana dei
cittadini. È indispensabile non solo incrementare i finanziamenti al
Servizio sanitario nazionale, ma anche migliorarne l’organizzazione,
rafforzando l’assistenza territoriale e domiciliare”.
Per *Vanessa Cattoi*, deputata della Lega in commissione Bilancio a
Montecitorio: “Tra il 2010 e il 2015 il sistema sanitario ha subito tagli
lineari per circa 25 miliardi di euro. Ancora più significativo è il dato
relativo al periodo 2010-2019, quindi prima della pandemia, durante il
quale le riduzioni complessive hanno superato i 37 miliardi: è da qui che
bisogna partire per comprendere il contesto attuale. Successivamente è
arrivata l’emergenza Covid, che ha cambiato l’approccio alla spesa
sanitaria anche a livello europeo. In questo scenario il governo ha
invertito la tendenza dei tagli, aumentando in termini assoluti le risorse
destinate al settore. Nel periodo dell’attuale esecutivo sono stati infatti
stanziati oltre 20 miliardi di euro aggiuntivi per la sanità, come
certificato nelle manovre di bilancio. Naturalmente non si tratta solo di
incrementare i fondi, ma anche di usarli in modo più efficiente. Investire
su prevenzione e digitalizzazione è la leva strategica per garantire la
sostenibilità del sistema sanitario in ogni regione. Parallelamente è
essenziale continuare a considerare la formazione delle professioni
sanitarie come un investimento nelle comunità e nel loro futuro”.
A sottolineare le carenze di personale sanitario è *Luciano D’Alfonso*
parlamentare del Partito Democratico in commissione Finanze alla Camera: “È
importante riconoscere che l’Italia e l’Europa si distinguono dalle altre
democrazie occidentali per la capacità di individuare con chiarezza quali
siano i diritti davvero fondamentali. Tra questi, il diritto alla salute
occupa senza dubbio una posizione centrale.
Per garantire che questo diritto sia effettivamente tutelato, è
indispensabile disporre di risorse umane adeguate, sia dal punto di vista
numerico sia sotto il profilo della formazione. L’attuale dotazione di
personale sanitario deve quindi essere rafforzata, così come occorre
investire nelle risorse tecnologiche e organizzative necessarie per
rispondere alla domanda di salute dei cittadini.
Questa domanda si manifesta in forme diverse: dalla gestione delle
emergenze e delle acuzie, alla cura delle patologie croniche e delle
condizioni di fragilità legate all’invecchiamento della popolazione, fino
alla crescente richiesta di prestazioni diagnostiche. Per affrontare queste
sfide è necessario ricostruire un sistema realmente integrato, capace di
collegare in modo efficace le strutture ospedaliere specializzate con la
medicina territoriale e con il ruolo dei medici di base”.
Nel corso dei lavori moderati da *Anna Maria Belforte* il punto di vista
dei professionisti è stato illustrato da *Eleonora Linda Lecchi*,
commercialista e revisore legale dell’Odcec di Bergamo: “Se oltre un quarto
della spesa è a carico delle famiglie, il rischio è una sanità legata al
reddito. Dobbiamo evitare che chi guadagna meno rinunci alle cure, come
avviene già per oltre quattro milioni di italiani, senza compromettere
l’equilibrio dei conti pubblici. Con una spesa sanitaria inferiore alla
media dei Paesi avanzati, il nodo è aumentare le risorse o spenderle
meglio. Abbiamo più medici della media OCSE ma meno infermieri e carenze
nell’assistenza territoriale. Il problema è la distribuzione del personale,
insieme alla programmazione e al modello organizzativo. La priorità è
quella di ridurre le liste d’attesa”.
Le conclusioni sono state affidate a *Paolo Longoni*, consigliere
dell’Istituto nazionale esperti contabili: “È sicuramente necessario
aumentare le risorse destinate alla sanità pubblica, ma anche utilizzarle
in modo più efficiente. Il vero nodo è capire come farlo, perché servono
capacità politiche e organizzative adeguate. In questa prospettiva,
l’introduzione di una nuova politica di ticket selettivi, calibrati in base
al reddito, potrebbe rappresentare uno strumento utile per reperire
ulteriori risorse.
Le questioni principali da affrontare sono due. La prima riguarda la
necessità di ripensare complessivamente il sistema sanitario affinché
rimanga equo, solidale e universale, rimettendo al centro il ruolo delle
professioni sanitarie e rivedendo il peso della politica nelle scelte
programmatiche e organizzative. La seconda riguarda la gestione delle
emergenze sanitarie e sociali, sempre più frequenti, improvvise e spesso
violente, alle quali è indispensabile garantire risposte rapide ed
efficaci”.
*nella foto da sinistra in senso orario Luciano Ciocchetti, Orfeo Mazzella,
Luciano D’Alfonso e Vanessa Cattoi*
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