(AGENPARL) - Roma, 7 Marzo 2026L’approccio analitico tipico degli ingegneri applicato non solo agli ambiti tecnici e settoriali ma anche alle questioni di interesse collettivo. Con questo spirito, questa mattina – 7 marzo – è stato affrontato il tema del referendum confermativo sulla giustizia (22 e 23 marzo 2026), durante un confronto – promosso dall’Ordine degli Ingegneri della provincia di Catania – che ha visto avvicendarsi giuristi, avvocati e magistrati.
«L’Ordine, oltre a rappresentare la categoria e garantire la qualità dell’operato professionale, vuole essere anche un luogo di confronto civile in cui approcciarsi con spirito critico e analitico ai temi sociali, superando le semplificazioni e le contrapposizioni ideologiche», ha esordito il presidente della categoria etnea Mauro Scaccianoce, che ha poi evidenziato come «il tema della giustizia riguarda tutti i cittadini e tutte le professioni. Un sistema giudiziario efficiente, equilibrato e rispettoso delle garanzie costituzionali rappresenta una condizione essenziale per lo sviluppo economico, per la tutela dei diritti e per la fiducia nelle istituzioni».
A introdurre l’argomento dal punto di vista tecnico il professore di Diritto Civile dell’Università di Catania Giovanni Di Rosa: «La Costituzione è il documento cardine della nostra convivenza democratica, ma non è un testo immutabile. La stessa Carta prevede meccanismi di revisione, che consentono nel tempo di adeguare l’assetto istituzionale alle esigenze della società. È un equilibrio delicato, che richiede sempre grande consapevolezza e responsabilità». Un punto emblematico di partenza per entrare nel vivo di un tema spinoso anche per gli addetti ai lavori, «la cui lettura accurata e approfondita è essenziale per un dibattito costruttivo, conoscitivo e privo di ideologie».
Una prefazione che ha lasciato spazio a una sintesi delle modifiche costituzionali e agli effetti che potrebbero produrre sull’equilibrio tra indipendenza della magistratura e responsabilità disciplinare. Tre i punti chiave: la separazione delle funzioni tra magistratura requirente (pubblici ministeri) e giudicante (giudici), con l’obiettivo di rafforzare l’imparzialità del giudice; la riorganizzazione degli organi di autogoverno della magistratura, con modifiche nella composizione e nelle competenze; l’istituzione di una Corte disciplinare, il cui compito sarebbe la valutazione di eventuali responsabilità disciplinari dei magistrati.
Elementi che mostrano vantaggi, criticità, proiettano nuovi scenari applicativi e, inevitabilmente, possono essere accolti favorevolmente o meno. Così come emerso dai pareri, riflessioni e approfondimenti dei relatori: Felice Giuffrè (componente CSM e professore di Istituzioni di Diritto Pubblico dell’Università di Catania), Bruno Di Marco (già presidente del Tribunale di Catania), Francesco Antille (presidente della Camera Penale di Catania Serafino Famà) e Vincenzo Mellia (avvocato del Foro di Catania). A sostegno del cambiamento la tesi di Giuffrè, secondo cui la riforma porterebbe a compimento la trasformazione del modello accusatorio, introdotto nel 1988. La separazione delle carriere garantirebbe la maggiore imparzialità del giudice, rafforzando il principio del giusto processo e la parità tra accusa e difesa, passaggio fondamentale per allinearsi ai principi delle democrazie liberali. Altra opinione quella di Di Marco, secondo cui l’attuale Codice è garantista di equità e giustizia. Secondo il già presidente del Tribunale di Catania, per rendere il sistema più efficiente, invece, sarebbe necessario chiarezza su questioni quali la durata dei processi o l’organizzazione degli uffici giudiziari.
Il dibattito finale, in un ping-pong di argomentazioni e richiami storici, ha fornito elementi in più per poter esprimere in modo più consapevole la propria opinione.


