(AGENPARL) - Roma, 26 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Thu 26 February 2026 Il consolidamento bancario tra concorrenza,
stabilità e innovazione
Intervento di GianLuca Trequattrini
Funzionario Generale – Segretario del Direttorio della Banca d’Italia
Convegno dell’Associazione Antitrust Italiana
“Concentrazioni bancarie e concorrenza nel mercato europeo”
Roma, 26 febbraio 2026
Premessa
Negli ultimi trent’anni il mercato bancario è cambiato profondamente. Il consolidamento,
attraverso fusioni e acquisizioni, non è stato un fenomeno marginale: è diventato uno dei
principali strumenti di riorganizzazione del settore, in risposta a pressioni economiche,
tecnologiche e regolamentari che hanno inciso sui modelli di business degli intermediari1.
Questo processo ha riaperto una domanda classica: più concentrazione significa
meno concorrenza? E quale rapporto c’è tra concorrenza e stabilità finanziaria?
La risposta non è semplice. L’approccio antitrust tradizionale, ispirato al paradigma
structure‑conduct‑performance, associa maggiore concentrazione a minore pressione
competitiva e a potenziali perdite di benessere per i consumatori2. Ma l’applicazione
meccanica di questo schema al mercato bancario è sempre risultata problematica.
Infatti, quello bancario non è un mercato come gli altri; è fortemente regolamentato, ad
alta intensità di capitale, caratterizzato da asimmetrie informative e da vincoli prudenziali
molto stringenti. In questo contesto, la dimensione non è solo una possibile fonte di
potere di mercato; può essere anche un veicolo di efficienza, innovazione e capacità di
resistere agli shock3.
“Cross-Market Effects of Consolidation: Evidence from Banking”, di A. Bird, D. Du e S. A. Karoly, in
The Review of Corporate Finance Studies (2024); “Bank mergers and acquisitions in the euro area: drivers
and implications for bank performance”, di I. Figueiras, S. Gardó, M. Grodzicki, B. Klaus, L. Lebastard,
B. Meller and W. Wakker, in Financial Stability Review, November 2021.
Per un inquadramento storico del tema: “Barriers to New Competition: Their Character and Consequences
in Manufacturing”, di J. S. Bain, in “Harvard University Press”, 1956; “The Structure-Conduct-Performance
Paradigm and Antitrust”, di L. W. Weiss, in “University of Pennsylvania Law Review”, 1979; “Economia
industrial,struttura del mercato, condotta delle imprese e performance”, di F. M. Scherer (1985); “The Rise,
Fall, and Legacy of the Structure–Conduct–Performance Paradigm”, di M. T. Panhans, in “Journal of the
History of Economic Thought”, 2024.
“Bank consolidation and uniform pricing”, di J. Granja e N. Paixão, in “Journal of Financial Economics”,
Vol. 176 (in corso di pubblicazione).
Negli anni l’analisi antitrust si è evoluta. Oggi non ci si limita a guardare indicatori
strutturali come CR4 o HHI. Si valutano gli effetti concreti dell’operazione: se genera
potere di mercato unilaterale, se facilita comportamenti coordinati, se produce efficienze
reali e trasferibili ai consumatori.
La letteratura distingue tra effetti unilaterali ed effetti coordinati delle concentrazioni4.
I primi si manifestano quando l’operazione consente all’entità risultante di esercitare
potere di mercato in modo indipendente dai concorrenti, ad esempio attraverso un
aumento dei prezzi o una riduzione della qualità del servizio; i secondi emergono
quando la concentrazione facilita comportamenti collusivi o paralleli tra operatori rimasti
sul mercato. Nel settore bancario entrambe le dimensioni risultano difficili da misurare
a causa della molteplicità dei mercati rilevanti, della differenziazione dei prodotti e
dell’interazione tra concorrenza sui prezzi e concorrenza non di prezzo5.
Dopo la crisi del 2007–2009 il tema della stabilità finanziaria è diventato centrale.
L’esperienza ha mostrato che sistemi bancari molto frammentati possono essere più
vulnerabili a dinamiche di compressione dei margini e assunzione eccessiva di rischio.
Assetti più concentrati possono essere più solidi a livello individuale, ma presentano
rischi sistemici e problemi legati al fenomeno “too big to fail”.
Il punto, quindi, non è scegliere tra concorrenza e stabilità. È capire come bilanciarle, alla
luce del contesto regolamentare e istituzionale.
A tutto questo si sono aggiunti due fattori nuovi: la digitalizzazione dei servizi finanziari6 e
l’ingresso di operatori non bancari (fintech, big tech, shadow banking) hanno intensificato
la pressione competitiva, soprattutto nei segmenti di attività più standardizzati7.
Nel frattempo, i requisiti regolamentari sono diventati più onerosi. I costi fissi sono cresciuti.
La dimensione è diventata sempre più rilevante per sostenere il modello di business.
L’evoluzione del consolidamento
Dagli anni Novanta in poi, il numero delle banche si è ridotto quasi ovunque. Sono
cresciute la dimensione media degli operatori e la presenza di grandi gruppi diversificati.
Alla fine del 2024 il sistema bancario italiano era composto da 134 intermediari (uno in
meno del 2023), ripartiti tra 53 gruppi e 81 banche individuali; il numero di queste ultime
si è significativamente ridotto nell’ultimo decennio, passando da 510 alla fine del 2014 ai
J. A. Ordover, “Coordinated Effects in Merger Analysis: An Introduction”, in Columbia University
Commons, 2007; “The Evolution of Theories of Harm in EU Merger Control”, di T. Duso, L. Bernhardt e
J. Piechucka, DIW Berlin, German Institute for Economic Research, 2024.
A. Osberghaus e H. Degryse, “Competition in Banking: When Banks Compete with Non-Banks”, in
“The Oxford Handbook of Banking”, 2025.
“Literature review on financial technology and competition for banking services”, di H. Bogaard,
S. Doerr, N. Jonker, H. Kiefer, O. Koltukcu, C. Lopez, J. R. H. Ornelas, R. Rambharat, S. Röhrs, F. Teppa,
F. van Bruggen e E. Vansteenberghe, 2024.
Per un’analisi del fenomeno: “Global Monitoring Report on Nonbank Financial Intermediation 2025”,
Report del FSB, 16 dicembre 2025.
134 indicati in precedenza8. Nell’area dell’euro il numero di banche è passato da 10.900
nel 2001 a poco più di 4.300 nel 2022, con una diminuzione del 60%. Nel complesso
dell’Unione Europea si stima che il numero medio di banche per Stato membro sia sceso del
52% tra il 2008 e il 2022, mentre la dimensione media in termini di attivo totale per istituto
sia aumentata di oltre il 70% in termini nominali9. Analoga tendenza è osservabile negli
Stati Uniti, dove il numero di banche commerciali si è ridotto da oltre 8.300 nel 2000 a circa
4.600 nel 2023, in larga parte per effetto di processi di fusione e acquisizione10. Nel Regno
Unito gli istituti autorizzati sono calati da quasi 500 nel 2000 a meno di 300 nel 202311.
In Italia, la rimozione dei vincoli geografici e le privatizzazioni hanno favorito le
aggregazioni. In seguito, requisiti patrimoniali più stringenti, maggiori oneri di compliance
e reporting hanno spinto ulteriormente verso la concentrazione. Per molte banche,
soprattutto di piccole e medie dimensioni, fondersi è stata una scelta quasi obbligata per
diluire costi fissi crescenti su una base operativa più ampia12.
Figura
Fonte: European Banking Federation – EBF, “Facts and Figures 2025”
Banca d’Italia, Relazione annuale 2024.
ECB, Structural financial indicators, 2023.
Federal Deposit Insurance Corporation-FDIC, Quarterly Banking Profile, 2023.
Per un’analisi dettagliata si rinvia a: European Central Bank, Financial Structure Database e Banking
Structures Report 2023; Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), Quarterly Banking Profile, 2023;
Bank of England, Bankstats e Statistical Interactive Database; Federazione Bancaria Europea, Banking
in Europe: EBF Facts & Figures, 2025.
“Il sistema bancario italiano negli anni Novanta. Gli effetti di una trasformazione”, di F. Panetta
(a cura di), 2005.
L’Unione bancaria, peraltro ancora incompleta, ha favorito l’integrazione, ma non ha
eliminato le frammentazioni; il consolidamento è rimasto in gran parte domestico. Sono
nati grandi gruppi nazionali più che veri campioni paneuropei. Anche perché l’assenza di
un sistema pienamente mutualizzato di garanzia dei depositi ha limitato gli incentivi alle
fusioni transfrontaliere13.
Il caso italiano è interessante. Il sistema è passato da una struttura frammentata a un
assetto con pochi grandi gruppi sistemici. Tuttavia, la quota delle prime cinque banche
è scesa dal 60% circa del 2000 a meno del 50% oggi. Segno che il consolidamento
non ha automaticamente compresso la concorrenza a livello nazionale. Restano però
questioni importanti a livello locale: accesso al credito, concorrenza territoriale, inclusione
finanziaria. In alcuni mercati locali, dove la sostituibilità fra operatori è limitata, anche
operazioni poco rilevanti a livello nazionale possono avere effetti significativi14. Per questo
la valutazione deve essere granulare, non solo aggregata15.
Economie di scala e di scopo
La moderna attività bancaria è caratterizzata da costi fissi elevati e costi marginali
relativamente bassi, soprattutto nelle attività quali pagamenti, conti correnti, credito al
consumo.
In questo contesto, le economie di scala contano molto16. Aumentare la dimensione
consente di distribuire su una base più ampia i costi di IT, compliance, gestione del rischio.
Le fusioni possono quindi generare efficienze reali, a condizione che siano verificabili e
trasferibili ai clienti.
Accanto alle economie di scala ci sono le economie di scopo. Offrire più servizi alla
stessa clientela – credito, gestione del risparmio, assicurazioni, pagamenti – consente di
sfruttare sinergie informative e commerciali. La relazione banca‑cliente diventa più ricca
di informazioni e potenzialmente più efficiente nella valutazione del rischio.
Le economie di scala e di scopo sono spesso definite “effetti di rete”, poiché gli operatori
che riescono a catturarle sono in grado di integrare senza soluzione di continuità la
distribuzione dei prodotti, la determinazione dei prezzi e – nel caso delle banche –
la conformità regolamentare, in modi che i concorrenti più piccoli e regolamentati
“OECD Economic Surveys: European Union and Euro Area 2025”, OECD Publishing, July 2025.
“The competitive effect of a bank megamerger on credit supply”, di H. Fraisse, J. Hombert, M. Lé,
in “Journal of Banking & Finance”, Vol. 93, August 2018.
A proposito di operazioni di concentrazione che hanno interessato le banche italiane, osserva il
Governatore Panetta che “queste operazioni sono favorite in primo luogo dall’abbondanza di capitale
in eccesso nel settore bancario. Inoltre, la prospettiva di un restringimento dei margini sull’attività di
prestito, legata alla diminuzione dei tassi di interesse, spinge gli intermediari a ricercare economie di
scala o sinergie produttive”. Panetta F., “L’economia mondiale fra incertezza e trasformazione”, intervento
al 31° Convegno ASSIOM FOREX, Torino, 15 febbraio 2025.
Berger, Allen N., and Lawrence J. Mester, “Scale economies in banking: evidence and implications”, in
Kovner, A., “Do Big Banks Have Lower Operating Costs?” Federal Reserve Bank of New York Staff Report,
2014.
o i nuovi entranti non sono in grado di eguagliare. Tali effetti di rete pongono inoltre
rilevanti rischi in termini di solidità e sicurezza, o persino rischi sistemici, poiché
contribuiscono a una ulteriore concentrazione del potere di mercato.
Ma oltre una certa soglia la dimensione può generare anche diseconomie. Maggiore
complessità organizzativa, problemi di governance, difficoltà di integrazione
post‑fusione17. Non esiste una regola valida in astratto. Ogni operazione va valutata nel
suo contesto.
Tecnologia e costi fissi
La trasformazione digitale ha cambiato radicalmente il settore bancario.
Le innovazioni introdotte dalla digitalizzazione hanno modificato prodotti e modelli
operativi, fino a rendere sempre meno netta la distinzione tra intermediari finanziari e
mercati. La tecnologia non incide solo sugli strumenti utilizzati, ma trasforma in modo
strutturale il modo in cui i servizi finanziari vengono creati, offerti e scambiati.
Questo processo di innovazione mette in crisi i modelli normativi tradizionali, che erano
stati pensati per contesti territoriali ben definiti e per soggetti facilmente individuabili. Oggi,
invece, le operazioni finanziarie si svolgono sempre più spesso attraverso reti informatiche e
piattaforme digitali. I rapporti giuridici si inseriscono in ecosistemi tecnologici che superano
i confini nazionali, rendendo più difficile stabilire chi sia responsabile e quale ordinamento
giuridico debba essere applicato.
In questo nuovo scenario, l’incontro tra domanda e offerta avviene prevalentemente
in ambienti digitali, nei quali l’intermediazione tradizionale si riduce o assume forme
diverse. L’attività di investimento, in particolare, si svolge sempre più attraverso interfacce
digitali, algoritmi e infrastrutture tecnologiche, con conseguenze significative sia sul piano
economico sia su quello giuridico e regolamentare18.
Gli investimenti in tecnologia non sono più opzionali: sono una condizione per restare
sul mercato. Nel 2011 rappresentavano il 2% dei costi operativi delle banche italiane; nel
2023 erano saliti al 7%19.
Le banche sono chiamate a sostenere ingenti spese in infrastrutture IT, tra cui sistemi di core
banking, piattaforme cloud, data governance, intelligenza artificiale per il credit scoring e
il monitoraggio delle frodi, nonché soluzioni avanzate di cybersecurity. Tali investimenti
presentano una struttura di costo tipicamente lumpy, ossia caratterizzata da esborsi iniziali
elevati e benefici che si manifestano nel tempo, rendendo particolarmente onerosa la loro
sostenibilità per gli intermediari di minori dimensioni. In questo contesto, la tecnologia
Basel Committee on Banking Supervision, “Banks – How Big Is Big Enough?” BIS Discussion Note, 2026.
A. Miglionico, “I limiti applicativi della digitalizzazione nell’industria finanziaria”, in Rivista trimestrale
di Diritto dell’Economia, 3/2025.
Banca d’Italia, Relazione annuale cit.
assume quasi le caratteristiche di un bene pubblico interno all’organizzazione bancaria:
una volta sostenuto il costo di implementazione, il suo utilizzo su una base più ampia di
clienti comporta costi marginali ridotti. Di conseguenza, la dimensione diventa un fattore
cruciale anche per massimizzare il rendimento degli investimenti tecnologici. Le fusioni
possono accelerare l’adozione di nuove soluzioni digitali, consentendo di ripartire i costi
su una platea più ampia e di evitare duplicazioni inefficienti20.
Inoltre, la regolamentazione si è fatta più esigente. Il Regolamento DORA, ad esempio,
impone standard elevati di resilienza operativa digitale: governance dei rischi ICT,
segnalazione degli incidenti, test di penetrazione, controllo dei fornitori tecnologici
critici. Tutto questo richiede risorse, competenze e strutture organizzative complesse.
Ancora una volta, la scala conta.
Fintech, big tech e shadow banking
Le banche oggi non competono solo tra loro. Competono con fintech e big tech che
operano soprattutto nei segmenti più standardizzati e scalabili: pagamenti digitali,
credito al consumo, servizi “embedded”. Le transazioni digitali sono esplose negli ultimi
anni. Le big tech stanno entrando anche nel credito.
Stando al Financial Access Survey 2025 del FMI, le transazioni digitali pro‑capite sono
passate da 55 nel 2017 a 251 nel 2024, mentre servizi come Buy‑Now‑Pay‑Later hanno
raggiunto 350 miliardi di dollari di transazioni nel 2024 e peer‑to‑peer lending 62 miliardi.
Inoltre, l’OECD (2024) osserva che quasi metà delle fintech opera nei settori dei pagamenti
e del lending, riflettendo come i nuovi entranti puntino su servizi altamente tecnologici,
personalizzati e a basso capitale, intensificando la pressione competitiva sulle banche
tradizionali. Parallelamente, gli studi del FMI documentano l’espansione dei crediti digitali
delle big tech, con Amazon, Alibaba e altre piattaforme che ampliano la loro presenza nei
mercati del credito.
Questi operatori beneficiano di economie di rete, grandi quantità di dati e – spesso –
di un quadro regolamentare meno oneroso. La competizione non sempre avviene su un
piano perfettamente paritario.
Uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali rileva che gli effetti di rete – inclusi il
finanziamento tramite fonti diverse dai depositi e l’erogazione online del credito – rendono
gli operatori non bancari basati sulla tecnologia più efficienti delle banche. Lo studio non
misura i costi operativi derivanti dalla regolamentazione, che tuttavia appaiono significativi
e conferiscono alle piattaforme tecnologiche un ulteriore vantaggio comparato21.
Ren Xingzi, Ke Song, Kairan Zhu and Xinyu Yang, “Does Digital Transformation Increase Bank Profit
Efficiency? Evidence from China” Pacific-Basin Finance Journal, 2024.
Bogaard Hein et al., “Literature review on financial technology and competition for banking services”,
Basel Committee on Banking Supervision Working Paper 43, June 7, 2024.
Per le banche questo significa margini sotto pressione e necessità di investire in
innovazione e partnership tecnologiche. Ma anche qui servono risorse e massa critica.
Parallelamente cresce lo shadow banking. Intermediari non bancari – quali fondi di
investimento, veicoli di cartolarizzazione e società finanziarie – controllano ormai oltre la
metà degli asset finanziari globali. Nell’area dell’euro una quota significativa del credito
alle imprese è erogata da soggetti non bancari22. Questo riduce la quota di mercato delle
banche, ma non necessariamente il rischio complessivo del sistema.
Conclusioni
Il banking di oggi è un settore in cui economie di scala, economie di scopo ed effetti di
rete giocano un ruolo centrale.
La tecnologia rafforza queste dinamiche. L’intelligenza artificiale e l’uso dei big data
possono amplificare ulteriormente i vantaggi dei soggetti più grandi e più integrati, quali
Amazon, Meta e Google o le maggiori e più diversificate imprese fintech, come PayPal.
Allo stesso tempo, non si devono perdere di vista le ragioni della stabilità finanziaria. In
alcuni casi, l’argomento della failing firm ha giustificato operazioni che rappresentavano
la soluzione meno dannosa rispetto a un’uscita disordinata dal mercato.
L’antitrust nel settore bancario si muove quindi su un terreno delicato, e questa non è
una novità. La tutela della concorrenza non può condurre a trascurare la stabilità: non
si tratta di scegliere tra mercato e stabilità, ma di costruire un equilibrio sostenibile tra
entrambe, in un contesto tecnologico e competitivo in rapida evoluzione23.
Financial Stability Board, “Shadow banking’ growing at double the rate of traditional lenders, FSB says”,
in Reuters, 16 December 2025.
J. Benchimol e C. Bozou, “Desirable banking competition and stability”, in “Journal of Financial Stability”,
Vol. 73, August 2024.
Questa pubblicazione è stata stampata
su carta certificata Ecolabel UE
(numero di registrazione: FR/011/003)
Inoltre l’impatto ambientale connesso con il ciclo di vita della carta utilizzata
è stato compensato con l’acquisto di crediti di carbonio e piantando alberi in aree del territorio italiano.
Grafica e stampa a cura della Divisione Editoria e stampa della Banca d’Italia
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