(AGENPARL) - Roma, 19 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Thu 19 February 2026 A Laura Pernazza (FI) e Donatella Tesei (Lega) risponde l’assessore
Tommaso Bori: “Quando ci siamo insediati abbiamo trovato un
programma FSE+ con un livello di attuazione estremamente basso, in un
anno abbiamo totalmente invertito la tendenza”
(Acs) Perugia, 19 febbraio 2026 – Nella parte riservata al Question
time della seduta consiliare odierna, i consiglieri Laura Pernazza
(FI-prima firmataria) e Donatella Tesei (Lega) hanno chiesto
all’assessore Tommaso Bori informazioni rispetto alla
“Riprogrammazione del PR Umbria FSE+ 2021-2027. Drastica riduzione
delle risorse destinate alla formazione continua dei lavoratori, alle
politiche attive del lavoro e al potenziamento dei servizi per
l’impiego”.
Illustrando l’atto, Pernazza ha spiegato che “con questa
interrogazione mettiamo in discussione non una semplice variazione
tecnica, ma scelte che impatteranno sullo sviluppo economico
dell’Umbria nei prossimi anni. L’Agenzia Umbria Ricerche è chiara: il
declino demografico non è più una tendenza, è un vincolo
strutturale. Entro il 2035 il solo fattore demografico può ridurre in
modo significativo il nostro PIL. La risposta è altrettanto chiara:
aumentare la produttività del lavoro, non c’è altra strada. Il
bollettino Excelsior di Unioncamere ci dice che il 53% delle imprese
umbre dichiara gravi difficoltà nel reperire i profili necessari, ben
sopra la media nazionale del 45,7%. Lo stesso ci dice che le imprese
umbre prevedono quasi 70.000 nuove assunzioni nell’anno. Il lavoro
c’è, ma emerge un problema forte di reperimento dei profili e di
allineamento tra competenze richieste e competenze disponibili. Le
imprese chiedono competenze tecniche, digitali, capacità di innovare,
automatizzare e la quota dei laureati richiesta si ferma intorno al
9%, sotto la media nazionale del 13%. La domanda dei laureati non
assorbe in modo proporzionale questa offerta, privilegiando i percorsi
tecnici. Questo significa che il nostro sistema produttivo ha bisogno
di personale formato, professionalizzato, aggiornato, non solo di
incentivi all’occupazione. E allora la domanda è semplice: come si
aumenta la produttività se si riducono proprio le risorse destinate
alla formazione, all’aggiornamento e alla qualificazione? Con questa
delibera di giunta, a parità di dotazione di 289 milioni, si spostano
risorse massicce dalle politiche per la competitività delle imprese
verso misure redistributive: Formazione continua dei lavoratori:
tagliata del 68%; Corsi per transizione digitale e industriale:
eliminati totalmente; Centri per l’impiego, fondi: tagliati del 55%;
Arpal: perde 28 milioni, il 30,4% della propria dotazione; Misure di
upskilling e reskilling, formazione delle imprese e formazione
dell’apprendistato: azzerate. Tirocini extracurricolari: ridotti da 5
a 4 milioni. Apprendistato professionalizzante: azzerato, un milione
in meno. La formazione diventa uno strumento residuale, non
strategico. Le aziende saranno costrette a fare da sole e in più,
ricordiamolo, dovranno sostenere una tassazione che ridurrà
ulteriormente la loro liquidità. Dove vanno le risorse? Le risorse
vengono sottratte, spostate su misure che, seppur apprezzabili,
sollevano interrogativi seri. Borse di studio universitarie: più 13
milioni. Un incremento massiccio verso l’Adisu che però non affronta
il vero problema del nostro sistema produttivo, la carenza di figure
professionali e tecniche intermedie. Trasporto scolastico
universitario: più 10 milioni, una nuova azione. Il principio è
condivisibile, ma riguarda accessibilità e sostenibilità ambientale.
Ma il rischio concreto è quello di contributi a pioggia, senza
selettività, come dice la relazione, finanziati sottraendo risorse
alle imprese. Un sistema quindi che presenta un problema di fondo: la
mancanza di correlazione tra politiche attive del lavoro e politiche
sociali. Il quadro è chiaro: un programma europeo che nasce per
investire sulle persone e sulla loro capacità di stare nel mercato
del lavoro, viene piegato ad una logica diversa: più trasferimenti,
meno investimenti, più bonus, meno competenze. Il sussidio è
immediato, l’investimento in competenze è strutturale. Il primo
attenua un problema, il secondo genera sviluppo, produttività,
crescite stabili. Chiediamo quindi alla giunta: se c’è la volontà di
rivedere questa delibera e se ritenga necessario riconsiderare
l’entità dei tagli, in particolare ci riferiamo a quelli della
formazione… tagli che riducono gli investimenti in capitale umano
proprio mentre tutti i dati indicano che la produttività e la
qualità del lavoro sono l’unica risposta al declino della nostra
regione”.
L’assessore Tommaso Bori ha risposto che: “L’interrogazione
consente di chiarire l’impostazione che la Giunta sta seguendo
rispetto alla riprogrammazione del Fondo sociale europeo (Fse+) per
gli anni 2021-2027. Ci sono però prima degli antefatti da ricordare.
Quando si è insediata la nuova Giunta – a gennaio 2025 – abbiamo
trovato un programma Fse+ con un livello di attuazione estremamente
basso: appena 6 milioni di euro certificati, a fronte di un target di
39 milioni di euro da raggiungere entro fine 2025 e 89 milioni di euro
entro l’anno 2026. La Commissione europea aveva infatti posto la
Regione Umbria in “sorveglianza rafforzata”, ritenendo a rischio
il raggiungimento degli obiettivi, in particolare su politiche per
l’occupazione e centri per l’impiego. In un anno il nuovo governo
regionale ha totalmente invertito la tendenza. È stato attivato un
monitoraggio rafforzato interno che ha consentito di superare già a
novembre il target per l’anno 2025, evitando la perdita delle
risorse. La Giunta che ci ha preceduto ha omesso completamente di
finanziare le politiche del lavoro, a esclusione di un modestissimo
cofinanziamento regionale di circa 720mila euro nell’anno 2024,
ovvero il 18 percento di un budget totale di appena 4 milioni di euro
destinati agli incentivi alle assunzioni. Per il resto, gli
investimenti cofinanziati erano pari a zero. Sottolineiamo zero.
Appena insediati abbiamo garantito il cofinanziamento regionale
dell’intero programma fino a fine ciclo, mettendo in sicurezza una
programmazione che era stata esposta a seri rischi. Lo ribadisco
ancora una volta. Se non avessimo assicurato in sede di assestamento
il cofinanziamento regionale dell’Fse+ con 28 milioni di euro,
inesistenti nel bilancio di previsione approvato dalla precedente
Amministrazione, non avremmo potuto attivare 155 milioni di euro di
investimenti nel sociale, nella formazione, nell’istruzione e nelle
politiche attive del lavoro. Risorse che saranno destinate a obiettivi
decisivi per il tessuto socio economico come il diritto allo studio,
gli incentivi alle assunzioni, la formazione e riqualificazione
professionale e la marginalità sociale. Abbiamo costruito una
riprogrammazione fondata su alcuni criteri: la capacità reale di
attuazione; la risposta ai fabbisogni del territorio; l’integrazione
del Fse+ con le ultime risorse nazionali del Piano nazionale di
ripresa e resilienza (Pnrr), per evitare sovrapposizioni o sprechi.
Sulle politiche del lavoro abbiamo inoltre integrato le risorse Fse+
con il “Programma Gol” del Pnrr, dove l’Umbria è terza in
Italia per performance: garantiremo così circa 18 milioni di euro tra
economie riassegnate e nuove assegnazioni, a valere sulle risorse del
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