(AGENPARL) - Roma, 13 Gennaio 2026A Davos è tutto pronto: piste innevate perfettamente battute, badge lucidi, panel sul “dialogo globale” e, soprattutto, una discreta ansia da prestazione collettiva. La prossima settimana, infatti, farà la sua comparsa Donald Trump, l’uomo che riesce a entrare in un tempio del multilateralismo parlando di “America First” senza cambiare tono di voce.
Politici, CEO e custodi dell’ordine liberale mondiale saliranno nella località sciistica svizzera con una domanda fissa in testa: come si concilia il credo di Davos — mercati aperti, cooperazione globale e sorrisi di circostanza — con un presidente che considera i dazi una forma d’arte e le organizzazioni internazionali un optional?
“Uno spirito di dialogo” è il tema ufficiale del vertice, una scelta che suona quasi come una battuta involontaria. “Siamo lieti di dare il bentornato al Presidente Trump”, ha dichiarato con diplomatica compostezza Borge Brende, amministratore delegato del World Economic Forum, annunciando la presenza della più grande delegazione statunitense di sempre. Traduzione non ufficiale: meglio averlo dentro la stanza che fuori a twittare.
Trump arriverà armato non di sci, ma di segretari chiave — da Marco Rubio a Scott Bessent — e di una visione del mondo in cui la globalizzazione è una parola da rinegoziare. Ucraina, Venezuela, Iran, Groenlandia e Gaza saranno sul tavolo delle discussioni, mentre i partecipanti cercheranno di “collegare i puntini”, possibilmente senza che qualcuno li sposti.
Brende ha ricordato che “il dialogo non è un lusso, ma una necessità”, frase ripetuta con la stessa convinzione con cui si ripete un mantra durante una turbolenza aerea. Del resto, lo stesso Brende ha ammesso che questo Davos si svolge nel contesto geopolitico più complesso dal 1945, il che non è esattamente un invito alla serenità.
Secondo Karen Harris di Bain & Co., il 2025 passerà alla storia come l’anno della fine della globalizzazione neoliberista. Gli Stati Uniti, ha spiegato, useranno l’economia come strumento di sicurezza nazionale. Una visione che, ironia della sorte, ricorda molto quella cinese. A Davos, insomma, mentre si discute di valori occidentali, Pechino prende appunti.
Non a caso, la Cina sarà presente con il vicepremier He Lifeng, insieme a Ursula von der Leyen e a Volodymyr Zelensky. Sei leader del G7 parteciperanno di persona: manca solo il Giappone, forse impegnato a capire come adattarsi all’era post-post-globalizzazione.
Lo scorso anno Trump, collegato in video, aveva invitato le aziende a produrre negli Stati Uniti o prepararsi a dazi “affettuosi”. Da allora ha fatto di più: ha ritirato Washington da 66 organizzazioni internazionali, confermando che per lui il multilateralismo è un passatempo costoso. Secondo alcuni analisti, il risultato potrebbe essere un mondo sempre più globalizzato… ma senza gli Stati Uniti.
Eppure a Davos si spera ancora. Tra un panel sul clima e un aperitivo a base di networking, gli 850 CEO presenti — da Jensen Huang di Nvidia a Satya Nadella di Microsoft — ascolteranno Trump con attenzione, cercando di capire se questa volta l’“America First” abbia spazio per un “World Second”.
Nel frattempo, Davos stringe i denti, sistema le cravatte e ripete a se stesso che il dialogo è una necessità. Anche quando assomiglia molto a una prova di sopravvivenza diplomatica.
