(AGENPARL) - Roma, 12 Gennaio 2026 - (AGENPARL) – Mon 12 January 2026 Comunicato Stampa
Giovedì 15 gennaio alle 20.30 il nuovo spettacolo del drammaturgo, attore teatrale, scrittore e
regista palermitano. Biglietti disponibili
TEATRO DI MIRANO: IL PREMIO UBU DAVIDE ENIA
PORTA IN SCENA “AUTORITRATTO”
Lo spettacolo ha vinto i recentissimi Premi Ubu 2025 nelle categorie miglior Attore o performer
e Nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica
stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra”: sarà un AUTORITRATTO “al contempo
intimo e collettivo” quello che Davide Enia proporrà al Teatro di Mirano giovedì 15 gennaio
2026 alle ore 20.30. Per questo spettacolo il drammaturgo, attore scrittore e regista palermitano
ha vinto a dicembre 2025 i prestigiosi Premi Ubu 2025 nelle categorie Miglior attore o
performer e Nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica. AUTORITRATTO è il quarto
appuntamento della rassegna di prosa “La Città a Teatro 2025/2026”.
I biglietti sono disponibili in biglietteria al Teatro di Mirano il lunedì dalle 16 alle 17.30, il
mercoledì dalle 12 alle 14, la sera di spettacolo dalle 19.30, on line su www.miranoteatro.it.
LO SPETTACOLO
Lo spettacolo è scritto e interpretato da Davide Enia; le musiche sono composte ed eseguite
dal vivo da Giulio Barocchieri. Le luci sono di Paolo Casati, il suono di Francesco Vitaliti.
Per gli abiti di scena la compagnia ringrazia Antonio Marras. AUTORITRATTO è una coproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di
Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due
Mondi.
Scrive Davide Enia: “Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992. Non ricordo dove fossi, con
chi, quando e dove ho appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice
Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei
compagni, tutte le persone che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto
che non si riempie. Le mie difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto
dolorosa. Ma non è la rimozione una degli effetti della nevrosi? In Sicilia praticamente tutti
abbiamo avuto, almeno fino alle stragi, un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. È un
discorso che ha a che fare con la coscienza collettiva condivisa, con la pratica del quotidiano,
con strutture di pensiero millenarie. Per diverse ragioni, da noi la mafia è stata minimizzata,
sottostimata, banalizzata, rimossa o, al contrario, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata
per quello che è. E, a questo sfocamento dell’oggetto da studiare, è corrisposta una inconscia
introiezione di quelle identiche modalità di comportamento, stesse pratiche, simili scatti emotivi.
Per uno sguardo che indugia su un particolare, a Palermo può partire un aggàddo, una rissa. Il
padre che impone al figlio l’iscrizione a una data facoltà universitaria moltiplica la logica del
patriarca cui si deve obbedire. La difficoltà di nominazione del desiderio e la conseguente
consegna alla dittatura del silenzio rende la logica del Potere pronta ad aggredire e a imporsi
con maggiore facilità. Questo è quindi uno dei problemi che abbiamo con Cosa Nostra: in una
maniera dolorosa e sconcertante, a volte la mafia rappresenta uno specchio della nostra vita
familiare, dei nostri processi decisionali e operativi, del nostro modo di osservare il mondo e
intendere le relazioni, del nostro rapporto con la religione. Sono tutte operazioni che scavano a
livello inconscio, e che proprio nella comune base linguistica creano le prime cicatrici emotive.
In una culla culturale in cui «’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice”», la miglior parola è
quella non detta, che si configura come prima soglia dell’omertà, affrontare per davvero Cosa
Nostra significa iniziare un processo di autoanalisi. Non volere quindi capire in assoluto la mafia
in sé, quanto cercare di comprendere la mafia in me. Questo assunto configura così una
necessaria intelaiatura biografica nella costruzione del testo. A Palermo tutti quanti abbiamo
pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Il primo morto ammazzato l’ho visto a otto
anni, tornando a casa da scuola. Conoscevo il giudice Borsellino, abitava di fronte casa nostra,
sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio. E padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla
mafia, era il mio professore di religione al liceo. Come me, i miei amici, i miei compagni, i miei
concittadini, tutti quanti abbiamo toccato con mano la mafia. Tutti possediamo una costellazione
del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra.
Ecco una costante dei palermitani: sentirsi ovunque costantemente in pericolo. La nevrosi è
inscritta nel nostro orizzonte degli eventi.
Lo spettacolo poi prenderà in esame un caso particolare, un vero e proprio spartiacque nella
coscienza collettiva: il rapimento e l’omicidio di Giuseppe di Matteo, il bambino figlio di un
collaboratore di giustizia, rapito, tenuto per 778 giorni in prigionia in condizioni spaventose e
infine ucciso per strangolamento per poi venire sciolto nell’acido. Una storia disumana che si
configura come l’apparizione del male, il sacro nella sua declinazione di tenebra. Siamo in
presenza dell’orrore, di una ferocia smisurata, di una linea di azioni così abiette da essere
impossibile ogni aggettivazione. E su tutto vibra il sacrificio di una vittima innocente. La
verticalità della vicenda ha in sé tutti i requisiti della tragedia, soprattutto nella formulazione di
domande che non possono avere risposte. Gli strumenti linguistici a disposizione per affrontare
questo lavoro sono quelli che il vocabolario teatrale ha costruito nella mia Palermo: il corpo, il
canto, il dialetto, il pupo, la recitazione, il cunto. È dentro questo linguaggio circoscritto che
questo problema linguistico va affrontato, sviscerato, interrogato, risolto.
Questo nuovo lavoro è una tragedia, una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e
condiviso, un confronto con lo Stato, una serie di domande a Dio in persona.
Per questo, questo lavoro è un autoritratto al contempo intimo e collettivo.”
BIGLIETTI
€ 18 intero / € 15 ridotto (over 65, under 26, convenzioni, cral aziendali, dipendenti del Comune
di Mirano, persone con disabilità) / € 10 studenti / € 8 studenti in gruppo solo in prevendita
(minimo tre persone).
“La Città a Teatro 2025/2026” è promossa dal Comune di Mirano, in collaborazione con
Arteven Circuito Multidisciplinare Regionale, e con La Piccionaia Centro di Produzione
Teatrale, Regione del Veneto, Città Metropolitana di Venezia, Ministero della Cultura,
Commissione Pari Opportunità.
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