(AGENPARL) - Roma, 11 Novembre 2025 - (AGENPARL) – Tue 11 November 2025 Illustri Autorità, gentili Ospiti, care Imprenditrici e cari Imprenditori.
È con vivo piacere e profonda soddisfazione che teniamo oggi la prima Assemblea pubblica del nuovo mandato di Presidenza per il quadriennio 25/29.
Un sentito ringraziamento per la loro partecipazione al Sindaco Zattini per l’ospitalità in questa splendida struttura, al Presidente De Pascale che ci onora della sua presenza, al Vicepresidente di Confindustria Marchesini amico e sostenitore della Romagna, al Vicepresidente della fondazione Edison Prof. Fortis acuto ed anticonformista economista industriale, al Dott. Baroncini, Vicedirettore del Resto del Carlino.
Sento la viva responsabilità dell’incarico di guida dell’Associazione, ma con la profonda convinzione e l’entusiasmo per perseguire gli obiettivi di sviluppo che la base associativa ci ha consegnato con la sua scelta e la sua fiducia.
Confindustria Romagna interpreta la necessità di una visione unitaria del territorio, di una unità minima di programmazione economica per promuovere e tutelare i valori dell’impresa, dell’innovazione, dei legittimi interessi delle proprie aziende.
Siamo orgogliosi di rappresentare circa novecento imprese, quasi cinquantamila dipendenti che esprimono un fatturato di 24 miliardi, destinato per oltre il trenta per cento ai mercati esteri.
Un tessuto industriale con eccellenze nazionali ed internazionali, all’avanguardia in molte tecnologie, con una straordinaria energia imprenditoriale.
Un territorio che raccoglie imprese molto differenziate per dimensione e pluralità di settori, integrate in solide filiere, ma con una comune propensione ad innovare, con un equilibrio fra settore primario, industria manifatturiera, servizi avanzati ed un ben radicato terzo settore.
Un sistema vocato ad una maggiore dimensione, alla creazione di valore, alla generazione di ricchezza distribuita, all’innovazione tecnologica che concorre, con la sua proiezione verso il mondo, alla continua evoluzione culturale.
La forza trainante verso il benessere, l’equità e la modernità.
Il sistema industriale della Romagna si trova ad affrontare questo percorso in un momento economico, sociale e politico complesso pieno di imprevedibilità e di cambiamento degli storici equilibri. Complessità ed imprevedibilità che possono anche portare a valutazioni diversificate a seconda dei periodi temporali presi in considerazione.
Da un lato, una visione puntuale evidenzia un andamento di stabilità e di limitato sviluppo.
Una situazione sui mercati internazionali caratterizzata da una profonda incertezza e da una elevata volatilità della domanda, frenata o accelerata dalle previsioni delle prossime decisioni e da una profonda variabilità da settore a settore in funzione delle diverse misure protettive determinate dai dazi.
Un PIL che, condizionato da una produzione industriale in prolungata flessione, registra una crescita moderata ma costante, pur sospinto dal sostegno degli aiuti del P.N.R.R. e una occupazione che, seppur concentrata su fasce di età più avanzate, mostra una costante crescita, anche in presenza di domande stagnanti.
Le imprese italiane e locali hanno cercato di mantenere intatto il proprio patrimonio di conoscenze ed esperienze in un contesto di risorse scarse (5) e di difficoltà a realizzare investimenti ad alta intensità di capitali, in assenza di adeguate misure di sostegno finanziario e fiscale.
A questo si accompagna una situazione dei conti pubblici in miglioramento, con un apprezzamento dai mercati, con risultati concreti in termini di riduzione dell’incidenza del debito, con un contenimento dello spread verso i titoli pubblici più solidi, che aprono la possibilità di un accesso al credito più agibile e competitivo.
Un quadro che potremmo definire con un ossimoro: di crescita nella stabilità.
Dall’altro lato la valutazione cambia significativamente se estendiamo l’analisi al periodo che ha inizio nei primi anni duemila.
Il trend è del tutto insufficiente, sia per quello che riguarda la produzione complessiva (misurata dall’incremento del PIL), sia per la produttività, perlomeno quella media.
Il distacco dalle altre economie avanzate si è ampliato, pur facendo registrare, negli anni post pandemia, risultati fra i migliori dei Paesi dell’Eurozona. Gli ultimi dati, che saranno illustrati dal Prof. Fortis, sembrano infatti evidenziare una auspicabile inversione di tendenza ed un possibile avvio di una nuova fase, quella definita come un cambio di paradigma.
Medie, grandi imprese, capo filiere con vocazione all’esportazione, hanno spesso registrato risultati in forte controtendenza, anche con effetti positivi di trascinamento sulle imprese più piccole che hanno attenuato le proprie minori prestazioni.
Le aziende esportatrici riescono sempre a sorprenderci per la loro capacità di stare sul campo attraverso tecnologia, innovazione e creatività.
L’analisi dei dati passati, se combinata da una valutazione prospettica degli anni a venire, non cambia il trend della nostra economia.
Le previsioni dell’OCSE e quelle contenute nel DPFP, il documento programmatico di finanza pubblica, contengono una stima di crescita nel triennio inferiori all’uno percento.
Una conferma dell’andamento attuale, accompagnato sicuramente da una prudenza valutativa, ma anche da una insufficiente ambizione programmatica, soprattutto alla luce di queste recenti evidenze.
Va quindi perseguito un obiettivo più ambizioso con solidi contenuti di politica industriale, di transizione digitale ed energetica, di formazione di competenze a presidio dei grandi mutamenti scientifici ed industriali e, in sintesi, con una accelerazione quantitativa.
Una crescita sostenibile, nel rispetto dell’ambiente, equilibrata, equa, ma che non può rinunciare alla creazione di ricchezza.
Questo è il tema su cui va creata nella dialettica sociale e nel confronto politico una vera coesione.
Una condivisione sostanziale sul ruolo strategico dell’impresa, quale asse portante dello sviluppo economico e sociale.
Nonché sul merito, quale criterio di affermazione professionale, di riconoscimento del valore individuale, di garanzia effettiva della mobilità sociale e del corretto processo concorrenziale.
Gli andamenti macroeconomici trovano corrispondenza nel trend della produttività come ben evidenziato nel rapporto del Cnel del 2025.
Dalla metà degli anni ’90 si registra una minor crescita nella produttività con un incremento medio annuo di circa lo 0,2% a fronte del 1,2 % medio dell’UE.
Possiamo quindi affermare che la produttività in Italia è rimasta sostanzialmente ferma.
Con l’avvertenza che il tema della produttività è estremamente complesso ed articolato e che quella complessiva può essere significativamente diversa da quella specifica delle imprese; ed ancora diversa fra le stesse imprese in funzione della dimensione, del settore, della propensione all’evoluzione digitale, della capacità di penetrazione sui mercati internazionali.
I valori medi possono nascondere andamenti opposti.
A questa immobilità ha fatto riscontro un elevato aumento della occupazione ad un tasso vicino al doppio rispetto all’Unione Europea.
Incremento occupazionale causa ed effetto della bassa produttività.
L’occupazione è cresciuta in ambiti spesso a limitato valore aggiunto, spinta dal costo dell’utilizzo delle risorse finanziarie in costante aumento fino ai recenti provvedimenti delle banche centrali del secondo trimestre 2024.
Le imprese, nel loro complesso, sono state spinte ad intervenire più sull’incremento dell’occupazione che non sugli investimenti ad alta intensità di capitale.
Il divario maggiore da colmare è negli investimenti immateriali quali la R&S, lo sviluppo digitale, il software, i sistemi organizzativi, frenati anche dalle incertezze sui trattamenti fiscali ancora in discussione.
L’innovazione ne è risultata rallentata con un aumento del divario tecnologico cumulando un ritardo, nelle piccole imprese, che ha pesato sulle prestazioni di produzione e produttività.
Oltre alla dotazione tecnologica, il livello delle competenze è decisivo nel determinare efficienza produttiva e capacità di sviluppo, così come la propensione all’export e la dimensione d’impresa hanno inciso sui livelli di produttività.
Se quindi la produttività è il motore dell’impresa e del sistema economico appaiono chiare le azioni da porre in essere e le direzioni da seguire.
Gli incrementi di produttività raggiunti sono stati in gran parte vanificati dall’inflazione, frutto della minor efficienza del terziario e della distribuzione.
Ancora una volta la produttività è il fattore chiave per dare risposta al miglioramento delle condizioni retributive e nuova spinta propulsiva.
Per quanto concerne l’export, lo shock dei dazi doganali e l’incerta attesa che ne ha preceduto l’applicazione, determinerà comunque una riduzione dei flussi commerciali complessivi con il rischio di diminuzione della quota detenuta dall’Italia.
La progressiva chiusura dei mercati con strumenti protezionistici porterà alla riduzione dei benefici dell’appartenenza a filiere internazionali.
Siamo convinti che il multilateralismo politico ed economico non possa essere sostituito da una imperativa imposizione di barriere e dazi protettivi le cui conseguenze tenderanno a diffondersi e moltiplicarsi in un sistema a vasi comunicanti, creando una spirale negativa per lo sviluppo.
Oltre alle minori opportunità offerte dal mercato americano, che comunque rimane per molte aziende difficilmente sostituibile, ci preoccupano gli effetti che questa chiusura avrà sull’Europa dove arriveranno, in massa, prodotti che non trovano più uno sbocco commerciale americano. Penso in particolare alla Cina.
Il Governo cinese ha sviluppato una politica di sovracapacità industriale, libera dai vincoli di equilibrio economico di breve termine, di rispetto dello stato di diritto, che creerà squilibri profondi.
Si determinerà una pressione di volumi e prezzi con rischi concreti, se non adeguatamente affrontati, di alterazione dei mercati.
È notizia recente che l’EU ha proposto di applicare un dazio del 50% sull’acciaio cinese oltre le quote di importazione.
Una protezione, un sollievo temporale, ma anche l’inizio di una spirale di misure e contromisure che aumenteranno incertezze, difficoltà e bisogno di trovare equilibri stabili e duraturi.
Non semplici perché si contrappongono, alla fine, non tanto prezzi e competitività dei prodotti, ma sistemi economici, sociali e politici con alla base principi diversi. Quindi di fronte a noi si va sviluppando una nuova realtà che comporterà flessibilità, dinamismo ed un riposizionamento verso i segmenti a maggior valore, più coerenti con le nostre capacità creative e tecnologiche.
Dobbiamo orientarci verso quello che “sappiamo fare” con caratteristiche distintive.
Le nostre imprese, continuo a ribadirlo, sono resistenti, reattive e visionarie e pertanto devono cercare di cogliere tutte le opportunità delle nuove dinamiche di mercato.
Il futuro delle nostre imprese sarà più lontano in senso geografico, con la scoperta di nuovi mercati con maggiori contenuti innovativi e tecnologici, con la necessità di offrire prodotti a più alto valore aggiunto.
Decisiva sarà l’intraprendenza, la volontà e la determinazione di percorrere nuove strade.
Più lontani, più intraprendenti.
Dobbiamo far lievitare l’ambizione di accelerare il processo di crescita per superare le soglie critiche degli investimenti che sviluppano la produttività, creano nuovi prodotti, attraggono risorse professionali di valore, determinando salti tecnologici e capacità competitiva.
Sta per esaurirsi la generazione che ha fatto grande la nostra industria: nelle nuove difficoltà di cambiamento, siamo fiduciosi che lo spirito innato dei nostri padri saprà trasmettersi, diffondersi e rinnovarsi.
Ho incontrato poche settimane fa un giovane imprenditore romagnolo, che dopo alcune esperienze di successo si appresta a realizzare un nuovo progetto.
“Sto lavorando per creare, partendo sin dalla fase iniziale, una impresa multinazionale nell’ambito delle tecnologie digitali per il riconoscimento delle immagini create dall’AI”
Non un’impresa che nasce per crescere anche sui mercati esteri, ma un’impresa pensata e realizzata sui mercati internazionali, con un’organizzazione internazionale per le caratteristiche, i bisogni, le tecnologie più avanzate delle imprese globali.
Un’altra dimensione, un altro orizzonte, un’altra intraprendenza. Gli formuliamo i migliori auguri.
Se queste sono la visione e la determinazione delle nuove generazioni possiamo essere fiduciosi e trarne ispirazione.
A queste difficoltà se ne aggiunge un’altra strutturale, dalle radici lontane, che nella migliore delle ipotesi, richiede anni per l’inversione di tendenza ed almeno qualche decennio per la soluzione: la contrazione demografica e la progressiva riduzione della popolazione attiva.
Un problema che già stringe le imprese, innalzando le difficoltà di reperire risorse adeguate alle proprie necessità di competenze, orizzontale ai settori ed ai territori, con caratteri comuni a quasi tutte le specializzazioni, dai livelli operativi alle risorse a maggiore potenziale.
Tra il 2008 e il 2022 mezzo milione di giovani hanno lasciato il Paese.
Da qui al 2028 mancheranno un milione e trecentomila lavoratori.
Entro il 2040 la popolazione in età lavorativa diminuirà di cinque milioni e quattrocentomila unità.
Numeri drammatici.
Non si comprende come le possibili soluzioni non siano al vertice dei programmi politici dei partiti.
Un trend che minaccia concretamente, in assenza di un significativo sviluppo, la sostenibilità del sistema assistenziale e sanitario.
Il futuro del Paese dipende dalla capacità di aumentare la popolazione nelle età più produttive e più fertili.
Giovani e donne, da qualunque parte provengano, sono le energie su cui puntare (18); una leva decisiva che potrebbe cambiare la situazione nel breve termine. Il livello di occupazione femminile nella fascia 25-29 anni è inferiore di ben 17 punti percentuali rispetto a quella europea.
Servono misure di sostegno per le collaboratrici e per le imprese, oltre a strutture che rendano agibile la partecipazione femminile al lavoro.
Questa è la strada concretamente percorribile con possibili risultati.
Presidente, le imprese della Romagna sono aperte e disponibili ad un fattivo confronto che ci veda coinvolti e parte attiva.
Queste soluzioni ci portano ad un’analisi più puntuale del sistema industriale italiano ed in particolare romagnolo.
I valori medi per ognuno di questi parametri nascondono realtà profondamente diverse.
Da un lato le medie-grandi imprese, campioni di innovazione, internazionalizzazione, competitività, performance economiche e patrimonializzazione; dall’altro le piccole e medie imprese, che numericamente costituiscono una costellazione, ma con minore produttività e con un oggettivo problema di crescita per raggiungere le soglie necessarie, per attrarre risorse qualificate, generare cambiamento, accedere ai mercati internazionali, disporre di capitali di rischio congrui.
In questo sistema, pur nei forti legami di fornitura e complementarità, si rischia di creare una faglia profonda condizionante il futuro delle singole imprese e le potenzialità del territorio.
Questo non significa che non ci possano essere imprese piccole competitive, ma che tutte devono aspirare ad innalzare i propri livelli di competitività con la ricerca di processi di collaborazione, alleanza e convergenza, per mettere a fattor comune conoscenze ed esperienze avendo una chiara strategia innovativa.
In questa propensione, che Confindustria Romagna è fortemente impegnata a far crescere, risiederà molto della futura capacità competitiva del territorio per dare prospettive durature alle attività più piccole e per rafforzare un sistema di fornitura e di collaborazione integrata. Condizioni indispensabili per creare una nuova efficacia dell’intero sistema industriale territoriale.
Risorse qualificate, tecnologie e organizzazione sono fattori decisivi.
L’obiettivo fondamentale che vogliamo perseguire è quello del miglioramento qualitativo di tutti i sistemi operativi ed organizzativi delle imprese, innalzando il livello delle competenze, ampliando il patrimonio conoscitivo comune, portando tutto il sistema a standard consolidati, riconosciuti ed avanzati.
Le imprese di servizi dovranno svolgere un ruolo decisivo nella diffusione, nell’integrazione e nel miglioramento degli obiettivi.
Ci impegneremo a rafforzare ed intensificare la collaborazione con il mondo dell’educazione, partendo dalle scuole superiori nel fondamentale lavoro dell’orientamento, dagli Its che corrispondono ad un sostanziale bisogno delle imprese di conoscenze, capacità e concretezza, con il mondo accademico per sintonizzare conoscenze scientifiche e comprensione delle imprese, per collaborare anche, attraverso le lauree professionalizzanti, per ampliare l’offerta di lavoro ai giovani laureati; con le pubbliche Amministrazioni per creare le condizioni di un più facile accesso ai servizi e alle soluzioni abitative.
L’Università di Bologna ha svolto un ruolo fondamentale già trent’anni fa nell’orientare il territorio verso una nuova dimensione ed una trainante disponibilità di risorse qualificate.
Vorremmo che questa presenza continuasse il suo percorso di attrazione e crescita, svolgendo in modo più intenso e continuativo, il processo di trasferimento tecnologico o, meglio, di creazione congiunta dell’innovazione.
Auspichiamo un massiccio supporto della Regione nei nostri processi di formazione per accompagnare le persone nel loro cammino, senza fine, di comprensione e possesso delle tecniche e delle tecnologie. Un supporto selettivo e non dispersivo.
Il nostro sforzo è già rilevante ma lo estenderemo e lo renderemo più profondo.
La transizione digitale è l’altro fattore determinante per il nostro futuro, ovviamente interconnesso e dipendente dalle competenze e contemporaneamente generatore delle stesse.
La parola più diffusa e conosciuta negli ultimi due anni è intelligenza artificiale.
A piena ragione.
Siamo infatti di fronte alla più dirompente trasformazione dall’inizio della rivoluzione industriale.
Perché non avrà impatto solamente sulla produttività di ognuno di noi e sull’efficienza dei sistemi produttivi, ma modificherà i processi industriali dalla progettazione alla produzione, ai sistemi distributivi, moltiplicando la nostra capacità valutativa e le opzioni di decisioni.
Sarà al contempo un elemento di aggregazione ed integrazione delle imprese, creando un profondo ecosistema di interscambi di conoscenze, di sviluppo delle relazioni, di condivisione e collaborazione aperta accelerando lo sviluppo del nostro sistema territoriale; o, di contro, può rappresentare un elemento divisivo e di frattura fra chi la possiederà e chi no, diventando barriera di comunicazione, freno al consolidamento delle filiere, aumentando la distanza fra piccole e medie imprese.
Abbiamo ascoltato con grande interesse, nei giorni scorsi, la relazione del presidente Biffi di Assolombarda che ha disegnato una prospettiva di collaborazione e condivisione di basi dati industriali per alimentare tutte le potenzialità applicative ed innovative dell’intelligenza artificiale.
Per creare un sistema virtuoso che rafforzerebbe poi la competitività dell’intero sistema delle piccole, medie e grandi imprese.
Questa visione ci vedrà impegnati in un concreto sforzo di supporto ai nostri associati, a prescindere dalla loro dimensione, per favorire le condizioni di un sistema di “open innovation” basato sui dati, sulle correlazioni, per generare un contesto di cooperazione, di scambio e di comune visione fra imprese, università e centri di ricerca.
Il quadro economico e geopolitico che stiamo vivendo ci induce ad una maggiore intraprendenza e ad orientarci alla costruzione di un ecosistema più coeso.
Uniti dalla consapevolezza della forza che può derivare dalla collaborazione e dall’interscambio di conoscenze fra le imprese e da una progettualità unitaria del territorio a fianco delle istituzioni.
Più vicini e coesi.
Convinti anche che l’esperienza industriale, accademica ed istituzionale che si sta accumulando nella gestione dei progetti supportati dal PNRR, possa inaugurare una nuova stagione basata sulla consapevolezza della forza della collaborazione, della rigorosa organizzazione dei tempi, del vincolo stringente degli obiettivi.
Una industria di trasformazione e dei servizi ad essa connessi vive di permanente cambiamento.
La sua forza è strettamente connessa alla propria capacità di generare conoscenza sempre più profonda ed estesa a tutti i livelli aziendali e interaziendali.
Il sistema produttivo romagnolo ha forze uniche nella ricchezza dei settori merceologici: agroalimentare, meccatronica, energia, chimica, nautica, logistica, sanità, abbigliamento, benessere e turismo per citare i più rilevanti.
Ma il vero elemento distintivo è nella varietà, nella complementarità e nell’ampiezza delle attività svolte e nei principi trasversali che le alimentano.
In molti settori non siamo i primi, ma la composizione della nostra economia è unica.
Il ché ci rende equilibrati, con una capacità di innovazione trasversale, sostenibile, in armonia con il territorio ed il paesaggio con una forte propensione alla transizione digitale ed energetica, proiettati verso il futuro.
Un percorso che ci vede responsabilmente attori e, nelle migliori imprese, assoluti protagonisti.
Interpreti delle nuove esigenze di una società che cambia in termini di responsabilità sociali, circolarità e sostenibilità ambientale, regole di governo e partecipazione.
Le imprese del territorio sono sempre state impegnate in un grande sforzo di investimento, certo influenzate dal supporto di sostegni fiscali e dalle condizioni d’accesso al credito, ma senza nessuna soluzione di continuità.
Necessitiamo di regole chiare, applicabili e costanti nel tempo, perché gli investimenti devono essere tempestivi rispetto alle decisioni che li hanno generati ed avere orizzonti sufficientemente lunghi per avere consapevolezza dei ritorni e stabilità dei flussi finanziari.
La recente notizia dell’esaurimento dei fondi per la realizzazione degli investimenti per la transizione 5.0 ci lascia disorientati e in oggettive difficoltà: se il fondamento dell’attrattività degli investimenti, anche esteri, è la stabilità, non è questa la giusta risposta – né nel merito, né nella forma.
Le imprese si aspettano con fermezza un ripensamento urgente.
Non ci sfugge l’importanza del ritrovato equilibrio finanziario del bilancio statale, della stabilità che esso promuove a tutti i livelli, della credibilità che dà alle imprese che navigano nei mercati internazionali, delle migliori condizioni di accesso al credito che promuove; ma il peso differenziale dei sostegni di cui gli altri paesi europei godono – per non parlare degli altri grandi attori che spesso sostengono le imprese con misure distorcenti – crea un differenziale veramente grande, difficile da sostenere e che bisogna fronteggiare sempre con quel “qualcosa in più” in termini di creatività ed intraprendenza che rimane sempre a carico delle imprese.
Più semplicemente e con poca onerosità si dovrebbe assicurare una continuità temporale delle misure a sostegno, vedi ad esempio le misure del super e iper-ammortamento previste solo per l’esercizio entrante con effetti molto limitativi.
Pensiamo che una visione volta maggiormente alla crescita sarebbe stata possibile, non eccessivamente onerosa e alla lunga anche con un migliore equilibrio tra debito e PIL.
La costruzione di un sistema di competenze e tecnologia sempre più avanzato è un processo complesso e rischioso che richiede agli imprenditori visione, programmazione, efficacia e rapida applicazione nei processi produttivi aziendali, ma non può prescindere da norme che garantiscano una piena ed equa concorrenza ed un credito finanziario flessibile e competitivo che assicuri stabilità e solidità e che supporti l’impresa nella gestione del rischio.
Poiché in queste nostre considerazioni sono doverosamente partito dall’analisi dei limiti e vincoli delle imprese, devo evidenziare quali siano le esternalità che influenzano le imprese nella loro crescita e nella ricerca di migliori e stabili equilibri.
Burocrazia e carenze infrastrutturali condizionano pesantemente crescita e produttività (35).
Le imprese hanno sempre denunciato la complessità del sistema normativo, le difficoltà derivanti dalle interpretazioni applicative, il rallentamento dei tempi d’investimento connesso ai diversi processi decisionali (36). Evidenziando come il tempo non sia solo un disagio, ma un concreto fattore limitante dell’impresa e dell’economia.
Compresi, ma inascoltati.
Ora è successo qualcosa di estremamente importante i cui potenziali effetti non sono del tutto conosciuti dalla maggioranza del pubblico.
L’applicazione del quadro normativo ed amministrativo delle ZES (zone economiche speciali) istituite inizialmente per alcune aree del Mezzogiorno che prevedono infrastrutturazioni logistiche, semplificazioni burocratiche e sostegni fiscali con possibilità di deroga dalle leggi vigenti.
Prevista inizialmente per le regioni meno sviluppate e con almeno un’area portuale sono progressivamente state estese a tutto il Mezzogiorno con una ZES unica.
La notizia sta, come ripetutamente sottolineato dal Presidente Orsini, nell’effetto moltiplicativo che 4,8 miliardi di risorse messe a disposizione hanno avuto generando, in due anni, 28 miliardi d’investimenti e 35.000 posti di lavoro.
Attraverso semplificazione burocratica e certezza delle autorizzazioni.
Finalmente abbiamo avuto il riscontro che è una strada possibile, praticabile ed efficace.
Ridurre la burocrazia, aiuta la crescita!
Il potenziale che potrebbe generare non è compiutamente esplorato.
Pensate all’effetto che potrebbe avere sull’offerta delle rinnovabili.
La soluzione del divario di costo energetico rispetto all’Europa richiede comunque una pluralità di interventi normativi, un miglioramento del mix delle fonti ed una politica energetica complessiva.
L’impegno per un miglioramento, anche attraverso gli strumenti di evoluzione digitale, deve coinvolgere le istituzioni e le imprese ad ogni livello amministrativo.
Una ZES specifica non strettamente geografica, ma funzionale al sistema logistico portuale e all’indotto relativo è prevista, per il porto di Ravenna, con l’istituzione della ZLS. (zona logistica semplificata).
In linea con quanto realizzato al sud le aspettative in termini di crescita economica ed occupazionale sono molto elevate aprendo una prospettiva rilevante per la Romagna.
Per cogliere compiutamente questa potenzialità va acquisita, da parte della Pubblica Amministrazione, una cultura dell’impresa, della complessità dei problemi, delle specificità dei singoli settori merceologici.
Si apre qui il tema infrastrutturale che per la Romagna rappresenta il crinale fra due diverse prospettive.
Un tema complessivo che riguarda strade, porti, aeroporti, ferrovie. Il primo ad essere affrontato da Città Romagna, idea progettuale che già nel 2021 ha espresso uno studio organico sull’alta velocità e sulle infrastrutture.
È su questo tema che la Regione può e deve fare un salto decisivo di qualità.
È evidente il beneficio nella ZLS delle infrastrutture per connettere trasporto ferroviario alle banchine portuali ed il rafforzamento delle strutture viarie per facilitare flussi già ora critici e che diventerebbero insostituibili con lo sviluppo indotto dalla stessa ZLS e dall’incremento del traffico. Ma il problema chiave, condizionante la Romagna è il traffico viario in corrispondenza della tangenziale di Bologna.
Presidente, la Romagna è soffocata!
La sua efficacia logistica, l’accesso turistico, la possibilità di ulteriori rapide crescite sono quotidianamente limitate dal traffico.
Sappiamo che il tema è complesso ed oneroso, ma tale da impattare non solo sulla Romagna, ma su tutto il traffico Adriatico, sulle potenzialità della ZLS sull’intera regione; alla fine rilevante per l’Italia tutta.
Siamo altresì contrari a soluzioni parziali, di breve termine, che allontanerebbero la soluzione definitiva, che è quella di un passante strutturale che aprirebbe la strada a prospettive di grande rilevanza di crescita.
Consapevoli dei limiti che ci condizionano ma anche delle nostre qualità distintive, delle nostre unicità, siamo impegnati in un progetto d’insieme per il territorio che metta a fattor comune queste potenzialità per generare una maggior ricchezza, un benessere più solido e diffuso, con una prospettiva più attraente per i giovani.
Le conoscenze tecniche e tecnologiche congiuntamente ad una “cultura dell’umanità” sono alla base della nostra identità e creatività.
Lavoreremo per potenziare e razionalizzare le strutture di R&S per alimentare con continuità i processi d’innovazione districandoci fra i troppi enti dediti con diverse sovrapposizioni a questo scopo.
Cercheremo di attrarre nuove risorse per gli studi superiori ed i percorsi universitari.
Dando ai giovani la prospettiva di una qualificazione professionale avanzata ed un lavoro soddisfacente per contenuti e remunerazione.
Li lasceremo anche scoprire il mondo, per elevare le loro conoscenze ed acquisire uno sguardo sulla contemporaneità, accettando la sfida di saperli poi attrarre per partecipare ad un processo di sviluppo all’avanguardia in un ambiente armonioso, rispettoso della natura con un approccio sostenibile ed un uso circolare delle risorse.
Cercheremo di trasmettere l’entusiasmo dell’essere partecipi di un progetto condiviso di incessante miglioramento di un ambiente ispirato dalla cultura del benessere, che partendo dalla wellness valley si va sempre più diffondendo e ampliando.
Ci confronteremo con le istituzioni in un dialogo aperto, costruttivo e, se necessario, critico, forti dei nostri valori e delle nostre visioni.
Svilupperemo un dialogo con i nostri collaboratori e le loro rappresentanze basato sulla formazione, sulla sicurezza, sulla partecipazione ad una progettualità condivisa, sulla responsabilità verso gli obiettivi di benessere, soddisfazione, ma anche dell’efficienza e della redditività: purché il tema del confronto rimanga l’impresa, e non altro.
Se i mercati ci porteranno più lontano, cercheremo di rispondere con coraggio ed intraprendenza per essere più competitivi.
Se dovremo rafforzarci per continuare ad essere su quei mercati, svilupperemo una maggiore unità e coesione (46) del sistema produttivo, collegandoci più facilmente al mondo.
Perseguendo sempre l’attrazione di persone di valore, di clienti esigenti e turisti desiderosi di scoprire un paesaggio, una storia, una cultura, una qualità della vita.
Non faremo però affidamento semplicemente su quella empatia che pur ci viene riconosciuta, ma su una concezione del lavoro coinvolgente e su quello “spirito di generosità” che ci anima.
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