(AGENPARL) - Roma, 9 Settembre 2025 - Martedì 23 settembre alle ore 17.00, presso la Borgo Pio Art Gallery di via degli Ombrellari 2 a Roma, verrà inaugurata la mostra personale Le Icons di Enrico Tubertini, artista bolognese riconosciuto a livello internazionale per la sua tecnica della personografia. In questa occasione l’autore presenterà sette nuove opere dedicate ad alcune tra le più grandi icone del cinema, della moda e della cultura, insieme a un nucleo di trasmutografie, che rappresentano l’altra linea della sua produzione artistica.
Attraverso un linguaggio che unisce l’Arte Digitale a un approccio quasi artigianale, Tubertini costruisce ritratti che sono veri e propri mosaici di immagini, capaci di raccontare non solo l’aspetto esteriore del personaggio ma anche la sua storia, i suoi affetti, le sue passioni e persino i suoi segreti. Le sue tele, colorate e dal forte impatto pop, sono pensate come “film per immagini” che accompagnano lo spettatore in un viaggio affascinante alla scoperta delle vite di icone eterne.
In occasione della mostra, introdotta dalla critica d’arte internazionale Marta Lock, abbiamo posto all’artista cinque domande per approfondire il suo percorso creativo, la genesi delle personografie e il valore delle sue nuove opere.
Domanda. Maestro Tubertini, come nasce l’idea di questa nuova serie di personografiededicate ai grandi protagonisti del cinema, della moda e della cultura?
Tubertini. La tecnica della personografia, che sarebbe un’evoluzione della pittografia, consiste nel creare un percorso visivo all’interno dell’opera funzionale a creare il ritratto della persona/personaggio che decido di ritrarre. Ognuno di noi ha i cassetti, gli album, la casa, pieni di foto ma se per i primi, neanche ce le ricordiamo, per le ultime sappiamo che sono li ma in realtà non vediamo più nemmeno quelle, mentre con la personogafia si ha la possibilità di racchiudere i momenti salienti della propria vita come zone cromatiche del ritratto. Ogni singola immagine è un ricordo piacevole, pertanto averle davanti agli occhi ogni giorno non può che riempire di energia positiva e questo è l’obiettivo della personografia, inondare lo sguardo di immagini che diano sensazioni positive, per far cominciare bene la giornata. E ognuno può avere in casa la sua personografia (singola, famiglia, coppia, animale, logo o altro) ma spesso, le persone non si piacciono o non sono abbastanza soddisfatte di sé e del proprio percorso, o sono talmente sature della propria immagine da non volere un proprio ritratto ma quel desiderio di stima, lo investono su di un personaggio la cui carriera, vita o semplicemente immagine gli piace. Così se la personografia personale è dedicata al singolo committente, la personografia dell’icona è dedicata a tutti coloro che amano quel protagonista moderno. Inoltre la vita dei miti contemporanei spesso è nota ma non completamente, così nella serie Icons, si possono trovare elementi della vita e della carriera, così come curiosità e dettagli inediti del personaggio che non si potrebbero immaginare o conoscere se non dopo un attento studio, che è alla base del mio percorso creativo.
Domanda. La sua tecnica unisce digitale e artigianalità: qual è il processo creativo che porta alla nascita di un’opera e quanto tempo richiede la realizzazione di una tela?
Tubertini. Beh, le fasi sono quattro/cinque: la prima è la scelta del personaggio e con quello inizia lo studio sulla sua vita, poi creo la tavolozza, realizzo l’opera, la stampo e attendo l’emozione finale. Durante la prima fase, consulto varie fonti, scelgo la la foto da cui partire, per capire le zone di posizionamento degli elementi cromatici; solitamente nel volto ci sono gli affetti o la gioventù e intorno la carriera ma dipende dall’ispirazione che mi racconta la foto stessa quando la guardo. Mentre studio il personaggio, inizio a selezionare elementi della sua vita a sensazione, poi li ordino per periodo, creando delle cartelle e qui si completa la prima fase che coinvolge anche la scelta dell’aforisma da inserire in calce che racconti il personaggio ma che sia anche una frase nella quale io credo. Nella seconda, avviene la generazione della tavolozza digitale, dove elaboro gli elementi trasmutografati, tratti dalla vita del personaggio e realizzati sempre e comunque con elementi inerenti al personaggio stesso. In nessuna mia opera sarà mai possibile trovare una foto messa li come è all’origine. Poi avviene la creazione del ritratto che è la parte finale in cui dipingo digitalmente senza usare colori ma forme colorate della mia tavolozza. Infine avviene la stampa, momento in cui l’opera diventa fisica e visto il buon rapporto col laboratorio, non ci sono grandi sorprese, poi va incorniciata e mostrata al pubblico. Questo avviene per le Icons, mentre per il committente privato o vado direttamente a casa per fotografare gli oggetti, oppure mi faccio inviarle immagini, dopo lunga chiacchierata telefonica, in cui capisco chi sto per ritrarre. Se non trovo affinità o sintonia con il committente potrei anche rinunciare a fare l’opera perché devo essere coinvolto nel momento in cui inizio a lavorare. Il momento finale è il più bello, cioè quando il cliente, vede la personografia e si commuove, rivivendo i momenti salienti della sua vita, ecco li, capisco che la missione della personografia è stata portata a compimento. Per crearne una in tutte le sue fasi posso metterci dalle due settimane a un mese, dipende dalla quantità di elementi con i quali mi creo la tavolozza digitale e quanto sono coinvolto emotivamente. Mi ricordo che nella personografia di Damiano Russo, attore amico scomparso in un incidente, non volevo tralasciare nulla, e la ricerca fu così minuziosa che ci misi molto tempo ma ne è valsa la pena. Mentre per la personografia chiamata LEO500, acquisita dal Museo delle macchine di Leonardo a Venezia, dopo una prima versione completamente insoddisfacente per me, durata alcuni giorni, nella quale mi sfogai e che non è mai stata stampata, la seconda e definitiva la feci di getto, nascondendovi addirittura alcuni codici coglibili con un’attenta visione. Nella fase di creazione del ritratto, la terza, tutti gli elementi che ho creato debbono trovare posto nell’opera e ad un certo punto si verifica sempre una magia, tutti trovano posto mantenendo un senso compiuto, senza andare a finire nell’infinitamente piccolo. La necessità infatti è che ogni elemento possa essere fruito ad occhio nudo ma se chi guarda vuole scendere in maggiore profondità, avrà la possibilità di scoprire sempre un nuovo livello di elementi. Così nella fruizione le fasi sono tre: da lontano si vede un ritratto colorato, poi si scopre un perché composto da tanti perché e all’interno di ogni perché ogni elemento ha un proprio perché che ne giustifichi la sua presenza all’interno di quel perché.
Domanda. Ogni personografia racconta un personaggio come se fosse un film per immagini: quali elementi sceglie per rappresentare la storia e l’anima delle sue icone?
Tubertini. Come detto prima, la prima fase è quella di studio e ogni personaggio è una persona, prima didiventare una icona, questo è il percorso che a me interessa, fin dal luogo di nascita e dalla famiglia di origine, passando per le varie tappe della sua esistenza. Spesso poi per molti miti moderni le immagini da rielaborare inerenti l’infanzia si contano sulla punta delle dita, quindi bisogna fare di necessità virtù. Per COCO sono partito dal suo paese di origine, dall’orfanotrofio, dai café chantant e dai genitori, lo stesso per ALBERT in cui ho dato risalto alle attività dei genitori che hanno influenzato il suo percorso di fisico; per AUDREY e MARYLIN ho deciso di iniziare a esplorare i primissimi lavori, relegando la parte infanzia e gioventù alla creazione del volto. Per ANDY, il discorso è diverso, l’ho immerso nelle sue opere da me fotografate in giro nei vari musei, lasciando il volto come zona degli affetti e degli amici. Solitamente il fondo dell’opera, situato alle spalle, racconta il passato in ordine cronologico, in cui un biografo potrebbe divertirsi a cercare i vari elementi, ma anche un semplice appassionato è in grado di scoprire i tratti salienti della vita dell’icona in questione. Nella fronte, spesso inserisco le passioni, per FRIDA ad esempio ho inserito Diego Rivera come fosse un terzo occhio, il suo amore indissolubile, poi scendendo a osservare ilcorpo, si scorgono gli amici, i conoscenti. Nel fondo dell’opera, poiché la grande pittrice ha passato buona parte della sua vita a letto, in questo caso, ho compiuto una suddivisione inserendo da un lato le pagine del suo diario, opere e oggetti a lei appartenuti, mentre dall’altro aforismi da lei coniati e frammenti della relazione tumultuosa con Rivera. Infine nel corpo ho messo le immagini più note di lei ma anche i suoi amici-amanti. Tendenzialmente gli elementi che non debbono mancare sono le origini, le opere, gli affetti, i riconoscimenti e le immagini iconiche di sé lasciate all’umanità. Cmq più l’elemento che trovo si rivela insolito e meno me lo lascio sfuggire. Ogni persononografia ha un percorso unico ma tutte rappresentano un viaggio all’interno dell’Icon da rappresentare, sta allo spettatore decidere quale intraprendere. Nulla è casuale, tutto è magico.
Domanda. In mostra vedremo anche alcune trasmutografie: che rapporto hanno con le personografie e come dialogano tra loro all’interno della sua produzione artistica?
Tubertini. Come ho spiegato, quando creo una personografia, prima mi creo una tavolozza digitale, fatta di elementi cromatici inerenti il personaggio. Ma facciamo un passo indietro. Io mi definisco un rabdomante di forme, perciò quando nel mio vivere quotidiano incontro sul mio percorso delle forme che mi attraggono per serialità, cromaticità o semplicemente perché mi piacciono e le ritengo reiterabili, le fotografo, dopodiché le rielaboro inserendole in una mia tavolozza digitale. Quando vado a creare una trasmutografia attingo da questa tavolozza per trasmutare, una immagine iniziale in altro. Ad esempio la trasmutografia in mostra KISSMAGRITTE, è la rivisitazione dell’opera Gli amanti del pittore belga Magritte, dove il bacio velato dei due protagonisti crea un’atmosfera lisergica e alcune zone cromatiche dell’opera sono tratte dalla trama tessile di un separé di un ristorante giapponese di Roma, da me modificata, mentre la trasmutografia stessa è una piccolissima parte della personografia sempre in mostra, IL BACIO, dove ho trasformato con le mie tavolozze cromatiche tutti i baci più famosi della storia dell’Arte Classica e Contemporanea, del cinema, della fotografia e del fumetto utilzzandole per creare il famoso bacio del film Ghost. Ma questo è un caso a parte, solitamente la personografia viene realizzata trasmutando un elemento della vita del personaggio o della persona utilizzando sempre elementi della vita dello stesso. Una volta che decido che questo elemento diventerà una trasmutografia lo rielaboro ulteriormente e una volta stampato, appongo in alcune zone che per me hanno un senso, la resina, dando matericità all’opera e creandone l’unicità. Perché se già creo solo opere uniche, con la resina le rendo ancora più uniche.
Domanda. Marta Lock definisce le sue opere un’evoluzione pop del collage: quanto sente vicina questa definizione e in che misura l’aspetto ludico e colorato contribuisce a rendere eterna la memoria delle icone che celebra?
Tubertini. La parola chiave che mi definisce al meglio è proprio evoluzione poiché il collage originario con me assume un aspetto più preciso, per alcuni versi anche vicino al minuzioso lavoro del mosaico, da piccolo rimasi affascinato dalla bellezza cromatica di quelli presenti nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, senza però andare a comporre attraverso piccole tessere anonime un’immagine di senso compiuto; io al contrario creo singoli elementi con una forma per creare una storia. Quando la Lock definisce le mie opere un film coglie perfettamente nel segno visto il mio passato di regista. Inoltre la mia creazione ha le stesse cinque fasi della creazione di un film: studio/scrittura, creazione tavolozza/preparazione, realizzazione/girato, stampa/montaggio, responso/uscita; infine riguardo la definizione Pop mi sento pienamente tale, per i colori che uso e per come li abbino. Dapiccolo non sopportavo i pennarelli disposti non in ordine di tonalità e anche oggi le mie camicie nell’armadio sono in questo ordine che può cambiare ma sempre un senso cromatico deve avere. Anche la reiterabilità degli elementi, che uso come zone colorate riallacciandomi in qualche modoai multipli di Warhol sebbene io non faccia multipli, è decisamente Pop per la caratteristica di rendere fruibile a tutti, obiettivo dell’arte popolare, la storia di personaggi amati e simboli di un’epoca. Inoltre, il divertimento è fondamentale nel mio creare opere, dal momento che credo che se al suo sguardo il fruitore non sente positività e non se ne sente coinvolto, probabilmente anche chi l’ha creata non si è divertito a farla, ma questa ovviamente è una mia opinione personale. Non penso che l’arte debba essere sofferenza a tutti i costi perché le opere trasmettono energia e questa fuoriesce dalla tela comunicando con l’osservatore dunque, se si emana energia negativa l’altro riceve esattamente quella energia, anche se in alcuni casi si crea connessione anche attraverso quella, ogni artista è un mondo a sé. Le mie Icons, essendo personaggi popolari, per la loro carriera, per ciò che hanno creato o lasciato, sono ricordate come personaggi che mettono gioia. La stessa FRIDA, che ha avuto una vita non semplice è comunque un emblema di come reagire nelle avversità, quindi la sua sofferenza esprime positività anche perché lei stessa non la viveva come sofferenza bensì come percorso.
