
I dazi di Trump non sono un fulmine a ciel sereno. Trump lo aveva promesso e annunciato. Le reazioni disarticolate dei Paesi europei oggi e la vaghezza di von der Leyen sono un primo punto segnato da Trump.
Se voleva dimostrare la fragilità dell’Unione ci è riuscito. Ieri il Parlamento europeo ha votato un progetto di riarmo vago quanto le parole di von der Leyen, ma tutto orientato a coprire con una retorica guerrafondaia il vuoto di prospettiva politica, l’assenza di un reale processo di integrazione, anche militare. E richiamare la minaccia russa non basta ad assicurare l‘unità dei popoli europei, che sarebbe la condizione essenziale per uno scatto in avanti.
Intanto le imprese pagheranno per prime il conto del paradosso sovranista. E poi i lavoratori europei destinati a vedere nell’Unione un’entità distante e indifferente.
Se c’è un Paese che viene prima, senza interventi di riequilibrio, gli altri vengono dopo. In ordine di grandezza. Il nostro riequilibrio era affidato all’Europa. Ma è doloroso dirlo, questa Europa non basta. E i sovranisti europei emergono in queste ore per ciò che sono, satelliti irrilevanti di potenze straniere.
Primi nella subalternità.
Oggi l’Europa dovrebbe rispondere lavorando seriamente sulla propria autonomia strategica, sui costi dell’energia, sulla crescita della domanda interna e su nuove partnership internazionali. Nulla di questo purtroppo è all’orizzonte.
E in questa inerzia spicca l’ignavia italiana che, per non scontentare nessuno, non dice nulla. Trump nel suo scellerato disegno mette un operaio al lato del suo podio. Chi potrebbe mettere von der Leyen a simboleggiare la sua genericità, anche nei riferimenti sociali?
Meno difficile è riconoscere quale effige dovrebbe usare Meloni: Don Abbondio. Cosi Andrea Orlando sui social