(AGENPARL) - Roma, 12 Febbraio 2025 - Guardando i vostri spettacoli emerge una ricerca di stile, non solo musicale, ma anche estetico: costumi, colori, gesti, definiscono la scena secondo una particolare atmosfera. Da dove nasce questa attenzione all’immagine?
Noi tutti offriamo al mondo la nostra immagine, quale forma che ci rappresenta (in verità o finzione) e ci mette in comunicazione con gli altri; non possiamo non tenerne conto, sia nella vita che sulla scena. Per noi la definizione di uno stile estetico che ci identifichi a 360 gradi, tanto nel linguaggio musicale quanto in quello visivo, è di fondamentale importanza, perché in arte il quid non è nel contenuto ma nella forma. Pensiamo alla letteratura: ci raccontiamo da millenni le stesse storie, ma possiamo narrarle in tanti modi diversi, la differenza la fa la forma che scegliamo: le parole che usiamo in base al loro suono, colore, al ritmo delle possibili combinazioni, alla composizione della frase, ecc.
Quando un gesto, un segno, un suono, una parola, si fannopoesia, forma e contenuto sono un tutt’uno, e questa sintesi è una forma significante capace di attivare un’emozione estetica, possibilmente estatica.
Volete estasiare lo spettatore?
Più precisamente vogliamo sequestrare il suo tempo per condurlo in uno stato di sospensione, non mistica ma magica; fargli vivere il rapimento dell’estasi come fuoriuscita dal senso comune del quotidiano. Ma occorre marcare lo spazio della “finzione” per introdurre un nuovo livello di realtà, e qui ci viene in aiuto il visivo. Non c’è bisogno di scomodare apparati scenografici, bastano pochi elementi: l’unità cromatica dei nostri abiti, tutti intonati sul rosso-nero-verde, un cappello a cilindro, un basco francese, un copricapo con galline, una giacca da maggiordomo, qualche accessorio clownesco, e infine le linee-forza dei gesti che disegnano, ed enfatizzano, lo spazio. La restante dose di suggestione è affidata al potere evocativo di un ritmo verbale e all’interpretazione, basata sul mio recitar cantando.
Quali mondi, quali atmosfere evocate con la vostre presenze sulla scena?
Senza esagerare con le mascherate, ma piuttosto con piccoli cenni, giochiamo al confine tra l’essere umani e marionette. Più precisamente, marionette “espressioniste”, un po’ straniate, evocative di atmosfere brechtiane. Gli anni venti ci hanno ispirato anche per la grafica del nostro logo e dell’album, che ripropongono in forma stilizzata i nostri personaggi sulla scena, con un riferimento abbastanza esplicito al pittore futurista Fortunato Depero, artista ironico e visionario che amo molto. Questa nostra dimensione ironica e straniante si ritrova anche negli arrangiamenti dei brani che, pur partendo da generi musicali familiari, introducono sempre qualche motivo di contaminazione eclettica e sorprese ritmico-armoniche.
Quindi curate il vostro stile a tutti i livelli: musicale, grafico e scenico…
Cerchiamo di dare un’immagine identitaria unitaria e coerente, che sia manifestazione tangibile della nostra arte a diversi livelli, poiché il nostro non è solo un progetto musicale ma un’operazione più vicina all’idea di opera d’arte totale, dove la musica s’intreccia alla dimensione teatrale, poetica (molte canzoni nascono da mie poesie adattate in musica) e grafico-figurativa, ma aggiungerei anche esistenziale. La ricerca di una forma che ci strutturi e ci definisca nella nostra totalità, contro le forze dell’informe inconscio, è in fondo l’avventura di una vita, e di questa avventura abbiamo fatto il tema centrale del nostro progetto artistico.

Link della prima parte dell’intervista a Daniela Maurizi https://agenparl.eu/wp-admin/post.php?post=4248908&action=edit