
E niente, ci risiamo. Il calcio italiano è ancora una volta nell’occhio del ciclone. Dopo la mancata qualificazione diretta agli Europei 2024 e l’ennesimo flop della Nazionale maggiore, la FIGC è tornata sotto i riflettori… non quelli dello stadio, però, ma quelli della critica. Al centro delle polemiche, come sempre, Gabriele Gravina.
Ma tranquilli, lui resiste. Con la calma di chi, mentre la nave affonda, rimane fermo sul ponte, ricordando ai passeggeri che “eh, però l’anno scorso abbiamo vinto la regata!”. Il presidente della FIGC, infatti, ha snocciolato con orgoglio i “successi” del suo mandato: l’Europeo vinto nel 2021 (quando c’era Mancini), un terzo posto in Nations League (che nessuno ricorda) e l’assegnazione di Euro 2032, un traguardo che vedremo… tra nove anni.
“Dimettermi? Ma perché mai!”
Chiaro, le critiche ci sono: la gestione economica non proprio brillante, la scarsa valorizzazione dei giovani, e, dulcis in fundo, una sanzione dell’Antitrust. Ma Gravina non cede. Anzi, anticipa le elezioni della FIGC a novembre 2024, così, giusto per non dare l’impressione che sia appeso a un filo. Dimettersi? “Non scherziamo, sarebbe un disastro!”, ha dichiarato. E in effetti, cosa sarebbe il calcio italiano senza Gravina? Ah sì, lo stesso disastro di adesso?.
Abete torna alla ribalta (ma c’è mai stato un addio?)
E mentre Gravina riflette, ecco spuntare l’ipotesi di un grande ritorno: Giancarlo Abete. Sì, proprio lui, che ha già guidato la FIGC dal 2007 al 2014, anni indimenticabili… per chi è appassionato di amarcord. Sarebbe una figura “di transizione”, dicono gli esperti. Transizione verso cosa? Probabilmente verso altri anni di incognite, dubbi e immutabili tradizioni calcistiche italiane: un po’ di caos, qualche scandalo qua e là, e una manciata di giovani talenti ignorati.
“Curriculum da calciatore cercasi”
Forse è il momento di porci una domanda: ma è troppo chiedere che il presidente della FIGC abbia almeno giocato a calcio una volta nella vita? Chiedo per un amico. Dopotutto, se per guidare una squadra serve esperienza sul campo, perché non dovrebbe valere lo stesso per chi guida l’intero sistema? Ma no, meglio così. L’importante è saper navigare nei palazzi del potere, non sul prato verde.
Intanto, mentre si parla di transizioni e possibili candidature, il calcio italiano resta lì, in attesa di una ventata d’aria fresca. O almeno di un ventilatore.
