
Con la prospettiva di un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, la comunità accademica e i ricercatori impegnati nello studio della disinformazione digitale si trovano in uno stato di crescente ansia. L’ex presidente ha infatti promesso di smantellare il cosiddetto “cartello della censura”, un sistema composto da ricercatori, media come NewsGuard e grandi aziende tecnologiche, accusati di aver agito per limitare la libertà di parola dei conservatori.
Secondo un report del Financial Times, dopo la recente vittoria elettorale di Trump, molti studiosi temono che la nuova amministrazione possa effettivamente mettere in pratica le minacce fatte durante la campagna elettorale. Trump ha dichiarato apertamente l’intenzione di tagliare i fondi federali alle università che vengono scoperte a censurare i contenuti conservatori, segnalando post sui social media per la rimozione.
A sottolineare la serietà delle intenzioni di Trump è stata la nomina di Brendan Carr, un noto critico delle Big Tech, come nuovo presidente della Federal Communications Commission (FCC). Carr, da tempo sostenitore di una regolamentazione più stringente sulle piattaforme digitali, potrebbe essere la figura chiave per attuare il piano di Trump contro il presunto cartello della censura.
A sostenere questa crociata contro la censura non ci sono solo esponenti politici, ma anche figure di rilievo della Silicon Valley come Marc Andreessen, celebre capitalista di rischio, ed Elon Musk, proprietario di X (ex Twitter). Entrambi hanno denunciato l’uso del concetto di “disinformazione” per giustificare la soppressione di opinioni politiche conservatrici.
“Ogni partecipante alla macchina di censura orchestrata da governo, università, organizzazioni non-profit e aziende negli ultimi dieci anni potrebbe essere perseguito penalmente”, ha dichiarato Andreessen su X.
Il clima di paura si è già diffuso tra i ricercatori. Megan Squire, vicedirettrice per l’analisi dei dati presso il Southern Poverty Law Center, ha avvertito che l’ambiente accademico potrebbe cambiare drasticamente. “Sarà uno tsunami di critiche e cacce alle streghe”, ha affermato. “Alcuni accademici potrebbero autocensurarsi o cambiare il focus delle loro ricerche per evitare di attirare l’attenzione”.
Un professore, che ha scelto di rimanere anonimo, ha espresso preoccupazioni ancora più profonde. “Sono piuttosto fottutamente spaventato”, ha dichiarato. “Se Trump mette in pratica ciò che ha promesso, prenderò un aereo e lascerò l’America”.
Tra le priorità di Trump c’è anche la revisione della Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge che attualmente protegge le piattaforme digitali dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dagli utenti. Trump intende indebolire questa norma per “togliere le piattaforme dal business della censura” e costringerle a rispettare standard più rigorosi di neutralità politica.
Durante il suo primo mandato, le aziende tecnologiche sono riuscite a resistere agli sforzi di Trump di modificare la Sezione 230, ma ora il contesto politico sembra essere cambiato. Con più tempo e alleati all’interno delle istituzioni, Trump potrebbe avere maggiori possibilità di portare a termine questa revisione.
In vista del potenziale ritorno di Trump alla Casa Bianca, molte piattaforme tecnologiche sembrano voler evitare di essere coinvolte in nuove battaglie politiche. Rispetto alle elezioni del 2020, i giganti del tech stanno de-enfatizzando il loro ruolo nella moderazione dei contenuti per ridurre il rischio di trovarsi nel mirino della futura amministrazione.
Tuttavia, il semplice timore delle ritorsioni di Trump potrebbe già avere un effetto congelante sulla ricerca. Alcuni studiosi temono che le università e i finanziatori possano ridurre i fondi per progetti legati alla disinformazione digitale per evitare controversie.
Nonostante il clima di incertezza, molti esperti sottolineano l’importanza di continuare a monitorare e studiare l’ecosistema delle informazioni online, soprattutto in un momento in cui avversari stranieri intensificano le operazioni di influenza contro gli Stati Uniti. Tuttavia, con un’amministrazione Trump pronta a mettere sotto pressione università, organizzazioni non-profit e aziende tecnologiche, il futuro di questo settore appare sempre più precario.
Come ha sintetizzato un ricercatore anonimo: “È una minaccia esistenziale per il mio sostentamento e per i finanziamenti alla ricerca”. Resta da vedere se la comunità accademica riuscirà a resistere alle nuove pressioni o se, come temono in molti, sarà costretta a rivedere il proprio ruolo nella battaglia contro la disinformazione digitale.