(AGENPARL) - Roma, 4 Settembre 2023 - (AGENPARL) – lun 04 settembre 2023 Gentile collega,
ti segnaliamo l’intervista al ricercatore Inaf Luca Zappacosta appena
pubblicata su Media Inaf :
Sulle tracce dei titani tra i buchi neri supermassicci
Luca Zappacosta è il *principal investigator *di di Hyperion, uno dei
programmi di osservazione nei raggi X più estesi di sempre dedicati alla
caratterizzazione dei primi quasar e alla ricerca della loro natura.
Di seguito, il testo integrale della news:
UNO DEI PROGRAMMI PIÙ VASTI PER STUDIARE I QUASAR NEI RAGGI X
Sulle tracce dei titani tra i buchi neri supermassicci
Le regioni centrali dei quasar primordiali, formatisi nel primo miliardo
d’anni di evoluzione dell’universo, sono molto diverse da quelle dei quasar
osservati in epoche cosmiche più recenti. Sono i primi risultati del
progetto Hyperion, guidato da Luca Zappacosta dell’Istituto nazionale di
astrofisica, che sta analizzando con il telescopio spaziale Xmm-Newton i
quasar ospiti dei buchi neri supermassicci dalla storia di formazione più
rapida tra quelli noti. L’abbiamo intervistato
Claudia Mignone 04/09/2023
Luca Zappacosta, ricercatore Inaf presso l’Osservatorio astronomico di Roma
Nel 2020, si era aggiudicato
2 milioni
410mila secondi di osservazioni – un totale di quasi 700 ore, pari a circa
28 giorni nel corso di tre anni – con l’ambito telescopio spaziale dell’Esa
Xmm-Newton per studiare un
campione di *una
ventina di quasar*, i nuclei galattici che risplendono per l’intensa
attività dei buchi neri supermassicci
al loro
centro. E non un campione qualsiasi: include infatti *i quasar più lontani
tra quelli noti*, spingendosi indietro nel tempo fino al primo miliardo
d’anni di vita dell’universo, durante quella che gli astronomi chiamano l’epoca
della reionizzazione .
Parliamo di *Luca Zappacosta*, ricercatore presso l’Istituto nazionale di
astrofisica (Inaf) a Roma e *principal investigator* di uno dei programmi
di osservazione nei raggi X più estesi di sempre dedicati alla
caratterizzazione dei primi quasar e alla ricerca della loro natura. Per
saperne di più, l’abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione, in
un articolo appena uscito sulla rivista *Astronomy & Astrophysics*, dei
risultati del primo anno di osservazioni.
*Cosa avete scoperto?*
«L’evidenza forse più significativa pubblicata finora che i primi quasar
formatisi nell’universo mostrano differenze marcate nelle proprietà delle
loro regioni centrali rispetto ai quasar osservati in epoche cosmiche meno
remote. Il *paper* presenta osservazioni nei raggi X di qualità mai vista
prima per un campione così esteso di sorgenti, il che è stato reso
possibile dal *Multi-Year Heritage Program* di Xmm-Newton che stiamo
portando a compimento».
*Perché vi interessa confrontare i quasar di epoche così distanti nella
storia dell’universo?*
«Siamo partiti da una domanda: come è stato possibile formare questi buchi
neri così massicci in meno di un miliardo di anni, cioè nel breve lasso di
tempo che intercorre tra il Big Bang e l’epoca cosmica della
reionizzazione, in cui sono stati osservati? Come per il famoso aneddoto
del calabrone, che secondo le sue proprietà aerodinamiche non potrebbe
volare ma essendo all’oscuro della cosa lo fa ugualmente, questi buchi neri
per le nostre conoscenze di astrofisica non dovrebbero quasi esistere, ma
“non sapendolo” esistono lo stesso e risplendono fieramente come quasar
brillanti ancor prima che l’universo compisse il miliardo di anni di età.
Due sono i casi: o si sono formati partendo da buchi neri iniziali (i
cosiddetti “semi”) già molto massicci, o hanno avuto una storia di
formazione estremamente veloce con altissimi tassi di accrescimento. Questa
domanda racchiude in sé la nostra ignoranza sui processi di formazione dei
buchi neri nell’universo primordiale e con essa anche la formazione delle
galassie nella stessa epoca. Infatti ormai è chiaro che l’energia
rilasciata dai buchi neri supermassicci al centro delle galassie ha una
rilevante influenza nel processo evolutivo delle galassie che li ospitano.
Capire la formazione dei buchi neri aiuta a capire la formazione delle
prime strutture cosmiche, galassie e protoammassi di galassie inclusi».
*Che cosa ha di speciale il campione di quasar che avete osservato?*
«È il primo campione di quasar primordiali selezionato in maniera
fisicamente ragionata. Ha lo scopo di indagare la natura di questi oggetti
e quindi include specificatamente i quasar più difficili da formare. Questi
sono i “titani” tra i buchi neri, cioè quelli alimentati da un buco nero
supermassiccio che ha avuto la storia di formazione più veloce e che quindi
ha inghiottito la maggior quantità possibile di materia per arrivare
all’attuale massa che stiamo misurando. Essendo questi i titani tra i buchi
neri supermassicci, il campione l’abbiamo chiamato Hyperion
(uno dei Titani
, gli antichi dei della mitologia
greca) che è l’acronimo derivato dal nome esteso del progetto: *Hyperluminous
quasars at the Epoch of Reionization*».
Rappresentazione artistica di un buco nero supermassiccio. Crediti:
Nasa/Jpl-Caltech
*Perché, di tutto lo spettro elettromagnetico, osservare proprio nei raggi
«Il progetto Hyperion si propone di indagare a qualsiasi lunghezza d’onda