(AGENPARL) - Roma, 15 Luglio 2023 - (AGENPARL) – sab 15 luglio 2023 I Venerdì di Ercolano – edizione 2023
Contenuti principali
Informazioni pratiche
Grazie alle aperture serali di quest’anno, nella magica atmosfera del sito illuminato, i visitatori potranno
conoscere alcuni peculiari aspetti del sito legati al cibo e all’alimentazione, accompagnati dal racconto
delle guide e degli attori di Teatri 35, che animeranno alcuni punti del percorso.
Discesa dal viale Maiuri e dalla rampa sotterranea – Antica Spiaggia – arrivo all’Area Sacra
Viale Maiuri – La cultura alimentare è una materia affascinante, che comprende, in ogni epoca, aspetti
diversi, attinenti non soltanto alle abitudini alimentari, ma anche alla vita materiale, religiosa,
commerciale e sociale di ogni singolo individuo, come di ogni comunità.
Per quanto riguarda l’antichità romana, i testi degli autori antichi forniscono un’ampia rappresentazione
degli aspetti più diversi della cultura alimentare. Numerosi, infatti, sono i riferimenti alla tavola in opere
di autori come Plauto, Catone, Cicerone, Marziale e Plinio il Vecchio. Il “De re coquinaria” di Apicio
contiene un vero e proprio ricettario composto da ben 10 libri per un totale di 450 ricette. Inoltre, anche
le arti figurative, soprattutto gli affreschi e i rilievi, suggeriscono molte informazioni sull’alimentazione e
il convivio.
Ad Ercolano abbiamo però dei dati archeologici eccezionali e unici in tutto il mondo antico, che rivelano
molti dettagli dell’alimentazione degli antichi abitanti, grazie al fatto che l’eruzione del 79 d.C. ha
carbonizzato e, in assenza di ossigeno, ha sigillato e perfettamente conservato moltissimi alimenti!
Inoltre, passeggiando tra le strade della città, ci si imbatte nelle cucine che utilizzavano un metodo di
cottura basato sul surriscaldamento di un piano di cottura in terracotta (pietra ollare) provocato da un
focolare collocato al di sotto del banco di cottura sul quale si appoggiavano le pentole e le padelle. Inoltre
lungo le strade si incontrano i famosi thermopolia (luoghi di rivendita di bevande e cibo pronto da
mangiare) in cui si sono conservati i grandi otri/vasi da dispensa (dolia) incassati nei banconi con i piani
colorati di marmo e straordinarie strutture in legno carbonizzato, come mensole per le anfore, soppalchi
e balaustre. In molte abitazioni si possono ancora vedere le cucine con i banconi in muratura e nei panifici
i forni, a volte quasi del tutto integri.
Antica spiaggia – A Ercolano si conoscono molte informazioni sull’alimentazione e sullo stile di vita della
popolazione anche grazie agli studi sugli oltre trecento scheletri ritrovati ammassati nei fornici dell’antica
spiaggia, che costituiscono un campione molto rappresentativo per gli antropologici.
Ad esempio, dalle analisi effettuate sul collagene (una proteina che tiene insieme il tessuto osseo) di 6
scheletri femminili e 11 maschili, sembra che il consumo di pesce fosse piuttosto elevato rispetto a quello
dei cereali. Inoltre, vi sono differenze significative tra maschi e femmine: gli uomini mangiavano più pesce
rispetto alle donne, che invece ricavavano le proteine per lo più da carne, uova e latticini. Forse perché
gli uomini erano più impegnati nella pesca e in altre attività marittime? Oppure perché avevano più
facilmente accesso a prodotti alimentari più costosi, come nel caso del pesce fresco?
Inoltre, lo scavo recente di un condotto fognario che era rimasto inesplorato nel secolo scorso, ha
consentito di analizzare materiali coprologici (escrementi), archeobotanici, zooarcheologici e di
ittiofauna e di fare nuove importanti scoperte sull’alimentazione.
Area Sacra
L’area sacra dedicata a Venere, sia come dea della fertilità, sia come protettrice dei naviganti, era un
importante centro di culto per gli abitanti di Ercolano e per i visitatori stranieri. Le persone vi si recavano
per pregare, offrire doni, partecipare a rituali religiosi e cercare la protezione e le benedizioni della dea.
Nella cucina del santuario (illuminata e visibile dall’esterno) nella quale si ammira un enorme banco di
cottura in pietra ollare, venivano preparati i pasti comuni, che rappresentavano un importante momento
di condivisione comunitaria in occasione di determinate festività, costituendo un legame spirituale e
sociale tra i partecipanti.
Le offerte alimentari alla dea potevano includere frutta, cereali, carne, pesce, vino, pane o altri alimenti
considerati sacri. Questi cibi venivano spesso posti su altari o bruciati come sacrificio.
Casa dei Cervi
Iscrizione con una preghiera a Venere, graffita sulla cinta muraria della città, proprio lungo la rampa.
“Fortunatus amat Amplianda. Ianuarius amat Veneria. Rogamus damna Venus ut nos in mente habias
quod te modo introrgamus”
“Fortunato ama Amplianda. Ianuarius ama Veneria. Preghiamo potente Venere che tu tenga presente
quello che ora ti chiediamo.”
Casa dei Cervi – La c.d. Casa dei Cervi è una grande dimora ispirata alle grandiose e principesche
residenze ellenistiche. Il proprietario, Q. Granius Verus, del quale conosciamo il nome grazie ad un bollo
impresso su una pagnotta di pane carbonizzato ritrovata nella cucina, acquistò diversi lotti abitativi per
poter realizzare questa casa gigantesca, con sontuosi ambienti di rappresentanza al piano terra, in parte
articolati intorno al giardino interno e, in altra parte, affacciati sulla splendida vista del golfo grazie ad un
terrazzo con un piccolo giardino. Invece, il quartiere retrostante, con cucina e ambienti di servizio e un
piano superiore, affacciato sul ballatoio nell’atrio, era riservato alla servitù.
Muovendosi lungo il corridoio coperto (criptoportico), lungo le pareti affrescate, si notano numerosi
quadretti con temi mitologici e naturalistici, che, durante la passeggiata lungo il corridoio, offrivano
spunti di conversazione con gli ospiti. Ad esempio, la rappresentazione di amorini che, approfittando
dell’assenza di Ercole, giocano con le sue armi. Le nature morte raffigurano frutta autunnale come noci,
fichi e miele e anche cibi cotti: queste immagini erano anche un simbolo della ricchezza e della prosperità
che si poteva trovare in una casa. Perché, nel mondo romano, come del resto in ogni epoca, il cibo era
anche uno strumento attraverso cui ostentare lo stato sociale.
Il settore meridionale della dimora appare interamente organizzato in funzione di ricevimenti e banchetti
(symposium o convivium), per il cui svolgimento il proprietario aveva attrezzato non solo il grande triclinio
aperto sul lato nord del corridoio coperto, ma anche le due sale rivolte verso il mare e soprattutto la
grande sala finestrata (oecus Cyzicenus), immersa nel giardino.
Tra le classi più abbienti, i banchetti venivano organizzati in occasione del terzo pasto della giornata, la
coena, e prevedevano il consumo di pietanze anche molto elaborate, mangiate con ingordigia fino alle
tarde ore della notte. Durante queste cene, l’anfitrione, spesso il proprietario della casa in cui si teneva
il banchetto, si sforzava di dare agli invitati il senso della propria ricchezza, magnificenza e buon gusto.
Le portate (fercula) della coena erano almeno sette:
Gustatio. Una serie di antipasti (uova, insalata, funghi, olive, crostacei, salsicce, cetrioli, tartufi e
salse varie), accompagnati dal mulsum, cioè da vino misto a miele oppure annacquato.
Prima mensa. Era costituita da varie portate di pesce, uccelli (gru, pavone, fenicottero,
pappagallo), carni di manzo, agnello e maiale, oltre a tutti i tipi di cacciagione.
Secunda mensa. Era più o meno un “dessert”, a base di frutta fresca e secca e dolci al miele.
Il cardo V doveva essere una strada particolarmente vitale e vivace, a giudicare dal numero di botteghe
e laboratori artigianali che vi si concentravano.
Grande Taberna – All’angolo con il decumano inferiore, come spesso accadeva negli incroci delle strade,
si trova la grande taberna, in posizione molto felice essendo anche in prossimità di uno dei luoghi pubblici
più frequentati, cioè la palestra. Le stanze collegate funzionavano come retrobottega e in parte potevano
ospitare gli avventori per consumare i pasti.
Le tabernae erano luoghi in cui si poteva mangiare e bere oppure anche solo comprare pietanze e
bevande, ma in quelle più grandi, come questa, si poteva anche trovare alloggio. Ci si fermava di solito
per consumare il secondo pasto della giornata, il prandium, un pasto veloce e frugale, offerto con una
vasta gamma di opzioni culinarie, per lo più semplici ed economiche, accessibili anche ai meno abbienti,
ma non mancavano piatti più elaborati e costosi per coloro che potevano permetterseli. Le pietanze
venivano conservate all’interno dei dolia, grandi recipienti di terracotta incassati in banconi di marmo.
Ad Ercolano si assaporavano sicuramente piatti a base di legumi, come fagioli, lenticchie e ceci.
Immancabili le uova, alimento comune e versatile nell’antichità, così come la carne e il pesce, serviti in
diverse preparazioni. Poi ancora formaggi, dolci e immancabile come bevanda il vino. Il tutto
accompagnato da pani e focacce. Tra i condimenti, uno dei preferiti era di certo il garum, una salsa più o
meno liquida di interiora di pesce.
All’incrocio, la grande fontana pubblica in pietra assicurava l’acqua, elemento fondamentale anche per la
preparazione dei cibi e per l’alimentazione in generale.
V cardo superiore fino al Pistrinum di Sextus Patulcius Felix – In questa zona c’era una vera
concentrazione di botteghe: rivendite di vino, di cereali e lugumi, ma anche tintorie e panifici.
Al di sotto del V cardo superiore corre un tratto della rete fognaria che assicurava alla città un corretto
smaltimento delle acque e dei rifiuti. Si tratta in realtà, in questo caso, di una fossa settica, che veniva
ciclicamente svuotata, collegata da tubazioni e canali alle cucine e alle latrine delle soprastanti abitazioni
e botteghe. Qui sono stati recuperati moltissimi scarti di cibo e di deiezioni, una vera miniera di
informazioni sulle abitudini alimentari degli antichi ercolanesi.
Dalle analisi è stato dedotto che la dieta si basava per lo più su prodotti campani quali cereali (grano,
orzo e miglio) olive e olio, vino, uova, finocchio e molto pesce. Sono state riconosciute infatti circa 46
specie quali orate, alici, sardine, anguille, spigole e altre più comuni al tempo come squali e razze.
Oltre ai prodotti locali, ritrovate tracce di prodotti di importazione quali vino, olio e garum dalla penisola
Iberica e alcune spezie, tra cui granelli di pepe nero proveniente dall’India, indizio di una buona
attenzione data al gusto delle pietanze.
Pistrinum Il ritrovamento all’interno della fossa di numerosi frammenti di noccioli di oliva, è forse da
collegare alla presenza dei due panifici, dove i residui della molitura delle olive potevano essere utilizzati
come combustibili per i forni.
Il pane era una parte essenziale dei pasti ed era consumato da tutte le classi sociali. Ne esistevano di
diverse tipologie e poteva essere gustato in vari modi. Da solo, accompagnato da condimenti come olio
d’oliva o formaggio o utilizzato come base per altre preparazioni. Mentre all’inizio la produzione di pane
era esclusivamente casalinga, la diffusione di questo elemento, la richiesta sempre maggiore e
l’evoluzione delle tecniche di setacciatura, macinazione e cottura, portarono alla comparsa di figure quali
il pistores e la nascita delle pistrinae, rispettivamente i fornai e panetterie.
Ad Ercolano, conosciamo il nome di uno di questi panettieri, Sextus Patulcius Felix.
Il Decumano massimo era una delle vie principali di Ercolano, centro vitale per la presenza di tante
botteghe, comprese quelle del mercato, la cui presenza è testimoniata da larghe buche di palo atte a
sorreggere file di supporti lignei per i tendaggi.
Qui vi sono ben due fontane pubbliche, che, così come gli edifici pubblici e privati, erano alimentate
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