(AGENPARL) - Roma, 5 Giugno 2023 - (AGENPARL) – lun 05 giugno 2023 SANITÀ, NURSING UP DE PALMA: «LA LIBERA PROFESSIONE DEGLI INFERMIERI E
DELLE OSTETRICHE È, AD OGGI, FERMA A METÀ STRADA, E LA COLLETTIVITÀ NON
PUÒ PERMETTERSELO».
_«DECRETO LEGGE N. 56 DEL 26 MAGGIO 2023, DISAPPLICAZIONE DEL VINCOLO DI
ESCLUSIVITÀ: AUTOREVOLI PARETI TECNICI CORROBORANO IN QUESTE ORE LA
NOSTRA ANALISI SULLA PRECARIETÀ E SULLE CONTROVERSIE DI UNA NORMA CHE VA
RIVISTA NEL PROFONDO._
ROMA 5 GIUGNO 2023 – «Autorevoli testate nazionali, in queste ore,
sollevano concrete e giustificate perplessità sul decreto legge 34/2023,
convertito in legge n. 56 del 26 maggio 2023.
Stiamo parlando della Disapplicazione del Vincolo di esclusività delle
nostre professioni sanitarie del comparto non medico, stiamo parlando di
quella sacrosanta libera professione degli infermieri e degli altri
operatori sanitari del nostro SSN che rappresenta l'unica strada
percorribile per la ricostruzione di un sistema da troppo tempo
costruito su labili scelte che, definire arcaiche, è oggi un eufemismo.
Ci conforta, ma non certo ci rende felici, che solidi pareri tecnici
corroborano le nostre tesi, riguardo ad una legge sulla libera
professione che, ad oggi, piena zeppa di vincoli, ma soprattutto di
scarsa chiarezza, non rappresenta affatto quello che questo sindacato,
prima di tutti gli altri, aveva chiesto al Ministro Schillaci, con una
proposta presentata sul suo tavolo lo scorso 29 dicembre.
Così Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.
Non abbiamo negato, ed è coerente con il nostro modus operandi che,
rispetto al passato, in termini di disapplicazione del vincolo di
esclusività, oggi, seppur con il limite temporale al 31 dicembre 2025,
qualcosa si è certamente mosso, ma siamo di fronte una norma che non
rappresenta affatto quanto abbiamo auspicato, quanto gli infermieri e
gli altri professionisti della salute si aspettavano e si aspettano,
soprattutto in considerazione del fatto che il vincolo temporale di cui
parliamo, in primo momento, non era stato inserito. E siamo per tanto di
fronte, lo ripetiamo più volte, ad un dietro front che non giova a
nessuno, soprattutto alla collettività.
E questo perché in primo luogo abbiamo sempre posto all'attenzione dei
media che solo la libera professione, in ragione della voragine di
infermieri, può rappresentare la reale e concreta soluzione per
supportare la febbricitante sanità privata, ed è indispensabile per
rilanciare quella sanità territoriale che è imperniata sulle competenze
infermieristiche, su quell'assistenza al paziente, ai malati cronici,
alle famiglie, che solo gli infermieri possono e sanno portare avanti.
E non è un caso che l'Oms, di recente, abbia ribadito che infermieri e
ostetriche rappresentano le prime e le ultime figure che il paziente
incontra nel suo complesso percorso di cura, dove, oltre alle competenze
di questi ultimi, è forte di quel rapporto diretto e umano che fa la
differenza nei lunghi iter assistenziali.
Equivoci e controversie: sono questi i punti saldi dell'analisi,
schietta e lapidaria, che testate nazionali evidenziano sulla legge n.
56 del 26 maggio 2023, appoggiando in pieno quanto da noi fin qui
sostenuto, e avallando le nostre richieste, al Governo, al Ministro
Schillaci, di rivedere il tutto, con coerenza, con lucidità, per non
rischiare di rimanere tristemente fermi al palo.
Innanzitutto appare chiaro che la norma non è strutturale ma, con la
reintroduzione di un termine finale, che non c'era all'inizio, che non
doveva esserci, continua ad essere provvisoria e legata a fattori
congiunturali.
In secondo luogo ci conforta che autorevoli analisi tecniche evidenziano
l'incoerenza e la precarietà dell'ormai celebre comma 2.
Un infermiere dovrebbe poter svolgere attività libero-professionale in
favore di strutture private, strutture accreditate, singoli utenti,
nonché attivare un rapporto di lavoro subordinato sia con altre
strutture pubbliche che private. L'attività, ad oggi, è in ogni caso
soggetta ai vincoli dell'art. 2015 relativo all'obbligo di fedeltà.
Proponemmo, lo scorso 29 dicembre, sul tavolo del Ministro Schillaci,
che l'azienda sanitaria dovesse autorizzare il professionista che avesse
fatto espressa richiesta di svolgere attività libero professionale al di
fuori della struttura dove è dipendente e che, in carenza di un reale
conflitto di interessi, una volta decorsi 15 giorni dal ricevimento di
tale citata richiesta, anche nel silenzio dell'azienda interessata,
l'autorizzazione dovesse intendersi come concessa.
E' chiaro che, nei termini delineati nelle nostre riflessioni, non
possiamo considerarci soddisfatti dell'attuale formulazione del Decreto
34/2023, anche se, oggettivamente, non possiamo non riconoscere i passi
in avanti compiuti con tale provvedimento, rispetto ad un recente
passato dove l'esercizio di attività fuori dal rapporto di lavoro per
gli infermieri, le ostetriche e gli altri professionisti sanitari
pubblici dipendenti, era solo una chimera.
Se stiamo parlando di libera professione, continua De Palma, il datore
di lavoro non è tenuto e non dovrebbe effettuare alcun controllo e
quindi desta perplessità la prevista verifica sul "rispetto della
normativa sull'orario di lavoro". Un infermiere, un'ostetrica o un altro
professionista sanitario dovrebbero poter svolgere attività
libero-professionale in favore di terzi senza ingerenze di sorta.
Siamo pienamente concordi sul fatto che, come avevamo fin dall'inizio
sottolineato, la previa autorizzazione dovrebbe limitarsi esclusivamente
all'assenza di pregiudizio relativo all'obiettivo aziendale relativo
allo smaltimento delle liste di attesa anche conseguenti all'emergenza
pandemica, circostanza questa ultima che era valida nel novembre 2021 ma
che attualmente deve essere quantomeno riformulata.
Dire e non dire, fare e non fare, due passi avanti e sempre uno
indietro: "autorizzazioni", "attestazioni" e "monitoraggio" non mettono
nella condizione gli infermieri e gli altri professionisti del comparto
non medico nell'avere a disposizione concrete certezze di azione che
minano nel profondo una libera professione ancora una volta ferma a metà
strada.
Possiamo permetterci tutto questo, alla luce delle necessità impellenti
di una sanità italiana che ha bisogno di correre veloce verso un futuro
di crescita e di certezze, a partire dall'azione concreta di chi, con le
proprie competenze sul campo, va messo in condizione di operare per il
bene della collettività?
Urgono cambiamenti, urgono riflessioni urgenti, e noi, pronti al
dialogo, ma non certo disposti ad accontentarci di quello che abbiamo di
fronte, siamo qui ancora una volta a invitare la politica ad avere il
coraggio di di compiere un doveroso ed ulteriore salto, cancellando
lacci e lacciuoli dall'attuale versione del provvedimento», conclude De
Palma.