
(AGENPARL) – Roma, 03 dic 2019 – Abbiamo chiesto all’Avvocato-Criminologa Luana Campa, Direttore Scientifico dell’Associazione “La Giusta Difesa”, all’esito di un riuscitissimo congresso sul tema della Violenza contro le donne di parlarci delle lacune del Codice Rosso, nonché delle misure che potrebbero aiutare le donne in pericolo.
Avvocato Campa, Lei è ormai da tanti anni impegnata in prima linea nella lotta per i diritti delle donne. Ci può dire come mai il Codice Rosso non si è rivelato sufficiente a proteggere le donne vittime di violenza?
“Nonostante le pene aumentate, non si è affrontato in modo adeguato il problema, soprattutto sul piano della prevenzione. Non è per contestare il Codice Rosso, ma come gestirlo? Si legifera frettolosamente pensando che la centralità sia punire, non prevenire. In Spagna hanno la metà dei femminicidi che ci sono in Italia perché hanno tanto investito nelle attività di formazione. Sicuramente il merito del Codice Rosso è di trattare immediatamente ogni denuncia senza accumularle sulle scrivanie. Ora, infatti, entro tre giorni deve essere avviata l’attività istruttoria. Ma accelerare i procedimenti senza la previsione di filtri per distinguere i casi più gravi dagli altri, è un errore. Infatti le procure sono già in tilt, sommerse da casi urgenti e indistinti con il rischio che se tutto è urgente, niente lo è davvero. Ancora, si tratta di una legge a costo zero che non ha stanziato fondi: tribunali e forze dell’ordine sono sotto organico e non ci sono soldi per i braccialetti elettronici necessari a controllare gli uomini che hanno agito violenza. Impossibile combattere questa terribile piaga sociale senza risorse economiche. E poi bisogna considerare che i rischi maggiori per la vittima arrivano a seguito della sua denuncia ed è proprio in questo delicato momento che è doverosa una più efficace rete di protezione. Le donne denunciano ma poi chi le protegge? Lo Stato deve garantire la massima protezione se no contribuiamo ad esporre la vittima ad un rischio maggiore. Come sempre ribadisco che questa violenza è diversa da ogni altra perché si colloca all’interno del rapporto di potere tra i sessi, si annida in questa asimmetria di potere ancora così forte. Pertanto, la vera e lunga battaglia è culturale, formativa, di abbattimento di stereotipi e pregiudizi. I violenti tendono a reiterare il reato, restano pericolosi anche quando escono dal carcere: il problema va affrontato sul piano culturale, intervenendo sugli uomini. E da questo punto di vista la legge è carente: non stanzia fondi per il recupero dei soggetti maltrattanti. Non ha previsto interventi educativi sui ruoli di genere e sugli stereotipi”.
Lei ha ribadito, in modo incisivo, che il precariato favorisce le molestie di genere, aiuta i predatori. Cosa intende?
“Secondo l’Istat il 9% delle donne ha subito molestie sessuali sul lavoro, ma 8 su 10 non ne parlano con nessuno. Si tratta di abusi di potere esercitati contro le donne in quanto esseri sottoposti, inferiori, deboli. Le molestie nascono dallo squilibrio di potere tra uomini e donne ancora molto netto. Le disuguaglianze anche economiche sono alla base della violenza. Gli uomini continuano a occupare i posti di comando e il precariato sul lavoro rende le donne ancora più deboli, facilitando così i predatori. È un dato fattuale che il gender pay gap, ovvero la disparità salariale tra uomini e donne, aumenta soprattutto quando le donne hanno figli: secondo recenti stime, con ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto ad un uomo. A livello istituzionale manca un progetto politico organico e condiviso sulla parità tra uomini e donne, mancano i servizi di supporto alla famiglia. Alle donne va data la stessa paritetica opportunità! Non può esistere libertà senza tutela dei diritti. Sono convinta che avremmo vissuto pagine migliori se le donne fossero state ai vertici”.