
(AGENPARL) – Roma, 08 aprile 2019 – In Italia sono pochi anzi pochissimi coloro che conoscono il sito The Million Dollar Homepage. Eppure è stato creato nel 2005 da Alex Tew, uno studente ventenne dello Wiltshire, con lo scopo di finanziarsi gli studi universitari. La pagina principale del sito era stata strutturata come un’immagine suddivisa in aree cliccabili quadrate della dimensione di 10×10 pixel per un totale di un milione di pixel; ogni singolo pixel era stato messo in vendita a un dollaro l’uno, per un ricavo complessivo di un milione di dollari, da cui il nome del sito. Ogni area acquistata diventava poi un link verso il sito dell’inserzionista di cui era possibile vedere lo slogan passando col puntatore del mouse sopra la sua area.
Lanciato il 26 agosto 2005, il sito The Million Dollar Homepage diventò un interessante fenomeno internet, raggiungendo pagerank 7 e diventando il numero 127 come traffico complessivo generato ed alla fine dello stesso anno aveva venduto 990.000 pixel. Nel gennaio 2006 i mille pixel rimanenti furono messi all’asta su e-bay. L’asta si chiuse l’11 gennaio con un’offerta di 38.100 dollari, portando così l’incasso totale a 1.037.100 dollari contro un costo di realizzazione del sito stimato in 50 euro.
Nonostante lo stesso Tew avesse poche speranze di riuscire effettivamente a guadagnare tutti quei soldi e non avesse previsto alcun tipo di pubblicità tranne il passaparola, dopo soli tre giorni riuscì a vendere ad un sito musicale il primo blocco 20×20, e nel giro di due settimane guadagnò i soldi necessari per pagarsi il primo anno di studi. A quel punto, la notizia aveva già fatto il giro dei blog e cominciò ad attrarre l’attenzione di giornali britannici come il Daily Telegraph, il Guardian e il Sun. Tew fu poi costretto a lasciare gli studi dopo un solo semestre a causa dell’enorme pubblicità e dell’attenzione mediatica che lo circondava.
Oggi The Million Dollar Homepage è online e quasi un decennio e mezzo dopo la sua creazione e molti dei suoi clienti come quotidiano britannico The Times, il servizio di viaggi Cheapflights.com, il portale online Yahoo! hanno avuto 15 anni di pubblicità con quel tipo pagamento, il sito ha ancora diverse migliaia di visitatori ed è stato sicuramente un ottimo investimento.
Quello che preme sottolineare è che la homepage che Tew con la sua intuizione ‘pratica’ ha creato è diventata un museo vivente di una precedente era di internet e quindici anni in questo settore è un epoca geologica: infatti circa il 40% dei link sulla homepage di Million Pixel ora è collegato a siti non funzionanti e molti altri puntano a domini completamente nuovi, oppure il loro URL originale è stato venduto a nuovi proprietari.
Solo degli attenti osservatori, materiale di questi tempi abbastanza raro, avrebbero potuto accorgersi di questo cambiamento poco visibile. E’ chiaro che ancora fa notizia un quotidiano che chiude o cambia proprietà ma certamente non suscita clamore un sito internet che chiude i battenti ed è quindi offline.
Ma questa riflessione potrebbe essere sbagliata ed è il caso del sito AOL che nel 2013 chiuse tutti i siti di musica e quindi il lavoro dei redattori e delle centinaia di persone che hanno contribuito ad aggiornare il sito.
Oggi poco rimane se non pochissimi articoli salvati da Internet Archive, una fondazione senza scopo di lucro con sede a San Francisco istituita alla fine degli anni ’90 dall’ingegnere informatico Brewster Kahle.
Brewster Kahle, nato a New York il 22 ottobre 1960 si è laureato presso il Massachusetts Institute of Technology nel 1982 con una laurea in informatica (Computer Science & Engineering). Condusse i suoi studi soprattutto sull’intelligenza artificiale ed ebbe come insegnanti Marvin Minsky e W. Daniel Hillis.
Kahle è il fondatore di Internet Archive e della Open Content Alliance, organizzazioni impegnate a creare un database permanente e accessibile al pubblico di materiale digitale.
La fondazione Internet Archive rappresenta un gruppo che cerca di salvare le primissime presenze di internet dell’uomo prima che scompaia tutto.
E’ palese che sia gli archivi che le biblioteche nazionali hanno la dovuta esperienza nel salvare libri, giornali e periodi perché la stampa era in circolazione da tempo, ma ora con l’avvento di Internet e cioè con una diffusione davvero di massa cosa accadrà?
L’Archivio Centrale di Stato devono avere una copia di ogni giornale pubblicato, ma ora con i quotidiani che sono passati dalla stampa cartacea al Web il sistema di archiviazione è cambiato.
Addirittura non abbiamo più la prima pagina creata nel 1991 su Internet, la pagina che puoi visualizzare sul World Wide Web Consortium è una copia fatta un anno dopo.
E l’aggiornamento sui siti è di minuti se non addirittura di secondi con foto, video, commenti ecc. Molto materiale specie quello iniziale di Internet sono già state perso anche se in teoria ogni quotidiano possiede un suo ‘archivio’ ma se non è stato salvato correttamente il contenuto andrà inevitabilmente smarrito.
E’ vero che lo storage è diminuito nel prezzo ma l’archiviazione del materiale dei siti costa ancora molto, ma soprattutto chi lo pagherà?
La questione dell’archiviazione è molto delicata, anche perché non è detto che fra decenni anche Facebook esisterà ancora, per non parlare dei siti dei politici che nascono e muoiono durante una campagna elettorale. Chi si ricorderà delle dichiarazioni o delle promesse se il sito sarà poi offline?
Ed infine cosa lasceremo ai nostri posteri se non archivieremo correttamente l’attuale era che stiamo vivendo?