(AGENPARL) – Roma, 07 gennaio 2020 – Oggi alla luce di quanto è avvenuto dopo l’uccisione di Soleimani, sembra incredibile che pochi mesi fa gli Usa e l’Iran erano ad una svolta diplomatica nelle loro relazioni bilaterali.

Con la mediazione del presidente francese Emmanuel Macron, a margine dell’Assemblea della Nazioni Unite dell’anno scorso, i due presidenti Donald Trump e Hassan Rouhani avrebbero dovuto firmare un piano per impedire ulteriori escalation. Nella bozza di accordo si parlava che in cambio della sospensione delle sanzioni statunitensi, l’Iran sarebbe rientrato nell’accordo nucleare del 2015, avrebbe fermato le provocazioni nel Golfo Persico e accettato di discutere un accordo di sicurezza regionale più completo.

La bozza di accordo francese poi è crollata all’ultimo minuto.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Iran stavano peggiorando già mesi prima dell’attacco del drone americano uccidesse Qassem Soleimani, il numero uno della forza Quds iraniana.

Oggi, Teheran sta promettendo ritorsioni pesanti e le ambasciate statunitensi a Baghdad e Riyadh avvertono che è aumentato il rischio di violenza diretta dall’Iran, e Teheran ha annunciato ufficialmente che non si sente più costretto a rispettare alcun limite tecnico nell’accordo nucleare. Cioè ormai la situazione potrebbe precipitare.

A pochi giorni dalla morte di Soleimani, una domanda che necessariamente va sollevata è se l’attacco aiuta o meno i negoziati tra i due paesi visto che è il presidente Trump ha affermato di volerli.

Se da una parte è indubbio il successo dell’operazione militare che ha portato all’eliminazione del generale Soleimani, dall’altra ha avuto delle ripercussioni non positive, visto il terremoto politico che hanno generato in Iran e in Iraq. Il primo dato di fatto è che ora le truppe statunitensi sono diventate degli obiettivi e le prospettive di una apertura diplomatica tra Washington e Teheran sono praticamente ridotte al lumicino, dando man forte così alle ali dei falchi di entrambi gli schieramenti e cioè ai sostenitori della linea dura, facendo in tal modo aumentare le tensioni a livelli tali che potrebbero essere ingestibili.

In tale contesto la speranza di Trump di raggiungere un accordo più ampio e migliore con l’Iran è già morto in partenza.

È chiaro che il leader supremo l’Ayatollah Ali Khamenei, già molto sospettoso delle intenzioni americane, non ha alcun interesse a negoziare con gli USA che si era ritirata unilateralmente da un accordo nucleare multilaterale a cui Teheran stava rispettando. La leadership iraniana teme che sedersi allo stesso tavolo dei negoziatori statunitensi mentre Washington sta lavorando attivamente per far fallire l’economia iraniana, in quanto è un chiaro messaggio di debolezza ed è un precedente per le future amministrazioni statunitensi ad usare la stessa tattica.

Quindi per i funzionari iraniani, compreso il presidente Rouhani, rimangono coerenti nel loro linea: non ci saranno negoziati finché gli Stati Uniti perseguono una campagna di forte pressione.

La massima pressione, consistente nelle pesanti sanzioni statunitensi fino ad oggi attuate e lo spiegamento di oltre 18.000 militari in più in Medio Oriente da maggio dell’anno scorso, finora non ha portato nessun risultato per i sostenitori di questa strategia.

Infatti, Teheran non sta chiedendo aiuto economico, e non sta capitolando alle richieste americane. Nessuna delle previsioni fatte dal segretario di Stato Mike Pompeo, dall’inviato iraniano Brian Hook o dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton si sono avverate, anzi gli iraniani stanno investendo in una strategia di resistenza con operazioni asimmetriche che hanno perfezionato negli ultimi 40 anni.

Un negoziato bilaterale USA-Iran non è oggi forse possibile visto come stanno evolvendo le questioni, ma la De-escalation, tuttavia, è ancora sul tavolo, se non altro perché nessuno dei due Paesi ha interesse ha un conflitto.

Indubbiamente l’uccisione dell’ alto ufficiale militare iraniano ha reso il lavoro diplomatico più difficile, anche se entrambe le parti sono disposte ad agire con moderazione per evitare la guerra.

Washington dovrebbe sostenere e quindi dare spazio ai possibili intermediari per tentare di avviare il dialogo, visto che è impensabile oggi in questa fase un dialogo diretto tra Stati Uniti ed Iran

Josep Borrell, il principale funzionario della politica estera dell’Unione europea, ha spedito un invito al ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif il 5 gennaio. Altri, come il presidente francese Macron, il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il Sultan Qaboos bin Said dell’Oman hanno tutti cercato di riavvicinare i due Paesi.

Impensabile attendere la capitolazione dell’Iran mentre la Casa Bianca dovrebbe sfruttare al meglio ogni opportunità di dialogo per comunicare messaggi distensivi.

Trump dovrebbe anche essere molto più cauto nel parlare e nei messaggi pubblici in futuro.

La mancanza di dialogo genera interpretazioni erronee che potrebbero far aumentare ulteriormente la tensione e predisporre lo scontro e questo vale sia per gli Stati Uniti che per l’Iran. Quindi anche Teheran dovrebbe abbassare i toni delle dichiarazioni troppo retoriche.

E la notizia che Washington ha bloccato il visto del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif per impedirgli di rivolgersi al Consiglio di sicurezza dell’ONU alla fine di questa settimana manda esattamente il messaggio sbagliato. L’amministrazione dovrebbe cogliere le opportunità per promuovere un dialogo, e questa presa di posizione non serve a nulla.

Il presidente iracheno Barham Salih ha dichiarato saggiamente «alla fine della giornata, abbiamo bisogno di tutti i giocatori chiave per sederci a un dannato tavolo e discuterne davvero».

Nessuna delle questioni che dividono gli Stati Uniti e l’Iran può essere risolta con la forza militare. Affrontare queste controversie richiederà tempo, volontà, interesse e resistenza per esplorare risoluzioni diplomatiche ragionevoli che impediscano ulteriori violenze.

Sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo sarebbe un’altra grande guerra in Medio Oriente, quella che il popolo americano non ha giustamente interesse a combattere.

Oggi quello che bisogna fare è evitare i conflitti e questo riveste la massima priorità per tutti.