(AGENPARL) - Roma, 23 Ottobre 2026 - Il presidente russo annuncia la disponibilità a riprendere il negoziato trilaterale con Washington e Kiev, respinge le accuse di preparare un conflitto con l’Europa e torna a rivendicare i territori ucraini occupati. Ma dietro le dichiarazioni sulla pace rimangono profonde divergenze sulla sovranità dell’Ucraina, sulle garanzie di sicurezza e sul futuro dell’ordine europeo. Vladimir Putin torna a parlare di pace, di negoziati con gli Stati Uniti e di una possibile nuova architettura della sicurezza europea. Ma contemporaneamente ribadisce che la Russia continuerà la guerra in Ucraina finché non avrà raggiunto i propri obiettivi. È questa la contraddizione fondamentale che emerge dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente russo al giornalista Pavel Zarubin, riprese dall’agenzia TASS. Da una parte, Mosca afferma di non volere una guerra contro i Paesi europei e sostiene di essere pronta a riprendere il confronto diplomatico con Washington e Kiev. Dall’altra, il Cremlino continua a rivendicare territori internazionalmente riconosciuti come ucraini, contesta la legittimità di alcune scelte politiche di Kiev e presenta il proseguimento delle operazioni militari come un’alternativa alla mancata accettazione delle proprie condizioni. Il risultato è un messaggio che contiene contemporaneamente un’apertura negoziale e un avvertimento strategico. La Russia dichiara di voler discutere la pace, ma non rinuncia agli obiettivi politici e territoriali che hanno contribuito a rendere il conflitto così difficile da risolvere. Il punto centrale, dunque, non è soltanto se i colloqui trilaterali riprenderanno a novembre. È capire se Russia, Ucraina e Stati Uniti possano individuare un terreno comune su questioni che riguardano la sopravvivenza dello Stato ucraino, la sicurezza russa e il futuro equilibrio militare del continente europeo.
Putin all’Europa: «Non ci stiamo preparando a una guerra»
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda i rapporti tra Mosca e i Paesi europei. Putin ha respinto l’idea che la Russia stia preparando un conflitto militare diretto contro l’Europa. Secondo il presidente russo, le popolazioni europee non desiderano combattere contro Mosca e la Russia, a sua volta, non intende intraprendere una guerra contro i Paesi europei. È un’affermazione politicamente importante, perché arriva in una fase nella quale numerosi governi europei stanno rafforzando gli investimenti nella difesa e rivedendo le proprie valutazioni sulle minacce alla sicurezza. Ma occorre distinguere tra una dichiarazione di intenzioni e una garanzia verificabile. Putin afferma che la Russia non vuole attaccare l’Europa. I governi europei, tuttavia, valutano il rischio anche sulla base delle capacità militari russe, della guerra in Ucraina e delle precedenti decisioni del Cremlino. Le due posizioni rispondono a logiche differenti. Mosca vuole contrastare la rappresentazione della Russia come minaccia diretta per il continente. Diversi governi europei ritengono invece che la guerra contro l’Ucraina dimostri la necessità di rafforzare la deterrenza e la preparazione militare. Il fatto che la Russia dichiari di non volere un conflitto con la NATO non elimina automaticamente i timori europei. Allo stesso tempo, il rafforzamento delle difese europee non dimostra, da solo, che una guerra diretta tra Russia e NATO sia inevitabile. È proprio questa distanza tra percezioni, intenzioni dichiarate e capacità militari a rendere così delicata la situazione.
La «schizofrenia politica» europea: la polemica del Cremlino
Putin ha utilizzato un’espressione particolarmente dura per descrivere le dichiarazioni europee sulla possibilità di una guerra con la Russia. Le ha definite una forma di «schizofrenia politica». Si tratta di un giudizio polemico del presidente russo, non di una descrizione oggettiva delle politiche europee. Secondo Putin, alcuni Paesi avrebbero alimentato una campagna antirussa utilizzando il conflitto in Ucraina e le rivendicazioni territoriali di Mosca come giustificazione per un confronto sempre più ampio. Il presidente sostiene che la retorica della minaccia russa contribuisca ad aggravare le divisioni tra Mosca e l’Europa. Ma per comprendere il comportamento dei governi europei occorre considerare il contesto. L’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha rappresentato una rottura dell’ordine di sicurezza europeo. Le preoccupazioni dei Paesi confinanti con la Russia, in particolare quelli dell’Europa orientale e baltica, derivano anche dall’esperienza storica, dalla posizione geografica e dall’andamento della guerra. La questione non può quindi essere ridotta a un semplice scontro di dichiarazioni. Per il Cremlino, il riarmo europeo rischia di alimentare una spirale di confronto. Per molti governi europei, invece, è una risposta alla percezione di una minaccia già concretizzatasi in Ucraina. Il problema strategico è che entrambe le parti possono interpretare le misure dell’altra come offensive, anche quando vengono presentate come difensive. È il meccanismo che nelle relazioni internazionali viene definito dilemma della sicurezza.
I colloqui trilaterali: Mosca e Washington discutono una possibile ripresa
La parte diplomaticamente più rilevante delle dichiarazioni riguarda la possibilità di riprendere i negoziati tra Russia, Stati Uniti e Ucraina. Putin ha affermato che nei contatti con Washington sarebbe stata raggiunta un’intesa sulla disponibilità a riavviare il formato trilaterale. Secondo il presidente russo, il confronto dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle garanzie di sicurezza da assicurare alla Russia e all’Ucraina dopo un eventuale accordo di pace. Questa impostazione introduce un elemento decisivo. Non si tratterebbe soltanto di discutere un cessate il fuoco o una linea di separazione tra gli eserciti. Il negoziato dovrebbe affrontare il sistema di garanzie necessario per evitare che il conflitto riprenda. Ma le dichiarazioni russe non equivalgono, da sole, alla conferma di un calendario concordato da tutte le parti. Per parlare di un negoziato effettivamente avviato occorrono la disponibilità di Kiev, un accordo sul formato degli incontri e un’agenda condivisa almeno nei suoi elementi essenziali. La ripresa dei contatti diplomatici sarebbe un passo importante, ma il vero problema rimane la distanza tra ciò che Mosca considera necessario per la propria sicurezza e ciò che Kiev considera indispensabile per la propria sovranità.
Witkoff e la sicurezza europea: il negoziato supera i confini ucraini
Putin ha richiamato anche il contenuto dell’incontro del 21 ottobre con Steve Witkoff, inviato speciale del presidente statunitense. Secondo la ricostruzione del leader russo, Witkoff avrebbe osservato che le future garanzie di sicurezza per Russia e Ucraina richiederebbero di affrontare anche il tema dell’architettura della sicurezza europea. Putin ha dichiarato di condividere questa impostazione. Il passaggio è significativo perché sposta la discussione da una guerra territoriale a un problema strategico continentale. Mosca sostiene da anni che la propria sicurezza debba essere valutata anche in relazione all’allargamento della NATO, alla presenza militare occidentale nell’Europa orientale e agli equilibri tra le principali potenze. L’Ucraina, invece, considera essenziali garanzie credibili contro una futura aggressione russa. Per molti Paesi europei, il principio fondamentale è che ogni Stato debba poter decidere autonomamente i propri orientamenti di sicurezza, nel rispetto del diritto internazionale. Sono impostazioni difficili da conciliare. Un accordo che soddisfacesse soltanto le esigenze russe potrebbe risultare inaccettabile per Kiev. Un’intesa priva di garanzie verificabili potrebbe non impedire la ripresa della guerra. Un negoziato che escludesse gli europei dalle decisioni riguardanti la sicurezza del continente solleverebbe inoltre problemi di legittimità politica e di attuazione. La pace in Ucraina non può essere considerata soltanto una questione tra Mosca e Washington: riguarda direttamente gli ucraini e la sicurezza di numerosi Stati europei.
La Russia sostiene di aver cercato la pace fin dal 2014: una ricostruzione contestata
Putin ha ripercorso anche le origini del conflitto, sostenendo che Mosca avrebbe cercato una soluzione pacifica fin dal 2014. Il presidente russo ha richiamato gli accordi di Minsk e ha attribuito alle autorità ucraine la responsabilità del mancato raggiungimento di un’intesa. È la ricostruzione politica del Cremlino, ma non può essere considerata una descrizione completa e condivisa degli eventi. La crisi del 2014 comprende infatti l’annessione russa della Crimea, non riconosciuta dalla comunità internazionale, e l’inizio della guerra nel Donbass tra le forze ucraine e i separatisti sostenuti da Mosca. Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 cercarono di stabilire un cessate il fuoco e un percorso politico per la gestione del conflitto nell’Ucraina orientale. La loro attuazione rimase incompleta e controversa, con accuse reciproche di violazione. Nel febbraio 2022 la Russia ha poi avviato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, trasformando il conflitto in una guerra di dimensioni molto maggiori. Per questo, l’affermazione secondo cui Mosca avrebbe sempre perseguito esclusivamente una soluzione pacifica deve essere letta come una posizione ufficiale russa, non come un fatto storicamente accertato. Un negoziato credibile richiede anche di distinguere la narrazione che ciascuna parte offre delle origini della guerra dalle responsabilità e dagli eventi documentati.
«Non si può sconfiggere la Russia»: il messaggio strategico a Kiev e all’Occidente
Putin ha inoltre ribadito che, a suo giudizio, una sconfitta militare della Russia sarebbe impossibile e che i Paesi intenzionati a infliggerle una sconfitta strategica dovrebbero riconoscere questa realtà. È un messaggio rivolto contemporaneamente all’Ucraina, agli Stati Uniti e ai governi europei. Il Cremlino intende presentare la prosecuzione della guerra come un’opzione destinata a non modificare gli equilibri fondamentali, sostenendo che un accordo sarebbe preferibile al prolungamento delle ostilità. Ma si tratta di una valutazione politica e militare formulata da una delle parti in conflitto. L’esito di una guerra dipende da numerosi fattori: capacità produttiva, risorse economiche, disponibilità di personale, sostegno internazionale, innovazione tecnologica, morale delle truppe e decisioni politiche. Inoltre, il concetto di vittoria non è identico per tutti i protagonisti. Per Mosca potrebbe significare ottenere il riconoscimento di determinate conquiste territoriali e garanzie strategiche. Per Kiev potrebbe significare conservare la propria indipendenza, impedire ulteriori avanzate russe e ottenere condizioni di sicurezza sufficientemente solide. La possibilità di raggiungere un compromesso dipende anche dalla capacità di definire obiettivi negoziali compatibili. Affermare che una sconfitta russa sia impossibile non equivale a dimostrare che tutte le richieste di Mosca debbano essere accettate.
I 500.000 disertori ucraini: una cifra da interpretare con attenzione
Un altro passaggio dell’intervista riguarda le difficoltà di mobilitazione dell’esercito ucraino. Putin ha sostenuto che il numero dei militari che hanno abbandonato il servizio potrebbe raggiungere o superare le 500.000 unità. Ha inoltre richiamato oltre 300.000 procedimenti penali relativi a episodi di assenza non autorizzata e diserzione. Il tema è reale e riguarda una delle maggiori difficoltà affrontate dall’Ucraina dopo anni di guerra. Ma la cifra richiede una distinzione fondamentale: il numero dei procedimenti penali non coincide necessariamente con il numero dei singoli soldati che hanno definitivamente disertato. Le statistiche ucraine comprendono categorie differenti, tra cui l’assenza non autorizzata dall’unità e la diserzione propriamente detta. Inoltre, alcuni militari possono essere rientrati in servizio e le registrazioni giudiziarie non rappresentano automaticamente il numero aggiornato delle persone ancora assenti. Un’analisi pubblicata il 21 ottobre da bne IntelliNews riferisce che il parlamentare ucraino Oleksandr Fedienko ha stimato circa 500.000 militari assenti dalle unità, precisando però che non esiste un conteggio esatto pubblicamente disponibile. La stessa ricostruzione ricorda che le autorità ucraine avevano indicato circa 200.000 militari assenti o disertori, mentre i dati sui procedimenti giudiziari comprendono situazioni differenti.
La cifra di mezzo milione, dunque, non è una statistica definitivamente verificata sul numero di disertori effettivi. Resta comunque un segnale della gravità delle difficoltà di personale affrontate dall’Ucraina.
La crisi della mobilitazione e il logoramento di una guerra prolungata
Putin ha descritto la mobilitazione ucraina come un sistema sempre più coercitivo, sostenendo che uomini privi di motivazione vengano arruolati e inviati al fronte. Anche in questo caso, le sue dichiarazioni devono essere attribuite alla parte russa. Esistono tuttavia problemi documentati relativi alla mobilitazione, alle assenze non autorizzate e alla difficoltà di mantenere gli organici delle unità ucraine. Una guerra di lunga durata esercita pressioni enormi sulla popolazione. I militari devono affrontare turni prolungati, perdite, stress psicologico e difficoltà nel ricambio del personale. Le famiglie convivono con l’incertezza e con le conseguenze economiche e sociali del conflitto. La disponibilità di volontari tende a essere diversa nelle fasi iniziali di una guerra rispetto a quelle successive, quando il costo umano diventa più evidente. Queste difficoltà non riguardano esclusivamente l’Ucraina: il logoramento del personale è un problema generale delle guerre prolungate. La questione politica è come garantire la difesa dello Stato rispettando contemporaneamente i diritti dei cittadini, le procedure previste dalla legge e le esigenze delle forze armate. Il problema della mobilitazione non può essere compreso soltanto attraverso il numero dei disertori. Occorre considerare il peso complessivo che anni di combattimenti impongono alla società ucraina.
I territori contesi: la questione più difficile del negoziato
Il nodo territoriale rimane probabilmente uno dei principali ostacoli a un accordo. Putin ha ribadito che Mosca considera russi i territori ucraini annessi dalla Federazione Russa. Ha richiamato le consultazioni organizzate nelle regioni occupate, sostenendo che gli abitanti avrebbero espresso la volontà di unirsi alla Russia. Ma i referendum organizzati dalle autorità russe nei territori occupati nel 2022 non sono stati riconosciuti come validi dall’Ucraina e dalla grande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite. L’Assemblea generale dell’ONU ha condannato le annessioni russe, riaffermando la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti. Il fatto che Mosca eserciti il controllo militare su determinati territori non modifica automaticamente il loro status giuridico internazionale. È questa la distinzione tra controllo di fatto e sovranità riconosciuta. La posizione russa consiste nel considerare quelle regioni parte della Federazione. La posizione ucraina è che si tratti di territori occupati appartenenti allo Stato ucraino. Le due impostazioni sono incompatibili sul piano giuridico e politico. Qualunque negoziato dovrà affrontare la distanza tra la situazione militare sul terreno e il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Una possibile discussione sulle linee di cessate il fuoco non equivarrebbe necessariamente al riconoscimento internazionale delle annessioni. Sono questioni differenti, che richiedono soluzioni e garanzie diverse.
Russi e ucraini «un unico popolo»: il peso della storia nel discorso di Putin
Putin ha riproposto anche la tesi secondo cui russi e ucraini sarebbero un unico popolo sul piano storico e, nelle sue parole, «genetico». È una delle idee ricorrenti nella visione del presidente russo sui rapporti tra i due Paesi. La storia di Russia e Ucraina presenta effettivamente profondi intrecci culturali, linguistici, religiosi e familiari. Ma l’esistenza di legami storici non elimina le identità nazionali distinte né determina automaticamente l’appartenenza politica di una popolazione. La formulazione genetica, inoltre, non costituisce una base scientifica per stabilire diritti territoriali o sovranità statali. Le identità nazionali si formano attraverso processi storici, culturali e politici complessi, non attraverso un criterio biologico che possa decidere a quale Stato debba appartenere una comunità. L’Ucraina è uno Stato indipendente e internazionalmente riconosciuto. I suoi cittadini possono avere lingue, tradizioni e legami familiari differenti senza che questo comprometta il loro diritto all’autodeterminazione politica. Il riferimento di Putin a una comune origine storica assume quindi un significato politico preciso: rafforzare la narrazione secondo cui la separazione tra Russia e Ucraina sarebbe il risultato di una divisione storica da superare o ridimensionare. Per Kiev, al contrario, il riconoscimento dell’identità nazionale ucraina costituisce uno degli elementi centrali della difesa della propria indipendenza.
Il rischio di una pace senza garanzie
L’eventuale ripresa dei negoziati trilaterali potrebbe rappresentare un passaggio diplomatico importante. Ma la pace non coincide semplicemente con l’interruzione temporanea dei combattimenti. Un cessate il fuoco privo di meccanismi di controllo e di garanzie credibili potrebbe lasciare aperte le condizioni per una nuova escalation. Per questo, il tema dell’architettura della sicurezza europea assume un’importanza particolare. Un accordo dovrebbe chiarire almeno le modalità di verifica del cessate il fuoco, le eventuali garanzie di sicurezza per l’Ucraina, gli strumenti di gestione delle violazioni e il rapporto tra gli impegni delle parti e le istituzioni internazionali. Dovrebbe inoltre affrontare il destino dei territori occupati, la protezione dei civili, i prigionieri di guerra e le conseguenze umanitarie del conflitto. Sono questioni complesse, sulle quali le posizioni rimangono molto distanti. Il coinvolgimento americano potrebbe contribuire alla ricerca di un’intesa. Ma senza l’accettazione ucraina e senza meccanismi di attuazione credibili, un accordo rischierebbe di non produrre una stabilità duratura.
L’Europa non può essere soltanto spettatrice
Le dichiarazioni di Putin sulla sicurezza continentale sollevano infine una questione per l’Unione europea e per i Paesi membri della NATO. Se il futuro della sicurezza europea entrerà nell’agenda dei colloqui tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, il ruolo degli Stati europei diventerà inevitabilmente rilevante. L’Europa sostiene finanziariamente e militarmente l’Ucraina, ospita milioni di rifugiati e affronta direttamente le conseguenze economiche e strategiche della guerra. Qualunque nuovo equilibrio di sicurezza potrebbe influenzare la presenza militare sul continente, gli investimenti nella difesa, le politiche energetiche e i rapporti diplomatici con Mosca. Il rischio per gli europei sarebbe quello di subire decisioni prese senza una partecipazione adeguata. Ma esiste anche un problema opposto: la mancanza di una posizione sufficientemente coordinata tra i diversi governi europei. Le sensibilità dei Paesi baltici, della Polonia, della Germania, della Francia e degli altri Stati non coincidono sempre. Trovare una linea comune è quindi una delle condizioni necessarie per esercitare un ruolo diplomatico efficace. Se si discute della sicurezza dell’Europa, la partecipazione europea non può essere considerata un elemento secondario.
Conclusione: Putin parla di pace, ma la distanza tra le parti resta profonda
Le dichiarazioni del presidente russo delineano una strategia comunicativa e diplomatica articolata. Putin respinge l’idea di preparare una guerra contro l’Europa, critica la retorica occidentale sulla minaccia russa e si dice disponibile a riprendere i negoziati con Stati Uniti e Ucraina. Allo stesso tempo, riafferma le rivendicazioni territoriali di Mosca, sostiene che una sconfitta militare russa sia impossibile e avverte che le operazioni militari continueranno se non verrà raggiunto un accordo. La disponibilità al dialogo è un elemento da seguire con attenzione. Ma non basta, da sola, a dimostrare che la pace sia vicina. Le questioni fondamentali rimangono aperte: il territorio, la sovranità ucraina, le garanzie di sicurezza, le sanzioni, la presenza militare e il futuro rapporto tra Russia e Occidente. Anche le affermazioni sui 500.000 disertori ucraini richiedono una lettura rigorosa, distinguendo le stime politiche dai dati verificati e i procedimenti penali dal numero effettivo di militari assenti. Il possibile ritorno al formato trilaterale potrebbe aprire uno spazio diplomatico. Ma sarà il contenuto delle proposte, non la sola disponibilità a incontrarsi, a determinare se quello spazio potrà produrre risultati. La domanda decisiva non è se Putin, Washington e Kiev siano pronti a sedersi nuovamente allo stesso tavolo. È se siano pronti ad accettare un accordo nel quale la sicurezza di una parte non venga costruita negando quella dell’altra. E per l’Europa la questione è ancora più ampia. Non si tratta soltanto di evitare una guerra diretta con la Russia, ma di costruire un sistema di sicurezza nel quale il rispetto dei confini, la sovranità degli Stati e gli strumenti diplomatici possano ridurre concretamente il rischio di nuovi conflitti. La pace non sarà misurata dalla forza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di trasformare gli impegni diplomatici in garanzie verificabili e durature.
