(AGENPARL) - Roma, 6 Ottobre 2026 - La Libia non soffre per la mancanza di accordi; soffre, piuttosto, dell’incapacità della classe politica di produrre una soluzione capace di porre fine alla fase transitoria.
Dopo anni di divisioni e di molteplici centri di potere, il Paese si trova nuovamente di fronte alla domanda fondamentale: è possibile formare un governo unificato e neutrale, guidato da un Primo Ministro che non rappresenti nessuna delle parti in conflitto e che abbia come missione prioritaria quella di superare la divisione e preparare il terreno alle elezioni?
È in questo contesto che il nome dell’ingegnere Mohamed Elmezughi è tornato al centro del dibattito sulla guida del prossimo governo.
Secondo le posizioni da lui pubblicamente espresse, Elmezughi si presenta come una figura indipendente, non riconducibile né all’Est né all’Ovest del Paese e non rappresentativa di una particolare istituzione. La sua proposta è quella di un governo unificato, dotato di un mandato chiaramente definito e di durata limitata, la cui missione dovrebbe concludersi con lo svolgimento delle elezioni.
Particolarmente significativi sono i suoi rapporti con esponenti politici, della sicurezza e militari della Libia orientale, occidentale e meridionale, in un Paese nel quale qualsiasi autentica soluzione richiede una figura capace di dialogare con interlocutori differenti e di costruire ponti tra le diverse componenti.
La sua presenza internazionale e i suoi contatti con capitali e attori regionali e internazionali, insieme alla costante enfasi posta sulla sovranità nazionale e sull’apertura della Libia al mondo senza diventarne dipendente, aggiungono un’ulteriore dimensione al suo profilo di potenziale candidato per una fase che richiede capacità di interlocuzione con l’esterno senza subordinazione.
Ancora più rilevante è il fatto che, secondo alcuni osservatori, il nome di Elmezughi avrebbe iniziato a entrare nel novero delle figure potenzialmente in grado di ottenere una preliminare accettazione internazionale per la gestione della prossima fase. Ciò deriverebbe soprattutto dal fatto che non appare chiaramente identificato con nessuno dei tradizionali schieramenti del conflitto, pur mantenendo canali di comunicazione a livello interno, regionale e internazionale.
Questo, tuttavia, non significa che sia stata assunta alcuna decisione internazionale definitiva. La scelta del prossimo Primo Ministro continuerà a dipendere dagli equilibri politici interni alla Libia, dalle posizioni della Camera dei Rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato, dalle diverse forze presenti sul terreno e dagli orientamenti degli attori internazionali coinvolti nella crisi libica.
Ma la vera domanda non è più semplicemente:
Chi sarà il prossimo Primo Ministro?
La questione decisiva è un’altra:
La Libia può scegliere un Primo Ministro che arrivi per porre fine alla divisione, anziché limitarsi a gestirla?
Se le elezioni rappresentano realmente l’obiettivo, il prossimo governo non dovrebbe trasformarsi nell’ennesimo progetto destinato a prolungare la fase transitoria. Dovrebbe invece costituire un ponte breve e chiaramente definito dalla divisione allo Stato, e dalla legittimità transitoria alla legittimità popolare.
In questo quadro, Mohamed Elmezughi rimane uno dei nomi più rilevanti da osservare e, forse, una delle figure attorno alle quali — almeno in linea di principio — differenti attori libici e internazionali potrebbero individuare un terreno comune, qualora il processo politico si orientasse verso la formazione di un governo neutrale con un mandato rigorosamente definito.
In ultima analisi, l’esito non sarà determinato da chi possiede la maggiore influenza dietro le quinte, ma da chi sarà capace di convincere i libici che il prossimo governo sarà un governo di transizione verso le elezioni — e non un governo di transizione verso un’altra transizione.
Ed è precisamente qui che comincia la prova di Mohamed Elmezughi.
Così come comincia la prova di tutti gli altri.

Mohamed Elmezughi at the heart of libya’s question: Is it time to break the cycle?
Libya does not suffer from a lack of agreements; rather, it suffers from the political class’s inability to produce a solution that brings the transitional phase to an end.
After years of division and multiple centers of power, the country is once again facing the fundamental question: Can a unified and neutral government be formed, led by a prime minister who represents none of the conflicting parties, with the primary mission of ending the division and paving the way for elections?
Against this backdrop, the name of engineer Mohamed Elmezughi has returned to the forefront of discussions over the next government’s leadership.
According to his publicly stated positions, Elmezughi presents himself as an independent figure who belongs neither to the East nor the West and does not represent any particular institution. He advocates a unified government with a clearly defined mandate and limited duration, whose mission would end with the holding of elections.
His relationships with political, security, and military figures across eastern, western, and southern Libya are particularly significant in a country where any genuine settlement requires a figure capable of engaging with different sides and building bridges between them.
His international presence and contacts with regional and international capitals and actors, together with his consistent emphasis on national sovereignty and on opening Libya to the world without becoming dependent on it, add another dimension to his profile as a potential candidate for a phase that requires engagement with the outside world without submitting to it.
More importantly, some observers believe that Elmezughi’s name has begun to enter the circle of figures who could receive preliminary international acceptance to manage the next phase. This is largely because he is not clearly identified with any of the traditional camps of the conflict, while maintaining channels of communication at the domestic, regional, and international levels.
This does not mean that any final international decision has been made. The selection of the next prime minister will remain dependent on Libya’s internal political balance, the positions of the House of Representatives and the High Council of State, the various forces on the ground, and the positions of the international actors involved in the Libyan crisis.
But the real question is no longer simply: Who will become the next prime minister?
It is: Can Libya choose a prime minister who comes to end the division, rather than manage it?
If elections are truly the objective, the next government should not become another project for prolonging the transitional period. It should instead serve as a short and clearly defined bridge from division to statehood, and from transitional rule to popular legitimacy.
In this context, Mohamed Elmezughi remains one of the most prominent names worth watching, and perhaps one of the figures around whom, at least in principle, multiple Libyan and international parties could find common ground if the process moves toward a neutral government with a clearly defined mandate.
Ultimately, the outcome will not be determined by whoever has the greatest influence behind the scenes, but by whoever can convince Libyans that the next government will be a government of transition to elections—not a government of transition to another transitional phase.
And this is where the test of Mohamed Elmezughi begins… as does the test of everyone else.
