Intervista a Marinella Pacifico, già senatrice della Repubblica (XVIII legislatura)
(AGENPARL) - Roma, 24 Settembre 2026 - Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui dati Istat relativi ai conti pubblici riaprono il confronto sull’autonomia degli organismi statistici, sulla politica economica del Governo e sulle prospettive dell’industria italiana. Intervenendo a Porta a Porta, Meloni ha espresso rammarico per il deficit 2025, attestato al 3,1% del Pil, osservando inoltre di non sapere «se l’Istat sottostima gli italiani o il governo» e richiamando le successive revisioni delle stime di crescita.
Il dibattito si inserisce in un quadro economico articolato. A giugno 2026 la produzione industriale è diminuita dello 0,6% su base annua, con una contrazione particolarmente marcata nel tessile, abbigliamento, pelli e accessori (-7,1%); nel complesso del primo semestre, tuttavia, la produzione industriale è cresciuta dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sul fronte internazionale, un’analisi di Confartigianato ha stimato per le Pmi dei comparti maggiormente esposti una riduzione dell’export verso gli Stati Uniti del 10,4% tra agosto 2025 e marzo 2026, pari a 1,293 miliardi di euro.
A questo scenario si aggiunge il confronto sulle scelte energetiche, sulla politica industriale e sulla capacità dell’Italia di tutelare le proprie filiere produttive. Anche la partecipazione di Meloni alla cena inaugurale della Milano Fashion Week è entrata nel dibattito politico ed economico: la premier ha spiegato la propria presenza con la volontà di testimoniare la vicinanza del Governo a un settore che sta attraversando «un momento non facilissimo».
Ne parliamo con Marinella Pacifico, già senatrice della Repubblica nella XVIII legislatura, alla quale abbiamo chiesto di analizzare le implicazioni istituzionali delle dichiarazioni sull’Istat, l’andamento dei principali comparti produttivi e le scelte del Governo in materia di industria, energia e rapporti economici internazionali.
Domanda. Senatrice Pacifico, le recenti dichiarazioni della presidente del Consiglio sui dati Istat relativi al deficit hanno suscitato un ampio dibattito. Quali conseguenze possono avere, a suo giudizio, sul piano della credibilità delle istituzioni tecniche e della finanza pubblica?
Pacifico. Un danno di credibilità agli organi tecnici senza i quali un bilancio non è un bilancio, è un manifesto. Istat, Ragioneria, Eurostat non sono uffici stampa di Palazzo Chigi. Sono il presupposto della legge di bilancio. Se la presidente del Consiglio dice in televisione «non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo», non sta facendo analisi: sta dicendo al Paese che i numeri valgono se le fanno comodo. Così si sacrifica la veridicità dei dati alla propaganda. E quando i dati diventano nemici, il conto lo pagano i cittadini, non il palco di Porta a Porta.
Domanda. Ritiene che questa controversia rimanga circoscritta al confronto politico oppure possa avere conseguenze concrete sulla definizione dei documenti di finanza pubblica e della prossima legge di bilancio?
Pacifico. Entra nella manovra. Il Documento di finanza pubblica e la legge di bilancio si costruiscono su stime certificate, non su desideri. Meloni ha usato un fatto vero — le revisioni al rialzo delle stime preliminari del Pil — per una tesi falsa: che l’Istituto abbia negato all’Italia l’uscita dalla procedura. Nel 2025 il Pil è stato rivisto al rialzo di circa 7 miliardi, ma l’indebitamento netto è peggiorato di alcune centinaia di milioni: il rapporto è rimasto al 3,1%. Non è un complotto statistico. È un governo che non tiene sotto controllo le uscite e poi spara sul termometro.
Domanda. Al di là degli indicatori generali, quali comparti produttivi considera maggiormente indicativi delle difficoltà che ancora interessano l’economia italiana?
Pacifico. Quelli che Meloni non cita. Nel 2025 la produzione industriale è scesa dello 0,2%. A giugno 2026 il tessile-abbigliamento-pelli segnava −7,1% tendenziale, −5,1% nel primo semestre. Chimica in calo. Mobili in calo. Legno, carta e stampa in calo. Confindustria, a luglio 2026, metteva ancora in rosso tessile-abbigliamento-pelli, chimica e mobili. Questo non è un Paese che “sorprende l’Europa”. È un Paese senza piano industriale: si amministra l’emergenza, si taglia il nastro, si delega il resto ai dazi altrui e alla fortuna dell’export.
Domanda. Quale impatto ritiene stiano producendo i dazi statunitensi sulle imprese italiane e, in particolare, sui settori maggiormente orientati all’esportazione verso gli Stati Uniti?
Pacifico. L’Italia è fedele a Washington e poi scopre che la fedeltà non rimborsa le fatture. Tra agosto 2025 e marzo 2026 le Pmi nei settori più esposti hanno perso circa 5,3 milioni di euro al giorno di export verso gli Stati Uniti: −10,4%, quasi 1,3 miliardi. Mobili −16,2%, alimentare e bevande −16%, tessile −10,3%, abbigliamento −4,3%. Meloni celebra il Made in Italy e subisce l’agenda tariffaria di Trump. Non è alleanza: è sottomissione commerciale mascherata da atlantismo.
Domanda. Lei ha più volte richiamato anche il tema dell’approvvigionamento energetico. Come valuta la trasformazione del mix energetico italiano dopo la forte riduzione delle forniture di gas russo e quali effetti individua sulla competitività dell’industria?
Pacifico. Io dico una cosa scomoda: dopo il 2022 si è scelta una dipendenza nuova — Gnl americano e mix algerino-azero — e la si è venduta come sovranità. Il gas russo, che copriva circa il 40% del fabbisogno, è stato ridotto a residuo. I prezzi e la volatilità non sono scomparsi. Chimica, vetro, carta, metallurgia vivono di energia. Un governo che non ha un piano industriale e non discute con freddezza il mix energetico lascia quei settori senza bussola. Non sto chiedendo di fingere che la guerra non esista. Sto chiedendo di non raccontare che la scelta energetica sia stata a costo zero per le fabbriche.
Domanda. La partecipazione della presidente Meloni alla Milano Fashion Week, nel contesto degli impegni internazionali legati all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha suscitato diverse letture. Qual è la sua valutazione della scelta e del messaggio rivolto al comparto della moda?
Pacifico. La mistificazione più plateale della settimana. Tajani parla all’Assemblea generale. Meloni manda un videomessaggio e la sera cena a Palazzo Reale. Ufficialmente l’agenda era piena. Nei fatti evita New York — e un faccia a faccia con Trump dopo mesi di frizioni — e si concede il gala della moda per dire che «il governo c’è» e che quel settore rappresenta il Paese nel mondo. La moda è filiera importante, circa il 5% del Pil e un milione di occupati. Ma è anche il comparto che l’Istat vede in flessione produttiva. Usare una cena di lusso per dimostrare che “la moda alza il Pil”, mentre tessile e pelli calano e il deficit resta sopra il 3%, è pubblicità, non governo.
Domanda. Alla luce degli elementi che ha richiamato — conti pubblici, andamento dell’industria, commercio internazionale ed energia — quale giudizio formula complessivamente sulla strategia economica e sulla comunicazione del Governo?
Pacifico. È un fallimento mascherato da storytelling. Si attacca l’Istat perché il 3,1% non entra nel copione. Si evita l’ONU perché l’alleato americano è scomodo da incontrare. Si va in passerella perché la foto rende meglio di un decreto energia o di una strategia industriale che non c’è. Gli organi tecnici dello Stato servono a scrivere i conti prima della propaganda. Meloni ha invertito l’ordine: prima il messaggio, poi i numeri, e se i numeri resistono si sparano. Quel danno non è a lei. È alla credibilità del Paese.
