(AGENPARL) - Roma, 17 Settembre 2026 - La Danimarca è diventata uno dei principali punti di riferimento europei nel dibattito sulle politiche migratorie più restrittive. In Svizzera il confronto è arrivato anche in Parlamento, dove diverse proposte invitano a guardare al modello danese. Al centro della discussione c’è Beat Jans, consigliere federale responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia, e il confronto con la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen. L’articolo della Neue Zürcher Zeitung mette in luce, tuttavia, anche differenze strutturali tra i due Paesi.
Danimarca e Svizzera: numeri molto diversi sull’asilo
La differenza più evidente riguarda le dimensioni del fenomeno. Secondo i dati riportati dalla NZZ, nel 2025 in Danimarca sono state presentate 1.959 domande d’asilo, mentre in Svizzera sono state oltre 25.000. Alla fine dello stesso anno, nel settore dell’asilo svizzero si trovavano circa 235.000 persone, comprese 89.000 persone riconosciute come rifugiati e 72.000 provenienti dall’Ucraina con uno status di protezione.
La geografia spiega soltanto una parte della differenza. La Danimarca è più distante dalle principali rotte migratorie rispetto alla Svizzera, elemento sottolineato dallo stesso Jans. Tuttavia, secondo l’articolo, i numeri danesi risultano bassi anche rispetto a quelli di altri Paesi nordici come Svezia e Norvegia.
La politica danese punta esplicitamente sulla deterrenza e interviene non soltanto sulle procedure d’asilo, ma anche sull’accesso alle prestazioni sociali e su altri aspetti dell’integrazione. La Svizzera ha a sua volta irrigidito alcune misure, ma Jans continua a porre l’accento sull’accelerazione delle procedure, sull’integrazione e sulla tutela della dignità e della parità dei diritti.
Welfare più limitato per i nuovi arrivati
Una delle differenze principali riguarda lo Stato sociale. In Danimarca, per limitare l’immigrazione legata all’accesso al welfare, sono previste condizioni restrittive. Le persone che negli ultimi dieci anni hanno vissuto nel Paese per meno di nove anni ricevono prestazioni inferiori; secondo il confronto riportato dalla NZZ, l’assistenza destinata ai rifugiati riconosciuti può arrivare al massimo a circa la metà di quella prevista in Svizzera.
Copenaghen investe invece molto nel rimpatrio volontario. In determinati casi gli incentivi possono raggiungere l’equivalente di circa 20.000 franchi per persona, mentre in Svizzera gli importi sono normalmente molto inferiori.
Protezione temporanea e ricongiungimenti familiari
Un altro elemento caratteristico del sistema danese è la temporaneità della protezione. I rifugiati riconosciuti possono riceverla fino a due anni, mentre per alcune forme di protezione sussidiaria o temporanea la durata iniziale è di un anno. Alla scadenza, le autorità verificano nuovamente se persistano le condizioni che giustificano la protezione. Se ritengono che la situazione nel Paese d’origine sia sufficientemente stabile, lo status può non essere rinnovato.
In Svizzera il permesso collegato allo status di rifugiato viene inizialmente rilasciato per un anno, ma successivamente è generalmente prorogato senza un nuovo esame individuale sistematico. La Segreteria di Stato della migrazione può revocare lo status quando nel Paese d’origine si verifica un cambiamento considerato profondo e duraturo.
Anche il ricongiungimento familiare è sottoposto in Danimarca a condizioni restrittive. In alcuni casi è previsto un periodo di attesa di due anni; vengono inoltre richiesti requisiti relativi all’età dei coniugi, all’alloggio, all’indipendenza dall’assistenza sociale e alla conoscenza della lingua da parte del familiare che arriva nel Paese.
Espulsioni e confronto con la CEDU
Il modello danese è particolarmente severo anche nei confronti degli stranieri condannati per reati. Nel 2025, secondo i dati citati nell’articolo, dalla Danimarca sono state espulse 2.597 persone e il governo punta a rendere più efficaci le espulsioni.
Il tema è rilevante anche in Svizzera, dove l’UDC ha chiesto l’espulsione obbligatoria degli stranieri condannati ad almeno un anno di detenzione, eliminando l’attuale clausola per i casi di rigore. Il Consiglio federale contesta questa impostazione richiamando la Costituzione federale e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La Danimarca ha avuto controversie davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo sulla propria prassi in materia di espulsioni. Il governo danese, insieme al Regno Unito, ha inoltre sostenuto modifiche al quadro europeo relativo all’applicazione della Convenzione in questo ambito.
Mette Frederiksen e la svolta dei socialdemocratici
La componente politica del modello danese è altrettanto importante. Quando Mette Frederiksen assunse la guida dei socialdemocratici nel 2015, nel pieno della crisi migratoria europea, spostò progressivamente il partito verso una linea più restrittiva sull’immigrazione. Dopo le elezioni del 2019, il governo indicò nell’“asilo zero” un obiettivo politico e attribuì maggiore importanza ai rimpatri.
Secondo l’analisi della NZZ, la differenza con Beat Jans riguarda quindi non soltanto le singole misure, ma anche la comunicazione politica. Frederiksen presenta la linea restrittiva come parte integrante della politica socialdemocratica danese; Jans opera invece in un contesto politico diverso e mantiene un approccio più orientato alla diplomazia, all’integrazione e agli accordi con i Paesi d’origine per favorire i rimpatri.
Il confronto, dunque, non riguarda semplicemente l’eventuale importazione in Svizzera del “modello danese”. Le differenti rotte migratorie, i sistemi di welfare, il quadro giuridico e le scelte politiche rendono difficile una trasposizione diretta. Il caso danese mostra però quanto possano incidere, oltre alle norme sull’asilo, le politiche sociali, i criteri per il ricongiungimento familiare, gli incentivi al rimpatrio e la comunicazione del governo.
Fonte: Neue Zürcher Zeitung (NZZ), «Beat Jans kann von Dänemark lernen». Leggi l’articolo originale sulla NZZ
