(AGENPARL) - Roma, 16 Agosto 2026 - La tensione tra Russia e Paesi europei si estende sempre più alle rotte marittime internazionali. Il presidente russo Vladimir Putin ha minacciato una risposta simmetrica ai sequestri occidentali delle petroliere associate alla cosiddetta “flotta ombra” russa, arrivando a prospettare operazioni contro navi europee qualora Mosca ritenga che le proprie imbarcazioni commerciali vengano sequestrate illegalmente.
Le dichiarazioni arrivano mentre Regno Unito, Francia e altri Paesi occidentali intensificano le iniziative contro le petroliere accusate di contribuire all’elusione delle sanzioni imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022.
Mosca definisce tali operazioni atti di «pirateria» e sostiene che violino il diritto internazionale del mare. I governi occidentali respingono questa interpretazione, affermando invece di agire sulla base delle sanzioni applicabili e, nei casi che lo consentono, delle norme internazionali riguardanti nazionalità, registrazione e diritto di visita delle imbarcazioni.
Il confronto apre così un nuovo e delicato capitolo della guerra economica tra Russia e Occidente: quello della libertà di navigazione e della sicurezza delle navi mercantili.
Putin: «Se sequestrano le nostre navi, risponderemo allo stesso modo»
Putin ha affrontato direttamente la questione durante una visita all’incrociatore della Marina russa Varyag, mentre assisteva alla conclusione di importanti esercitazioni militari al largo della costa orientale della Federazione Russa.
Il presidente ha accusato alcuni Paesi europei di cercare di limitare la navigazione delle imbarcazioni utilizzate dagli operatori economici russi.
Secondo Putin, si tratterebbe di navi impegnate in attività pacifiche e le iniziative europee volte a sequestrarne alcune, insieme ai rispettivi carichi, rappresenterebbero «nient’altro che pirateria e rapina».
Il passaggio più significativo del suo intervento riguarda però la possibile risposta russa.
Putin ha affermato che, se tali sequestri dovessero diventare una pratica sistematica, Mosca sarebbe pronta a «rispondere con la stessa moneta».
Il presidente ha sostenuto di aver già impartito istruzioni in tal senso al Ministero della Difesa russo e ha lasciato intendere che eventuali operazioni potrebbero essere condotte nelle aree considerate appropriate da Mosca, facendo riferimento anche all’Oceano Pacifico.
Dichiarazioni che, qualora fossero tradotte in azioni concrete, potrebbero aumentare considerevolmente il rischio di incidenti tra forze navali russe e imbarcazioni appartenenti o collegate a Paesi europei.
Navi britanniche e francesi indicate come possibili obiettivi
A rendere ancora più esplicito il messaggio proveniente da Mosca è intervenuto l’ammiraglio Viktor Liina, comandante della Flotta russa del Pacifico.
Secondo quanto riportato dai media russi, Liina avrebbe citato specificamente le navi britanniche e francesi tra quelle che potrebbero diventare oggetto di eventuali operazioni di rappresaglia.
Il riferimento a Londra e Parigi non è casuale.
Regno Unito e Francia sono tra i Paesi europei maggiormente impegnati nel contrasto alle attività marittime che consentono alla Russia di continuare a esportare petrolio nonostante le sanzioni occidentali.
Per Mosca, le misure adottate contro queste petroliere costituiscono un tentativo di interferire illegalmente con il commercio russo. Per gli europei, invece, la cosiddetta flotta ombra è diventata uno dei principali strumenti utilizzati per ridurre l’efficacia delle restrizioni economiche introdotte dopo il febbraio 2022.
Cos’è la “flotta ombra” russa
Con l’espressione “flotta ombra” viene generalmente indicata una vasta rete di petroliere impiegate per trasportare petrolio russo attraverso strutture societarie, registrazioni e assicurazioni difficili da ricostruire.
Non significa necessariamente che ogni nave definita in questo modo operi illegalmente. Le autorità occidentali concentrano invece l’attenzione sulle singole imbarcazioni sospettate di violare o aggirare specifiche misure restrittive.
Molte di queste petroliere sono relativamente vecchie e cambiano frequentemente proprietà, società di gestione o Stato di registrazione. Alcune utilizzano le cosiddette bandiere di comodo, registrandosi in Paesi diversi da quelli nei quali hanno sede i proprietari effettivi.
La rete si è ampliata dopo l’introduzione delle sanzioni occidentali e del tetto al prezzo del petrolio russo.
Mosca è riuscita a reindirizzare una quota considerevole delle proprie esportazioni verso mercati alternativi, mentre una vasta flotta di petroliere ha continuato a trasportare greggio e prodotti petroliferi russi.
Gli Stati occidentali hanno progressivamente reagito imponendo sanzioni a singole navi, società di gestione e intermediari. Secondo le cifre riportate, sarebbero ormai oltre 630 le imbarcazioni inserite in differenti elenchi restrittivi collegati alla flotta ombra.
Il Canale della Manica al centro della questione
Una delle aree più delicate è il Canale della Manica, attraverso il quale transitano ogni anno numerose petroliere legate al commercio russo.
La geografia rende questo passaggio particolarmente importante. Il Canale è infatti una delle rotte marittime più trafficate del mondo e collega il Mare del Nord all’Atlantico, passando tra le coste britanniche e francesi.
L’eventuale intensificazione delle operazioni contro navi sanzionate potrebbe quindi trasformare questa zona in uno dei principali punti di frizione tra Russia e Paesi NATO.
Tuttavia, il semplice fatto che una nave trasporti petrolio russo o sia sottoposta a determinate sanzioni non attribuisce automaticamente a uno Stato un diritto generale di abbordaggio in alto mare. La base giuridica dipende da fattori quali bandiera, registrazione, giurisdizione, posizione della nave e specifiche circostanze dell’intervento.
Ed è proprio su questo terreno che Mosca e le capitali occidentali propongono interpretazioni profondamente divergenti.
Il caso della petroliera Smyrtos
Al centro della controversia viene indicato il caso della petroliera Smyrtos, nave di proprietà cinese, con equipaggio indiano e precedentemente registrata sotto bandiera camerunese.
Secondo la ricostruzione fornita, dopo pressioni europee il Camerun avrebbe cancellato la nave dal proprio registro.
La perdita della registrazione avrebbe aperto la strada all’intervento britannico sulla base delle norme relative alle navi prive di nazionalità o sospettate di utilizzare impropriamente una bandiera.
Forze britanniche hanno quindi abbordato la petroliera e l’hanno condotta nel porto inglese di Weymouth.
Il comandante, il cittadino indiano Ajay Pant, è stato arrestato e incriminato e dovrebbe comparire davanti alla giustizia britannica per accuse legate alla violazione delle sanzioni sul petrolio russo. Gli altri componenti dell’equipaggio sarebbero invece stati rimpatriati.
Londra sostiene che l’operazione sia stata effettuata nel pieno rispetto del diritto internazionale.
Mosca presenta invece episodi di questo genere come prova di un crescente utilizzo delle regole marittime e delle sanzioni per interferire con le esportazioni russe.
Il nodo dell’articolo 110 della Convenzione sul diritto del mare
Uno degli aspetti centrali della controversia riguarda la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).
In generale, una nave da guerra non può semplicemente fermare e ispezionare qualsiasi nave mercantile straniera che naviga in alto mare.
L’articolo 110 prevede tuttavia determinate circostanze nelle quali può essere esercitato il cosiddetto diritto di visita, per esempio quando esistono ragionevoli motivi per sospettare che una nave sia priva di nazionalità oppure utilizzi una bandiera straniera pur avendo in realtà la stessa nazionalità della nave militare intervenuta. La norma contempla inoltre casi come pirateria e tratta degli schiavi.
Questo rende la questione molto più complessa della semplice contrapposizione tra «sequestro legale» e «pirateria».
La legalità di ogni intervento deve essere valutata sulla base delle circostanze concrete, della posizione della nave, del suo status di registrazione e della normativa applicabile.
Medvedev alza ulteriormente i toni
Dopo Putin è intervenuto anche Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, con dichiarazioni ancora più dure.
Medvedev ha contestato l’espressione stessa di “flotta ombra”, osservando che una parte consistente del trasporto marittimo mondiale utilizza bandiere di comodo e strutture societarie internazionali.
Secondo l’ex presidente russo, le compagnie occidentali ricorrono da decenni a registrazioni navali in giurisdizioni differenti per ridurre costi fiscali, normativi e del personale.
Da questa premessa Medvedev ha sostenuto che Mosca potrebbe applicare un principio di reciprocità alle navi mercantili collegate a Paesi considerati ostili.
Ha quindi prospettato possibili azioni contro imbarcazioni sospettate di trasportare merci destinate agli avversari della Russia.
Si tratta di un’affermazione particolarmente significativa perché amplia il concetto di rappresaglia: non soltanto petroliere, ma potenzialmente altre categorie di navi commerciali.
Una simile politica, se applicata indiscriminatamente in acque internazionali, solleverebbe però seri interrogativi di diritto marittimo e potrebbe generare un livello di escalation estremamente elevato.
Mosca accusa l’Europa di abusare del diritto internazionale
Anche il Ministero degli Esteri russo ha accusato i Paesi europei di utilizzare impropriamente le norme internazionali.
Secondo Mosca, gli Stati occidentali starebbero trasformando strumenti giuridici concepiti per verificare la nazionalità e la sicurezza delle imbarcazioni in meccanismi per regolare controversie politiche.
La Russia sostiene inoltre che i sequestri di petrolio e navi potrebbero creare «gravi pericoli» per la navigazione internazionale.
Dal punto di vista del Cremlino, il rischio è quello di creare un precedente in cui gli Stati iniziano a fermare reciprocamente navi commerciali sulla base di sanzioni che la controparte non riconosce.
Londra respinge le accuse russe
Il governo britannico ha respinto nettamente la ricostruzione di Mosca.
Secondo un portavoce britannico citato dalla BBC, il Regno Unito continuerà a contrastare le attività della flotta ombra che, secondo Londra, contribuiscono a finanziare la guerra russa contro l’Ucraina.
Il governo sostiene inoltre che l’operazione contro la Smyrtos sia stata condotta nel pieno rispetto del diritto internazionale.
La posizione britannica è che esista una differenza fondamentale tra le operazioni occidentali, effettuate sulla base di precise condizioni giuridiche, e la minaccia russa di colpire genericamente navi mercantili europee come rappresaglia.
Francia, Germania, Italia e Stati Uniti
Il Regno Unito non è l’unico Paese coinvolto nel contrasto alle petroliere collegate alla Russia.
Negli ultimi anni anche Francia, Germania, Italia e Stati Uniti hanno intrapreso azioni nei confronti di navi sospettate di violare sanzioni o normative marittime.
Gli Stati Uniti si sarebbero spinti fino alla vendita per demolizione di alcune petroliere sequestrate e collegate alla flotta ombra.
È significativo, tuttavia, che la retorica più aggressiva proveniente da Mosca si concentri soprattutto sui Paesi europei.
Un confronto diretto con gli Stati Uniti avrebbe implicazioni militari e diplomatiche ancora più rilevanti, mentre le minacce russe contro Regno Unito e Francia si inseriscono nel più ampio deterioramento dei rapporti con le principali potenze europee sostenitrici dell’Ucraina.
Il paradosso delle bandiere di comodo
Un elemento rende particolarmente complicata l’eventuale rappresaglia annunciata dalla Russia: nel trasporto marittimo contemporaneo, la bandiera di una nave spesso non coincide con la nazionalità economica del proprietario o dell’operatore.
Le bandiere di comodo sono una caratteristica consolidata dell’industria marittima globale.
Una società britannica, francese, greca, cinese o di qualsiasi altra nazionalità può possedere o gestire una nave registrata in Liberia, Panama, Isole Marshall o in altre giurisdizioni.
Di conseguenza, individuare una «nave britannica» da utilizzare come obiettivo di una rappresaglia non è necessariamente semplice.
Il cambiamento è particolarmente evidente nel caso britannico.
Durante la Seconda guerra mondiale circa un terzo del naviglio mercantile mondiale batteva bandiera britannica. Oggi la percentuale è drasticamente inferiore e molte società legate economicamente al Regno Unito utilizzano registri stranieri.
Questo significa che Mosca dovrebbe stabilire cosa intende concretamente per nave di un «Paese nemico»: la bandiera, la proprietà effettiva, la sede della compagnia, la nazionalità dell’equipaggio oppure la destinazione del carico.
Ciascuno di questi criteri avrebbe conseguenze giuridiche molto differenti.
Dalla guerra delle sanzioni al rischio di incidenti in mare
La disputa sulla flotta ombra mostra come la guerra in Ucraina abbia progressivamente esteso le proprie conseguenze ben oltre il campo di battaglia.
Le prime misure occidentali miravano soprattutto a ridurre le entrate energetiche russe attraverso sanzioni finanziarie, restrizioni commerciali e tetti al prezzo del petrolio.
La Russia ha risposto modificando le proprie rotte commerciali, aumentando le esportazioni verso mercati asiatici e sviluppando una complessa rete logistica marittima.
Successivamente, Stati Uniti ed Europa hanno iniziato a colpire direttamente società, assicuratori, intermediari e singole petroliere.
La fase successiva potrebbe essere ancora più delicata: l’intervento fisico sulle navi.
È qui che il rischio cambia natura. Una sanzione finanziaria può provocare una controversia diplomatica; l’abbordaggio di una nave può invece coinvolgere marinai, forze armate e mezzi militari di Stati differenti.
Il rischio di escalation tra Russia e NATO
Le dichiarazioni russe non significano necessariamente che Mosca inizierà ad abbordare sistematicamente navi europee. Le minacce possono avere anche una funzione deterrente, cercando di aumentare il costo politico percepito delle operazioni occidentali contro la flotta ombra.
Tuttavia, la possibilità di incidenti non può essere sottovalutata.
Regno Unito e Francia sono potenze nucleari, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e componenti fondamentali della NATO.
Un’operazione russa contro una nave collegata a uno di questi Paesi potrebbe quindi generare una crisi diplomatica e militare molto più ampia, soprattutto qualora intervenissero unità navali o personale militare.
Al tempo stesso, l’appartenenza commerciale o societaria di una nave a un Paese NATO non significa automaticamente che qualsiasi incidente marittimo provocherebbe una risposta militare dell’Alleanza. Circostanze, luogo dell’evento e natura dell’azione sarebbero determinanti.
Una battaglia sul petrolio che diventa una battaglia sul diritto del mare
Dietro lo scontro sulla flotta ombra esiste infine una questione ancora più ampia.
Russia e Occidente stanno cercando di imporre due interpretazioni opposte della legittimità delle rispettive azioni.
Per i governi occidentali, contrastare le petroliere sanzionate significa impedire l’elusione delle misure economiche adottate in risposta all’invasione dell’Ucraina e intervenire, quando esiste una base giuridica, contro navi prive di una registrazione valida o coinvolte in violazioni.
Per Mosca, invece, le potenze europee starebbero trasformando unilateralmente le proprie sanzioni in un’autorizzazione a interferire con la navigazione internazionale e con il commercio russo.
La minaccia di Putin di «rispondere con la stessa moneta» porta ora questa contrapposizione a un livello superiore.
Se la Russia dovesse effettivamente iniziare a fermare o sequestrare navi commerciali europee, la disputa sulle sanzioni potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi sulla libertà di navigazione, con conseguenze non soltanto per Russia, Regno Unito e Francia, ma per l’intero sistema del commercio marittimo internazionale.
Per ora siamo ancora soprattutto sul terreno delle minacce e della deterrenza. Ma il passaggio dalle liste di sanzioni agli abbordaggi dimostra quanto la distanza tra guerra economica e confronto diretto in mare si sia progressivamente ridotta.
