(AGENPARL) - Roma, 31 Luglio 2026 - Nell’ambito della dodicesima edizione del Premio Ausonia, svoltasi a Cariati (Cosenza) dal 9 all’11 luglio 2026 e dedicata al tema “Ponti di Luce – Connessioni per la Pace”, è intervenuto l’Imam Ataul Wasih Tariq, Grande Imam della Comunità Musulmana Ahmadiyya Italiana. Nel suo intervento, l’Imam ha proposto una profonda riflessione sul ruolo della fede nella società contemporanea, sul valore del dialogo interreligioso e sulla necessità di ricostruire ponti di comprensione in un mondo segnato da conflitti, divisioni e crisi umanitarie. Attraverso un percorso che intreccia spiritualità, ragione e responsabilità civile, il Grande Imam ha richiamato il valore universale della dignità della persona, indicando nel dialogo, nella compassione e nel riconoscimento dell’altro i presupposti indispensabili per una pace autentica e duratura, in piena sintonia con il messaggio promosso dal Premio Ausonia.
PONTI, NON MURI
Premio Ausonia – Connessioni per la Pace
Cariati – 9 luglio 2026
Eccellenze Religiose,
Illustri Autorità,
Signore e Signori,
desidero anzitutto esprimere la mia sincera gratitudine per questo invito.
Credo che ogni epoca della storia sia riconoscibile dalle domande che decide di porsi.
Per molti decenni abbiamo creduto di aver trovato un equilibrio.
Alla scienza abbiamo affidato il compito di spiegare il mondo.
Alla politica quello di governarlo.
All’economia quello di farlo prosperare.
E alla religione?
Alla religione abbiamo progressivamente chiesto di ritirarsi nella sfera privata.
La fede è diventata una questione personale.
Rispettabile.
Tollerata.
Ma sempre più marginale.
Come se il futuro appartenesse esclusivamente alla tecnica, mentre la religione fosse il ricordo di un passato che lentamente avremmo superato.
Per un certo periodo sembrò funzionare.
Abbiamo assistito a progressi straordinari.
Abbiamo sconfitto malattie.
Abbiamo collegato continenti.
Abbiamo allungato l’aspettativa di vita.
Abbiamo accumulato una quantità di conoscenze che nessun’altra generazione nella storia avrebbe potuto immaginare.
Ma forse, senza accorgercene, abbiamo separato qualcosa che per secoli aveva camminato insieme.
Abbiamo separato la conoscenza dalla sapienza.
Abbiamo imparato sempre meglio come fare le cose.
Sempre meno perché farle.
E poi abbiamo guardato il mondo.
Abbiamo visto città distrutte.
Abbiamo visto bambini morire.
Abbiamo visto madri stringere tra le braccia i propri figli senza vita.
Abbiamo visto popoli interi perdere la casa, la dignità e la speranza.
Abbiamo visto esseri umani trasformati in numeri.
Sofferenze trasformate in statistiche.
Persone trasformate in interessi geopolitici.
E forse la cosa più inquietante non è stata soltanto la violenza.
È stato accorgerci di quanto facilmente il mondo riesca ad abituarsi ad essa.
Quanto facilmente si discuta di strategie…
quando bisognerebbe parlare di coscienza.
Per molto tempo abbiamo pensato che le guerre fossero soprattutto questioni geopolitiche.
Oggi ci stiamo accorgendo che sono, prima di tutto, questioni morali.
Perché il problema non è soltanto chi combatte.
Il problema è ciò che accade alla coscienza dell’umanità quando si abitua al dolore dell’altro.
Ed è proprio qui che accade qualcosa di straordinario.
Una domanda che sembrava appartenere al passato ritorna improvvisamente al centro del nostro tempo.
Non ritorna nelle università.
Non ritorna nei laboratori.
Non ritorna nei manuali di filosofia.
Ritorna negli ospedali.
Tra le macerie.
Nelle case che aspettano qualcuno che non tornerà.
Ritorna nel cuore di chi soffre.
La domanda è semplice.
Ed è forse la più antica dell’umanità.
Dov’è Dio?
Un tempo questa domanda era spesso la domanda dello scettico.
Oggi è sempre più la domanda di chi soffre.
E forse la vera domanda del nostro tempo non è se Dio sia diventato irrilevante.
Forse la vera domanda è un’altra.
Può l’uomo rimanere veramente umano quando perde il senso del trascendente?
Perché quando perdiamo il senso del trascendente…
rischiamo lentamente di perdere anche il senso del limite.
E quando perdiamo il senso del limite…
diventa possibile giustificare ciò che, fino a ieri, avremmo considerato ingiustificabile.
È qui che, a mio avviso, la religione torna ad essere necessaria.
Non per sostituire la ragione.
La fede autentica non teme la ragione.
La illumina.
Non per fermare il progresso.
Ma per ricordargli la direzione.
Perché il progresso ci dice che cosa possiamo fare.
La coscienza ci ricorda ciò che non dovremmo mai fare.
Ed è forse questa la ragione per cui il dialogo tra le religioni non appartiene al passato.
Appartiene al futuro.
E quella domanda…
“Dov’è Dio?”
ha accompagnato anche me.
Non come una domanda nata dal dubbio.
Ma come una domanda nata dal desiderio di comprendere meglio l’uomo.
Perché ogni persona che dedica la propria vita alla fede, prima o poi, comprende una cosa.
Non basta parlare di Dio.
Occorre imparare a riconoscere i Suoi segni.
Qualche anno fa ho avuto l’onore di contribuire alla traduzione italiana del Sacro Corano.
È stata un’esperienza che mi ha profondamente arricchito.
Perché tradurre un testo sacro non significa semplicemente tradurre delle parole.
Significa entrare in dialogo con una visione dell’uomo.
Tra tutti i versetti che ho studiato, ce n’è uno che continua a sorprendermi ogni volta che lo rileggo.
Il Corano afferma:
“E tra i Suoi segni vi sono la creazione dei cieli e della terra e la diversità delle vostre lingue e dei vostri colori.”
Ogni volta mi fermo su una parola.
Segni.
Perché normalmente pensiamo che i segni di Dio siano il cielo.
Le stelle.
Le montagne.
Il mare.
Il Corano aggiunge qualcosa di sorprendente.
Dice che anche la diversità umana è un segno.
Non un ostacolo.
Non una disgrazia della storia.
Un segno.
Come a dirci che ogni lingua…
ogni popolo…
ogni cultura…
può insegnarci qualcosa non soltanto sull’altro…
ma anche su Dio.
Ed è qui che quella domanda ha iniziato lentamente a cambiare dentro di me.
Nel mio ministero ho avuto il privilegio di incontrare persone appartenenti a culture molto diverse.
Ho vissuto in Europa.
Ho conosciuto il Nord America.
Ho visitato il Medio Oriente.
Ho lavorato in Africa.
Cambiano le lingue.
Cambiano i volti.
Cambiano le tradizioni.
Cambiano perfino i modi di pregare.
Ma c’è qualcosa che rimane incredibilmente identico.
La speranza.
La paura.
La ricerca della felicità.
Il desiderio di essere amati.
Il desiderio di appartenere.
Ed è stato allora che ho compreso meglio quel versetto.
Forse Dio non ci ha lasciato i Suoi segni soltanto sopra le nostre teste.
Forse li ha lasciati anche davanti ai nostri occhi.
Nelle persone.
Nella loro dignità.
Nella loro coscienza.
E soprattutto…
nell’amore.
Perché, se ci pensiamo, nessuno di noi ha iniziato la propria vita cercando Dio.
Eravamo troppo piccoli.
Non sapevamo parlare.
Non sapevamo camminare.
Non sapevamo chiedere.
Non sapevamo nemmeno distinguere il giorno dalla notte.
Eppure…
prima ancora che potessimo chiedere…
qualcuno aveva già risposto.
Prima ancora che conoscessimo la parola “misericordia”…
qualcuno ci aveva già circondati di misericordia.
Prima ancora che sapessimo cosa fosse la fiducia…
qualcuno era già degno della nostra fiducia.
Una madre comprende il pianto del proprio figlio quando quel figlio non sa ancora spiegare ciò di cui ha bisogno.
Veglia mentre lui dorme.
Sorride quando lui sorride.
Piange quando lui soffre.
E continua ad amare…
anche quando non riceve nulla in cambio.
Forse è proprio questo uno dei primi linguaggi attraverso i quali Dio parla all’essere umano.
Non perché una madre sostituisca Dio.
Ma perché attraverso quell’amore gratuito impariamo, senza ancora rendercene conto, che esiste una misericordia che ci precede.
Quando ancora non sapevamo cercare Dio…
Dio aveva già iniziato a cercare noi.
E aveva cominciato a parlarci attraverso l’amore più puro che quasi ogni essere umano abbia la grazia di conoscere.
L’amore di una madre.
Per questo motivo, quando oggi mi chiedono dove vedere Dio…
non penso soltanto alle biblioteche.
Non penso soltanto ai luoghi di culto.
Penso anche a quel gesto silenzioso con cui una madre rinuncia al proprio sonno perché il figlio possa dormire.
Penso al perdono.
Penso alla compassione.
Penso alla coscienza che continua a dirci che esiste il bene e che esiste il male, anche quando il mondo cerca di convincerci del contrario.
Forse…
i segni di Dio sono sempre stati davanti ai nostri occhi.
Siamo noi che, qualche volta, abbiamo smesso di guardarli.
Se questo è vero…
allora anche il dialogo assume un significato diverso.
Non è un esercizio di diplomazia.
Non è un gesto di cortesia.
Non è un compromesso.
È una conseguenza naturale del riconoscere nell’altro la stessa dignità che riconosciamo in noi stessi.
Per questo motivo il dialogo interreligioso non chiede a nessuno di rinunciare alla propria fede.
Al contrario.
Chiede ad ogni credente di essere talmente saldo nella propria fede da non avere paura dell’incontro.
Perché la verità non ha paura delle domande.
Ed è proprio questo lo spirito che, nel nostro piccolo, cerchiamo di vivere anche attraverso l’Ahmadiyya Muslim Jama’at.
Non consideriamo il dialogo un’attività occasionale.
Lo consideriamo un dovere religioso.
Per questo collaboriamo con diocesi, comunità ebraiche, Chiese ortodosse, università, scuole e istituzioni.
Per questo incoraggiamo i nostri giovani al servizio della società.
Per questo crediamo che il bene comune sia una responsabilità condivisa.
Il nostro motto, conosciuto ormai in molte parti del mondo, è semplice:
Love for All, Hatred for None.
Amore per tutti.
Odio per nessuno.
Per noi non è uno slogan.
È un programma di vita.
Perché è facile parlare di pace.
Molto più difficile è costruirla.
È facile amare l’umanità.
Molto più difficile è amare il vicino di casa.
È facile chiedere il dialogo.
Molto più difficile è ascoltare davvero chi la pensa diversamente.
Ed è lì…
nella vita quotidiana…
che si misura la sincerità della nostra fede.
Forse è proprio questo il significato più profondo del titolo che ci ha riuniti oggi.
Ponti, non muri.
Più riflettevo su queste parole…
più mi rendevo conto che un ponte non nasce quando due rive sono uguali.
Nasce proprio perché sono diverse.
E il suo scopo non è cancellare quella distanza.
È renderla attraversabile.
Forse anche le religioni dovrebbero essere così.
Non chiamate a cancellare le differenze.
Ma a rendere possibile l’incontro.
Perché una società nella quale tutti pensano allo stesso modo non è necessariamente una società più giusta.
Una società veramente matura è quella nella quale persone profondamente diverse riescono a vivere insieme senza rinunciare né alla verità né al rispetto.
E allora permettetemi di tornare, per un ultimo istante, alla domanda con cui ho iniziato.
Dov’è Dio?
Forse…
Dio è dove è sempre stato.
Nei Suoi segni.
Nel cielo.
Nella natura.
Nella coscienza.
Nell’amore che ci precede.
Nella misericordia che non ci stanchiamo mai di ricevere.
E perfino nella straordinaria diversità dell’umanità.
Forse non è Dio ad essersi allontanato.
Forse siamo noi che, qualche volta, abbiamo smesso di riconoscere i Suoi segni.
E forse costruire ponti significa proprio questo.
Imparare a vedere nell’altro non soltanto qualcuno da convincere.
Non qualcuno da temere.
Ma qualcuno dal quale possiamo ancora imparare qualcosa su noi stessi…
e forse…
anche qualcosa su Dio.
Perché ogni autentico incontro con un altro essere umano…
quando è vissuto con sincerità…
con umiltà…
e con amore…
può diventare anche un incontro con uno dei Suoi segni.
E permettetemi di concludere con una convinzione che porto nel cuore.
Una fede fragile teme il dialogo.
Una fede autentica lo accoglie.
Le grandi civiltà non sono ricordate per i muri che hanno costruito.
Sono ricordate per i ponti che hanno avuto il coraggio di attraversare.
Che Dio ci conceda la sapienza di costruire quei ponti.
Per il bene delle nostre famiglie.
Delle nostre comunità.
Del nostro Paese.
E dell’intera famiglia umana.
Vi ringrazio.