(AGENPARL) - Roma, 23 Giugno 2026 - Tra le grandi figure che hanno segnato la storia del pensiero europeo, Gioacchino da Fiore occupa un posto singolare. Monaco, teologo, mistico e interprete delle Scritture, l’abate calabrese non fu soltanto uno dei più originali pensatori del Medioevo cristiano, ma il fondatore di una vera e propria filosofia della storia destinata a influenzare profondamente la cultura occidentale. Nessun autore medievale, forse con la sola eccezione di sant’Agostino, ha esercitato una così vasta influenza sulle concezioni del tempo storico, del progresso spirituale e del destino dell’umanità.
La sua grande intuizione consiste nell’aver concepito la storia non come una semplice successione di eventi, ma come il progressivo dispiegarsi della Trinità nel tempo. Attraverso il metodo della concordia tra Antico e Nuovo Testamento, Gioacchino elaborò una visione nella quale il cammino dell’umanità appare orientato verso una progressiva spiritualizzazione dell’esistenza. Al vertice di questo processo si colloca una figura destinata a esercitare un fascino straordinario nei secoli successivi: quella degli “uomini spirituali”, protagonisti della futura Età dello Spirito.
La terza età della storia
Nel Liber Concordiae Novi ac Veteris Testamenti e nell’Expositio in Apocalypsim, Gioacchino sviluppa una concezione trinitaria della storia universale.
La prima epoca corrisponde al Padre e coincide con l’Antico Testamento: è il tempo della Legge, dell’obbedienza e della disciplina.
La seconda appartiene al Figlio e coincide con la storia della Chiesa inaugurata dall’Incarnazione: è l’età della fede, della grazia e dei sacramenti.
La terza epoca, ancora futura, sarebbe stata l’età dello Spirito Santo: non la fine del mondo, ma il compimento della storia.
Questa terza età non avrebbe comportato l’abolizione del cristianesimo, bensì il suo perfezionamento. L’umanità sarebbe giunta a una comprensione più profonda del messaggio evangelico e avrebbe vissuto una forma di religiosità più interiore, più contemplativa e più universale.
Al centro di questa trasformazione si collocano gli “uomini spirituali”.
Gli uomini spirituali: l’élite della coscienza
Gli uomini spirituali non sono una nuova gerarchia ecclesiastica né una setta di iniziati. Essi rappresentano piuttosto il livello più alto dell’evoluzione religiosa dell’uomo.
Se nella prima età prevaleva l’obbedienza alla Legge e nella seconda la mediazione della Chiesa, nella terza lo Spirito Santo avrebbe operato direttamente nelle anime.
Gli uomini spirituali sono coloro che vivono questa trasformazione.
Essi comprendono il significato profondo delle Scritture, superano la dimensione meramente letterale della religione e incarnano una forma superiore di conoscenza spirituale. Non sono definiti dal potere, dalla posizione sociale o dall’autorità istituzionale, ma dalla capacità di vivere interiormente il Vangelo.
Per Gioacchino essi avrebbero costituito una sorta di fraternità invisibile chiamata a guidare l’umanità durante una grande crisi storica e religiosa.
La loro missione non sarebbe stata politica ma spirituale.
Non conquistare il mondo, ma trasformarlo.
Non governare gli uomini, ma indicare loro una via di elevazione interiore.
L’influenza sui Francescani Spirituali
Nessun movimento medievale accolse il messaggio gioachimita con maggiore entusiasmo dei Francescani Spirituali.
Dopo la morte di san Francesco, una parte dell’Ordine francescano sviluppò una lettura radicale del suo insegnamento fondata sull’assoluta povertà evangelica. Questi religiosi videro nelle opere di Gioacchino la chiave per comprendere il significato storico della missione francescana.
Ai loro occhi, Francesco d’Assisi appariva come il grande precursore della nuova età annunciata dall’abate di Fiore.
L’ordine dei Minori veniva interpretato come la comunità degli uomini spirituali profetizzata da Gioacchino: un gruppo di uomini poveri, contemplativi e totalmente consacrati al Vangelo, destinati a preparare l’avvento dell’Età dello Spirito.
In particolare, autori come Gerardo di Borgo San Donnino svilupparono questa interpretazione fino alle estreme conseguenze. Nel celebre Introductorius in Evangelium Aeternum (1254), le tre grandi opere di Gioacchino furono addirittura identificate con il “Vangelo Eterno” annunciato nell’Apocalisse.
Sebbene tali posizioni venissero successivamente condannate dalle autorità ecclesiastiche, esse testimoniano la straordinaria forza del messaggio gioachimita.
Per i Francescani Spirituali, la storia non era ferma.
La Chiesa non rappresentava il punto d’arrivo definitivo.
L’umanità era chiamata a una trasformazione ancora più profonda.
In questa prospettiva, gli uomini spirituali coincidevano con coloro che sceglievano di vivere il Vangelo nella sua purezza originaria.
Gioacchino e Dante: l’incontro tra profezia e poesia
L’influenza di Gioacchino raggiunge uno dei suoi vertici nella figura di Dante Alighieri.
Il poeta fiorentino è probabilmente il più grande interprete letterario dell’eredità gioachimita. Pur senza aderire esplicitamente alle sue dottrine, Dante ne assimilò molte delle intuizioni fondamentali, integrandole nella visione teologica e politica della Divina Commedia.
La testimonianza più evidente si trova nel Paradiso.
Nel XII canto, è San Bonaventura stesso a indicare Gioacchino tra gli spiriti sapienti che compongono la corona luminosa del Cielo del Sole:
«e lucemi da lato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato».
Con questi versi Dante compie un gesto straordinario.
In un’epoca in cui il pensiero gioachimita era spesso guardato con sospetto, egli riconosce apertamente la grandezza spirituale dell’abate calabrese e ne celebra il dono profetico.
I tre cerchi del Paradiso e la visione trinitaria gioachimita
L’influenza di Gioacchino nella Commedia non si limita a questa celebrazione esplicita.
Molti studiosi hanno osservato come la celebre visione finale della Trinità nel XXXIII canto del Paradiso presenti sorprendenti affinità con le rappresentazioni simboliche elaborate da Gioacchino nel Liber Figurarum.
Quando Dante contempla:
«tre giri
di tre colori e d’una contenenza»,
egli offre una trasposizione poetica di quell’immaginazione figurativa che aveva caratterizzato la teologia gioachimita.
Gioacchino fu infatti uno dei pochi teologi medievali a sviluppare una vera teologia per immagini, utilizzando diagrammi, cerchi, alberi genealogici e figure geometriche per rappresentare i misteri divini e il cammino della storia.
Nella visione dantesca, questa intuizione raggiunge la sua forma più alta e universale.
Francesco d’Assisi e l’ideale della povertà spirituale
L’eredità gioachimita emerge anche nell’esaltazione di San Francesco che Dante pone nel canto XI del Paradiso.
Il racconto pronunciato da San Tommaso d’Aquino non è soltanto una biografia del santo di Assisi.
È la celebrazione di un modello umano fondato sulla povertà, sulla purezza evangelica e sulla libertà spirituale.
Sono precisamente gli stessi valori che i Francescani Spirituali consideravano il segno distintivo dell’Età dello Spirito.
L’immagine di Francesco come riformatore della cristianità e come esempio di rigenerazione morale si colloca perfettamente all’interno dell’orizzonte culturale generato dal gioachimismo.
La critica al Papato mondano
Ancora più significativa è l’influenza gioachimita sulla visione politica di Dante.
Come Gioacchino, anche Dante percepisce una profonda crisi della cristianità.
Entrambi denunciano la corruzione delle istituzioni ecclesiastiche e il progressivo allontanamento della Chiesa dalla propria missione spirituale.
Nella Commedia la polemica contro il Papato mondano assume spesso toni che richiamano direttamente l’immaginario apocalittico sviluppato dall’abate di Fiore.
La Chiesa corrotta viene assimilata alle figure simboliche dell’Apocalisse; il potere temporale diventa un ostacolo alla realizzazione della missione spirituale del cristianesimo.
Allo stesso modo, l’attesa del Veltro e del misterioso restauratore dell’ordine universale richiama la speranza gioachimita nell’avvento di una nuova fase della storia guidata dalla Provvidenza.
Un’eredità ancora viva
A oltre otto secoli dalla sua morte, Gioacchino da Fiore continua a parlare al mondo contemporaneo.
La sua profezia non riguarda semplicemente il futuro cronologico dell’umanità. Essa pone una domanda permanente sul significato della storia e sulle possibilità spirituali dell’uomo.
Gli uomini spirituali rappresentano il simbolo di una trasformazione sempre possibile: la capacità dell’essere umano di trascendere la dimensione puramente materiale dell’esistenza e di orientarsi verso una forma superiore di coscienza.
Per questa ragione il pensiero gioachimita ha continuato a riapparire nei momenti decisivi della civiltà occidentale: nei Francescani Spirituali, nella poesia di Dante, nelle correnti mistiche e persino nelle moderne filosofie del progresso.
La sua grande intuizione resta immutata: la storia non è soltanto il teatro del potere e dei conflitti, ma il luogo nel quale lo Spirito continua a manifestarsi.
E gli uomini spirituali non appartengono soltanto a un futuro profetizzato.
Essi rappresentano, in ogni epoca, coloro che sanno riconoscere nel corso della storia la presenza di una realtà più alta, e orientare la propria vita verso di essa.
