(AGENPARL) - Roma, 6 Giugno 2026 - Nel cuore agricolo della Calabria, tra gli agrumeti della Piana di Sibari e le distese coltivate del Cosentino, il lavoro nei campi continua a essere segnato da un’irregolarità diffusa che non può più essere definita emergenza. È un sistema stabile, strutturato, che il Rapporto Agromafie e Caporalato 2026 descrive con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: in regione operano fino a 12.000 lavoratori irregolari, una cifra che fotografa la dimensione reale del fenomeno e la sua radicata persistenza.
Secondo i ricercatori del CNR‑Ismed, che firmano l’ultima edizione del rapporto, il caporalato calabrese non è un insieme di episodi isolati, ma una rete organizzata di intermediazione illecita, capace di adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro agricolo e di sfruttare la vulnerabilità dei braccianti, in larga parte stranieri. Le aree più colpite sono quelle a maggiore intensità produttiva: Corigliano, Rossano, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce. Qui, la domanda di manodopera stagionale incontra un’offerta fragile, spesso priva di alternative, che diventa terreno fertile per abusi e sfruttamento.
Il rapporto distingue con precisione le forme dello sfruttamento. Da un lato c’è il lavoro grigio, quello formalmente regolare, dove il contratto esiste ma non garantisce diritti reali: orari superiori alla norma, paghe da cottimo camuffate da salari ordinari, giornate dichiarate in misura inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte. Dall’altro c’è il lavoro nero, che espone i braccianti alle condizioni più estreme: assenza totale di tutele, precarietà abitativa, ricatti legati al permesso di soggiorno, impossibilità di denunciare.
Il ricorso alla violenza, sottolinea il rapporto, non è un incidente, ma un elemento strutturale del sistema. Intimidazioni, minacce, aggressioni: strumenti utilizzati per mantenere il controllo, scoraggiare le denunce e garantire la continuità del meccanismo di sfruttamento. La cronaca recente lo conferma, con episodi che hanno riportato l’attenzione nazionale su un fenomeno che, in realtà, non si è mai fermato.
Il caporalato calabrese non è più quello di vent’anni fa. Si è evoluto, ha cambiato pelle, ha assunto forme più sofisticate. Oggi le reti di intermediazione sono spesso miste, con caporali stranieri che operano in sinergia con intermediari italiani, in alcuni casi connessi alla criminalità organizzata. È un sistema che prospera nelle pieghe della stagionalità agricola, della frammentazione aziendale, della debolezza dei controlli e della mancanza di alternative occupazionali per migliaia di lavoratori.
Il Rapporto Agromafie e Caporalato 2026 invita a superare la logica dell’intervento emergenziale. Il fenomeno non è episodico, non è circoscritto, non è destinato a esaurirsi da solo. È un pezzo dell’economia agricola che continua a funzionare grazie alla vulnerabilità di chi lavora e alla convenienza di chi sfrutta. E riguarda non solo la Calabria, ma l’intero sistema agroalimentare nazionale.
La sfida, oggi, è costruire un modello che renda lo sfruttamento non solo illegale — com’è già — ma impossibile. Un modello che unisca controlli efficaci, filiere trasparenti, responsabilità condivisa e percorsi di integrazione reale per i lavoratori. Perché finché il lavoro nei campi resterà terreno di ricatto, precarietà e violenza, nessuna eccellenza agroalimentare potrà dirsi davvero sostenibile.