(AGENPARL) - Roma, 29 Marzo 2026 - Nel settore degli appalti pubblici ICT si sta consolidando una dinamica tanto diffusa quanto poco indagata: quella che potremmo definire il “paradosso” delle multinazionali. Un meccanismo che, pur muovendosi spesso entro i confini della legittimità formale, solleva interrogativi profondi sulla reale trasparenza, sull’effettiva concorrenza e sull’uso efficiente delle risorse pubbliche.
Il fenomeno si manifesta soprattutto nell’ambito degli accordi quadro CONSIP, dove grandi player internazionali, una volta aggiudicate le gare, finiscono per controllare fino all’80% delle attività, spesso senza eseguirle direttamente. Come avviene questo controllo?
In primo luogo, molte PMI che avrebbero le competenze e le conoscenze per partecipare e vincere gare autonome — magari perché già operative presso l’ente — scelgono una strada più “sicura”: affidarsi alla multinazionale aggiudicataria. In questo modo, rinunciano al rischio d’impresa ma accettano una significativa riduzione dei margini, spesso tra il 20% e il 30%, trattenuti dal contraente principale che poi subappalta proprio a loro le attività.
In secondo luogo, entra in gioco il sistema dei punteggi e delle strutture societarie. Non è raro che figure di rilievo legate a grandi gruppi costituiscano PMI innovative formalmente autonome, ma di fatto prive di struttura: vere e proprie “scatole vuote”, con partecipazioni minime (tra l’1% e il 5%). Queste entità vengono inserite nei Raggruppamenti Temporanei di Imprese (RTI) per aumentare il punteggio tecnico o drenare marginalità, senza apportare un reale contributo operativo.
Il nodo più critico riguarda però il subappalto. Una parte rilevante delle attività viene spesso frazionata in modo opaco:
• una quota ufficiale, dichiarata (inferiore al 50% per restare nei limiti normativi);
• una quota “parallela”, mascherata da consulenze generiche.
Questa pratica consente non solo di aggirare i limiti percentuali, ma anche di evitare costi accessori come la quota dovuta a CONSIP, incidendo artificialmente sulla contabilità interna della commessa.
A questo punto, la domanda diventa inevitabile: cosa fanno le multinazionali con i margini generati da questo sistema? E soprattutto, dove finiscono quelli canalizzati attraverso le PMI “vuote”?
Il quadro normativo, rafforzato dal D.Lgs. 36/2023, stabilisce chiaramente che la capacità tecnica e organizzativa deve essere reale, continuativa e proporzionata alle prestazioni assunte. La giurisprudenza — dalla Corte di Cassazione al Consiglio di Stato — ha ribadito che l’assenza di dipendenti non è automaticamente causa di esclusione, ma rappresenta un elemento critico da valutare concretamente.
Ed è proprio qui che si apre la zona grigia: tra legittimità formale e sostanza organizzativa.
Se una società senza dipendenti partecipa a un RTI in una gara da centinaia di milioni di euro, quale ruolo svolge realmente? È un contributo tecnico o un artificio societario?
Il rischio è che strumenti nati per favorire la cooperazione — come gli RTI e il subappalto — diventino schermi formali dietro cui si nascondono concentrazione di potere, redistribuzione opaca dei margini e continuità sostanziale di controllo, anche in presenza di apparenti cambiamenti societari o di governance.
Quando poi entrano in gioco dinamiche più complesse — come dirigenti coinvolti in indagini che riemergono in nuove società prive di struttura ma presenti negli stessi appalti — il problema non è più solo giuridico, ma sistemico.
In questo contesto, il ruolo delle autorità di controllo diventa centrale. Non basta verificare il rispetto formale dei requisiti: è necessario analizzare la sostanza economica e organizzativa degli operatori, la reale distribuzione delle attività e la coerenza tra capacità dichiarata e prestazioni eseguite.
Perché quando le “scatole vuote” diventano snodi nei grandi appalti pubblici, il rischio non è solo inefficienza, ma una distorsione strutturale del mercato. E a pagarne il prezzo, alla fine, è sempre l’interesse pubblico.
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