(AGENPARL) - Roma, 24 Febbraio 2026(AGENPARL) – Tue 24 February 2026 Cari studenti e studentesse,
Cari dottorandi, ricercatori, ricercatrici
Cari docenti, Personale tecnico – amministrativo,
Amplissimi Direttrici e Direttori,
Direttore Generale,
Magnifica Rettrice,
Autorità tutte presenti, gentili ospiti,
Quale futuro attende noi giovani?
Inasprimento dei conflitti, violenza come strumento di detenzione del potere e di risoluzione
delle questioni geopolitiche. Derive governative autoritarie e repressione del dissenso.
Incertezze e inquietudini che non “allarmano”, ma abituano le coscienze ad accettare un
futuro nero.
In Palestina è ancora in corso un genocidio: non è tregua se persone continuano a morire. In
Iran più di 30 mila cittadini sono stati uccisi mentre manifestavano per i propri diritti. Gli oltre
50 conflitti che attraversano il globo, rendono evidente che il contesto internazionale sia
ormai in balia di logiche di oppressione e di interessi economici di pochi. Come giovani e
studenti non possiamo accettare che tutto ciò avvenga nell’indifferenza. La pace non può
rimanere un auspicio deve essere realtà. Il diritto internazionale sta progressivamente
perdendo il suo ruolo: emblematiche le dichiarazioni del ministro Tajani ed estremamente
critica la nascita del Board of peace, organismo privato che tenta di svuotare l’ONU dalle
sue funzioni.
Le istituzioni accademiche non possono rimanere inermi di fronte a tutto ciò. La conoscenza
deve essere uno strumento di liberazione e non un ingranaggio dell’industria bellica. La
responsabilità che come comunità accademica abbiamo va oltre i confini nazionali:
l’ottenimento di borse di studio per studenti palestinesi è un passo in avanti importante, ma è
fondamentale che le istituzioni si adoperino nella realizzazione di corridoi umanitari e
accademici che possano permetterne l’attuazione e rendere sempre più stabili le reti di
assistenza internazionale.
Il mondo assiste da ormai diversi decenni all’esaurimento progressivo del capitale naturale.
In un contesto di crisi ambientale e di devastazione dei territori, la corsa alle risorse si
aggiunge alle cause dei conflitti. Il ruolo che l’Università pubblica deve assumere nella
produzione di saperi e ricerca sul tema della lotta ai cambiamenti climatici non può più
essere ignorato dalle istituzioni. Se da un lato la ricerca elabora nuovi modelli di sviluppo
sostenibile, la didattica deve dotarsi di strumenti di formazione consapevole. Eppure, di
fronte a tale urgenza, le politiche ambientali del nostro governo appaiono insufficienti e
frammentarie, spesso subordinate a logiche di breve periodo. I recenti eventi estremi,
avvenuti in diverse zone del sud Italia, manifestano una crisi climatica che non conosce
confini e tempi politici. Si continua a parlare di transizione ecologica senza investimenti
strutturali adeguati nelle energie rinnovabili, senza una strategia chiara per l’abbandono
delle fonti di energia fossili, senza un piano incisivo per la tutela preventiva del territorio. Non
parliamo di un futuro ipotetico, ma di un presente che incide già sulle opportunità, sulla
salute e sulla qualità della vita di milioni di giovani. L’università non è un terreno di
sperimentazione ideologica. È uno spazio pubblico che dovrebbe garantire equità, qualità e
stabilità.
Oggi, purtroppo, molte delle scelte messe in campo stanno andando nella direzione
opposta. Si sta delineando un futuro silente, un futuro nel quale le riforme sono costruite
senza un reale coinvolgimento della comunità accademica, in cui la voce degli studenti non
solo è inascoltata, ma messa a tacere da una Ministra che ci definisce INUTILI. Non siamo
inutili, siamo il futuro del Paese. La stagione di riforme promosse dalla Ministra Bernini sta
toccando nodi centrali del sistema universitario. La più emblematica è quella sull’accesso a
Medicina, presentata come superamento del numero chiuso. La realtà è ben diversa, il
numero chiuso non è stato eliminato. Questa riforma ha contribuito ad accentuare le
disuguaglianze strutturali del nostro sistema formativo, portando ad una competizione più
serrata e ad un investimento economico di studenti a cui è stato negato il diritto allo studio. Il
numero chiuso, per essere superato, necessita di investimenti strutturali che mettano in
relazione la necessità di borse di specializzazione e l’assunzione di medici nel sistema
sanitario italiano. Nel nostro ateneo la sinergia fra regione e Unisalento ha generato
un’implementazione degli spazi e dell’offerta didattica del dipartimento di Medicina
Sperimentale. Bisogna perseguire il percorso tracciato tutelando maggiormente gli studenti
rispetto alle contraddizioni ministeriali.
Assistiamo con inquietudine a proposte che prevedono l’inserimento di rappresentanti
ministeriali all’interno dei Consigli di Amministrazione delle Università. Questa misura, se
confermata, rischierebbe di alterare la natura stessa dell’Istituzione Accademica, minando
quel principio di autonomia che è garantito dalla nostra Costituzione e che rappresenta la
condizione indispensabile per una ricerca e una didattica libere da condizionamenti.
Quest’anno l’Università del Salento sarà sottoposta alla visita di accreditamento
dell’ANVUR, un appuntamento che sembra aver scosso l’Ateneo solo in extremis. Notiamo
che l’attenzione sulle criticità didattiche, quali l’alto tasso di studenti fuoriscorso e la
necessità di rivedere i piani di studio, emerge solo come un adempimento formale e che le
segnalazioni riportate dagli organi di monitoraggio sono rimaste inascoltate. La revisione dei
piani di studio deve essere una responsabilità collettiva. La formazione è realmente libera
solo se capace di decostruire pregiudizi e disparità sistemiche, integrando i saperi di genere
a modelli didattici realmente inclusivi. Dopo l’approvazione della carriera ALIAS, non
possiamo accettare che la sua applicazione venga rallentata da resistenze burocratiche o
strumentalizzazioni. Il nostro Ateneo ha preso una posizione chiara, e noi non faremo passi
indietro.
L’università pubblica non è un attore tra gli altri: è il pilastro costituzionale del diritto allo
studio, lo strumento principale di mobilità sociale, il luogo in cui si dovrebbe garantire un
accesso alla formazione indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza. Se le
risorse pubbliche non vengono rafforzate in modo deciso, mentre si favorisce il settore
privato e telematiche, si sta costruendo un sistema duale: da un lato chi può permettersi
percorsi più costosi e selettivi, dall’altro studenti in balia di un’università pubblica sempre più
abbandonata a se stessa. L’accesso all’istruzione deve essere garantito a tutti e tutte. Il
nostro Ateneo deve dare una risposta alle contraddizioni economiche del Paese e del nostro
territorio tramite l’innalzamento della no tax area. Non si può ignorare la fragilità del contesto
socio-economico regionale e l’aumento del costo della vita. Il governo non può continuare
ad ignorare le differenze territoriali marginalizzando gli Atenei delle aree interne svuotando
la visione perequativa del FFO già ampiamente critico nella sua composizione.
La funzione primaria dell’università dovrebbe essere garantire una formazione libera e non
subordinata a logiche aziendalistiche e di mercato. Sempre più spesso accade il contrario: le
imprese influenzano la programmazione didattica. La crescente connessione tra università e
aziende e il modello delle università telematiche, configurate come società di capitali,
mostrano una progressiva aziendalizzazione della conoscenza. Per questo è necessario un
monitoraggio costante degli accordi tra atenei ed enti territoriali.
Come giovani ci confrontiamo con precarietà, contratti temporanei, part-time e una continua
incertezza sul nostro futuro. Troppo spesso il lavoro si trasforma in sfruttamento, sotto forma
di occupazioni irregolari o mal retribuite. é insostenibile che il primo contatto fra università e
mondo del lavoro sia rappresentato dai tirocini extracurriculari, vere e proprie gabbie di
sfruttamento, quando dovrebbero essere strumenti utili per l’inserimento al lavoro.
I NEET sono in aumento nel panorama nazionale. In Puglia il dato degli ultimi anni è stato
allarmante, con soglie oltre il 30%. Bisogna continuare a mettere in campo politiche che
reintegrino i giovani e non li costringano a situazioni di isolamento.
La riforma dell’accesso all’insegnamento, basata sul percorso abilitante dei 60 CFU, è stata
approvata senza il parere del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, delegittimando
il ruolo degli studenti e aggravando una situazione già segnata da precarietà.
Si sta delineando un orizzonte inaccettabile: quello di un futuro a pagamento.
L’incertezza sui fondi FIS mina il fondamento dei principali strumenti di welfare, a partire
dalle borse di studio. La situazione che ci apprestiamo a vivere amplia le criticità già vissute
anche a livello regionale. Negli ultimi due anni, il sistema è stato messo a dura prova con il
concreto rischio di reintroduzione della figura dell’idoneo non beneficiario, sventato
dall’individuazione di risorse regionali ed europee. Il nuovo corso amministrativo regionale
deve porsi come obiettivo primario quello della tutela del diritto allo studio, superando le
visioni aziendalistiche che si riscontrano nella gestione dell’agenzia regionale del diritto allo
studio.
L’opportunità dei fondi PNRR, che avrebbe dovuto colmare i divari generazionali e territoriali,
non è stata utilizzata al meglio, in una gestione che ha ignorato le reali necessità dei giovani.
Sulla residenzialità studentesca abbiamo assistito a un tradimento dei fini istituzionali: gli
investimenti hanno agevolato molto spesso la speculazione privata invece di garantire una
casa a chi studia. Le nostre città vanno ripensate a partire dal diritto all’abitare, ponendo un
freno alla turistificazione e al mercato degli affitti brevi che hanno alimentato rincari
insostenibili. Siamo una generazione in esilio abitativo.
I servizi essenziali all’interno delle stesse città, quali trasporto e sanità non sono
sufficientemente garantiti e, in un contesto territoriale dove la mobilità è fortemente limitata e
inefficiente sentiamo la necessità di ripensare il sistema di trasporto pubblico, rendendolo
gratuito e sostenibile.La sanità deve essere concepita in senso più ampio integrando
investimenti strutturati per la tutela della salute mentale. Negli ultimi anni abbiamo assistito
all’attuazione di riforme nazionali insufficienti, come quella del bonus psicologo, che ha
garantito un magro contributo a un solo richiedente su dieci. Recentemente il Consiglio
Regionale Pugliese ha introdotto nel sistema sanitario la figura dello psicologo di base. È un
segnale positivo, ma che non deve rimanere un esperimento isolato, bisogna perseguire
questa strada con una chiara volontà politica: la salute mentale deve essere un diritto
garantito dal sistema sanitario regionale. Siamo una generazione che ha il coraggio di dirsi
fragile, che rifiuta la cultura meritocratica che subisce quotidianamente nelle università
italiane.
Siamo una generazione che ha il ha il diritto di partecipare attivamente alla vita pubblica. Il
diritto al voto non può sottostare alle condizioni economiche personali. La scelta di non
garantire il voto fuorisede in occasione del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia
manifesta ancora una volta la considerazione riservata ai giovani nei processi decisionali sul
futuro del Paese.
Quindi, quale futuro ci attende?
Nonostante le ombre dei conflitti, nonostante una crisi climatica che bussa alle nostre porte
e le barriere economiche che tentano di recintare il sapere, noi rifiutiamo l’arrendevolezza.
Non accettiamo l’idea di un futuro nero, non accettiamo l’idea di un futuro silente né quella di
un futuro a pagamento. Rivendichiamo il diritto a un Futuro Condiviso. Un futuro che non
appartenga ai pochi che possono permetterselo, ma che sia patrimonio di tutti e di tutte. Un
futuro dove l’università non sia un ingranaggio dell’industria bellica o un’azienda in cerca di
profitto, ma un cantiere di pace e di cittadinanza. Non siamo ‘inutili’: siamo la coscienza
critica di un Paese che non può permettersi il lusso di lasciarci indietro. Essere giovani oggi
significa avere il coraggio di dirsi fragili in un mondo che ci vuole performanti a ogni costo.
Ma in questa fragilità risiede la nostra forza: quella di chi non accetta più che il diritto allo
studio sia un privilegio, che la casa sia una speculazione e che la salute mentale sia un
lusso.
Noi non stiamo solo chiedendo risposte: noi siamo la risposta. Siamo qui per abitare le
nostre città, per curare la nostra terra e per rendere la conoscenza un respiro universale.
Perché il futuro non è un’eredità che aspettiamo di ricevere, è lo spazio che abbiamo il diritto
e il dovere di attraversare insieme.
Buon anno accademico a tutte e tutti.