(AGENPARL) - Roma, 9 Febbraio 2026(AGENPARL) – Mon 09 February 2026 Carceri
e Sicurezza, Giuseppe Maria Meloni: mettere i delinquenti in carcere risolve
solo il 50% del problema sicurezza
Roma,
09 feb. 2026 – “Per garantire la sicurezza dei cittadini l’unica grande preoccupazione
sembra essere quella che i delinquenti finiscano effettivamente in carcere.
Fatto ciò, il problema, quindi, dovrebbe essere risolto definitivamente.
Tuttavia, nonostante l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene,
nonostante il susseguirsi di arresti, di processi, di condanne, e tutto il
carcere complessivamente scontato, il problema della sicurezza, come è noto a
tutti, riemerge di continuo e tra l’altro in maniera sempre più grave. Gli
episodi criminali non si fermano mai nelle nostre città, e molto spesso a
commettere i reati, sono quelle stesse persone che erano state arrestate, che
avevano subito dei processi, che erano state condannate, e che erano state in
carcere. Se si ha veramente a cuore la sicurezza, deve prendersi in
considerazione anche la realtà delle cose, ovvero deve prendersi in
considerazione il fatto che prima o poi le persone che abbiano commesso dei
reati siano destinate ad uscire dal carcere. Salvo che un giorno non si giunga
a tradurre normativamente quel pensiero brutale di “chiudere la cella e gettare
via la chiave”, va detto, quindi, che mettere semplicemente una persona in
galera non costituisce la soluzione totale e definitiva del problema sicurezza.
È solamente una soluzione temporanea e parziale. È una toppa. È una toppa
destinata a strapparsi rapidamente una volta usciti dal carcere. Avere a cuore
la sicurezza dei cittadini, implica una visione globale, a 360 gradi della
problematica. Implica una visione che non finisca con l’inizio della privazione
della libertà personale, che non finisca con l’ingresso in carcere, ma che
finisca con il termine della privazione della libertà personale e con la
reintegrazione nella società. Se veramente desideriamo una maggiore sicurezza,
non possiamo non preoccuparci del periodo della detenzione, non possiamo non
preoccuparci di cosa faccia concretamente il detenuto, di cosa faccia
concretamente quello stesso soggetto che aveva delinquito, durante tutto il
periodo della sua detenzione. Non possiamo non preoccuparci di come si svolga
effettivamente il periodo della sua detenzione. Un soggetto che durante il
periodo di detenzione non abbia svolto nessun tipo di attività, un soggetto che
abbia vissuto la sua detenzione in maniera “passiva”, come una semplice
parentesi, sarà nella migliore delle ipotesi, un soggetto sotto il profilo
della personalità e comportamentale, identico a quello che era entrato. Sarà un
soggetto che una volta uscito dal carcere tornerà in breve tempo a delinquere, continuerà
a commettere gli stessi reati di prima, se non dei reati molto più gravi.
Difatti, il contatto con l’ambiente del carcere, il contatto con altri
delinquenti non potrà che peggiorare la situazione, non potrà che aumentare la
sua futura propensione al crimine. Un soggetto disoccupato o inoccupato, un
soggetto con un basso livello di istruzione, che durante il periodo della sua
detenzione non abbia potuto minimamente apprendere le basi di un lavoro, non
abbia potuto minimamente arricchire la sua formazione, sarà un soggetto che una
volta uscito dal carcere, ed in assenza di altre fonti di sostentamento,
tornerà in breve tempo a delinquere. Un soggetto tossicodipendente o
alcoldipendente, che durante il periodo della sua detenzione non sia riuscito
effettivamente a liberarsi dalla sua dipendenza, sarà un soggetto che una volta
uscito dal carcere tornerà in breve tempo a commettere dei reati. Un soggetto
con disturbi psichiatrici che durante il periodo della sua detenzione non abbia
ricevuto un opportuno trattamento, sarà un soggetto che una volta uscito dal
carcere tornerà in breve tempo a infrangere la legge. Preoccuparsi di cosa faccia
il detenuto, di come trascorra le sue giornate, sembrerebbe solo una curiosità
giornalistica, oppure una tematica di natura esclusivamente sociale ed
umanitaria, ma non è così. Preoccuparsi di cosa faccia il detenuto durante il
periodo della sua detenzione significa preoccuparsi dell’altro 50% del problema
di sicurezza dei cittadini. Nel senso che l’ingresso dei delinquenti
all’interno degli istituti, costituisce solo una parte, costituisce la
risoluzione solamente del 50% del problema di sicurezza della cittadinanza. Difatti,
quegli stessi soggetti che adesso si trovano in carcere, sono destinati prima o
poi a rientrare all’interno della società, a camminare per le nostre strade, ad
utilizzare i mezzi pubblici, a frequentare i parchi, i locali, ecc.. È più che
mai necessario, quindi, cominciare ad investire sul periodo della detenzione,
cominciare ad investire su questo ulteriore 50% che al momento è sprovvisto di
una particolare attenzione e considerazione. Al riguardo va detto che il più
grande investimento che possiamo fare sul periodo della detenzione, su questo
ulteriore 50%, è l’investimento sul lavoro. Investire sul lavoro dei detenuti,
significa investire veramente sulla sicurezza dei cittadini. Impegnare i
detenuti in attività lavorative significa automaticamente rieducarli,
responsabilizzarli, significa fornirgli dignità, fornirgli speranza, fornirgli
voglia di cambiare stile di vita, voglia di riscatto, significa fornirgli una
prospettiva una volta usciti dal carcere. Il lavoro permette di acquisire delle
competenze, permette di apprendere delle abilità professionali trasferibili sul
mercato del lavoro esterno. Affinché ci sia una importante diffusione del
lavoro tra i detenuti è necessario renderlo fortemente appetibile da parte
delle imprese, e per renderlo veramente appetibile non bastano alcune
agevolazioni per le aziende che si avvalgono del lavoro dei carcerati. Serve
rompere l’equiparazione del lavoro penitenziario a quello libero in termini di
costi. Del resto, il lavoro dei soggetti ristretti, non trova la sua finalità
nell’effettivo arricchimento del soggetto detenuto, ma trova una sua specifica
ratio nella rieducazione dei soggetti, trova una sua ratio nella finalità
rieducativa della pena, di cui all’art. 27 della nostra Costituzione.” Così in