(AGENPARL) - Roma, 27 Gennaio 2026(AGENPARL) – Tue 27 January 2026 COMUNE DI PIACENZA
Gabinetto del Sindaco
Ufficio Stampa
Piazza Cavalli, 2 – 29121 Piacenza
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Piacenza, 27 gennaio 2026
Oggetto: Giorno della Memoria, il discorso della sindaca Tarasconi
“Devi lottare, devi sopravvivere per raccontare al mondo, quando sarai fuori di qui, quello
che ci hanno fatto”. Sono le ultime parole che Erna De Vries, scomparsa nel 2021 e per
decenni testimone dell’orrore dei lager, sentì dalla voce di sua madre, ebrea, mentre le
diceva addio prima di essere condotta alla morte nelle camere a gas. Un impegno che lei salva solo perché “meticcia di primo grado”, di padre cristiano – avrebbe onorato con
dignità e amore per il resto della sua vita.
Perché la memoria non è solo un ricordo o una sensazione individuale – “il buio della fame
se ancora oggi vedo un tozzo di pane in terra”, diceva Erna, o la corteccia bianca delle
betulle, le stesse dei boschi che davano il nome a Birkenau – ma è un imperativo, un
dovere civico e morale nei confronti delle generazioni che hanno vissuto l’abominio della
Shoah. E al tempo stesso una responsabilità collettiva verso i più giovani, cui affidiamo
oggi la costruzione e la speranza di un futuro di pace.
Conoscere è necessario. Auschwitz, come è stato detto, non era solo all’interno di quel
perimetro segnato dal filo spinato, ma gettava le sue fondamenta nei ghetti, nelle scuole,
negli edifici pubblici e nelle strade di ogni luogo in cui una minoranza è stata discriminata,
costretta a nascondersi, fatta oggetto di stigma e di brutale violenza, culminata in
rastrellamenti e deportazioni, per la propria fede religiosa, l’origine etnica, l’identità
sessuale. Per le convinzioni politiche. Persino per le proprie caratteristiche fisiche: una
disabilità, i tratti semitici o non conformi al modello della perfezione ariana.
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Le radici di Auschwitz erano nelle leggi di Norimberga che tolsero lo status di cittadini agli
ebrei tedeschi nel 1935. Erano in ogni comma delle norme razziali promulgate in Italia, tre
anni più tardi, dal regime fascista. Erano nelle pieghe degli abiti su cui si doveva applicare
la stella gialla con la lettera J di “Jude”, o nella fascia da portare al braccio come segno
distintivo, manifesto di una diversità che diventava bersaglio e capro espiatorio nel
disegno aberrante della soluzione finale.
Viene da chiedersi, oggi, dove quelle radici abbiano attecchito: ne vediamo il germe nelle
conseguenze devastanti di guerre che colpiscono civili inermi, nella prevaricazione dei
conflitti sulla diplomazia, nelle ideologie suprematiste e portatrici d’odio, nel sangue della
repressione contro chi scende in piazza per chiedere libertà e diritti.
Sono trascorsi 81 anni, da quel 27 gennaio del 1945 che è simbolo e custode di memoria,
ma le drammatiche assonanze con il nostro tempo non possono lasciarci indifferenti. Nel
nome delle vittime della Shoah cui rendiamo il nostro omaggio, celebriamo in questa
ricorrenza valori universali: la sacralità dell’esistenza, l’inviolabilità della persona,
l’uguaglianza sancita dalla nostra Costituzione, anche in risposta a quella voragine che
aveva inghiottito la pietà, il rispetto e i diritti inalienabili di milioni di donne, uomini e
bambini.
“L’Olocausto – ha ammonito Sam Kaltman, reduce di Dachau – ci ha mostrato che la patina
della civiltà umana è così sottile, e fragile, da non poter escludere che ciò che è stato si
ripeta”. Forse quella patina è sempre più consunta, ma riesce ancora a proteggerci ogni
volta che denunciamo un’ingiustizia o esprimiamo solidarietà nei confronti di chi soffre,
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ogni volta che respingiamo la politica fondata sulla violenza, l’impronta della xenofobia, o
qualsiasi accenno di revisionismo e relativismo storico. Continuiamo a tesserlo, quel filo
che ci lega al passato, perché non solo farà sì che non si dimentichi, ma che per sempre ci
insegni chi siamo.
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