(AGENPARL) - Roma, 8 Gennaio 2026L’ingegneria genetica ha raggiunto un livello di precisione impensabile fino a poco tempo fa.
Strumenti come CRISPR-Cas9, Prime Editing e le tecniche di riparazione del DNA basate su HDR e NHEJ permettono oggi di intervenire sul genoma umano con una specificità tale da poter correggere mutazioni alla radice, prevenendo malattie gravi e, in prospettiva, evitando sofferenze a intere generazioni.
A questo potenziale si aggiunge la forza dell’Intelligenza Artificiale, capace di analizzare enormi quantità di dati genomici, identificare correlazioni invisibili all’occhio umano e simulare gli effetti a lungo termine di una modifica genetica.
L’IA, integrata con macchinari di ricombinazione di nuova generazione, può prevenire errori di editing, verificare la coerenza etica di un intervento e limitare ogni operazione alle sole mutazioni consentite da un protocollo approvato.
Tuttavia, essa non deve mai essere investita del potere decisionale finale. La sua funzione è quella di strumento di precisione e controllo, mentre il compito di decidere spetta a un comitato umano preparato, sottoposto a formazione etica, bioetica e psicologica continua. L’ultima parola deve rimanere in mano all’uomo. La responsabilità della vita non può essere delegata a un algoritmo.
Il cuore del protocollo si fonda su tre principi fondamentali.
Il primo è la beneficenza, cioè l’obbligo di intervenire solo per ridurre la sofferenza e migliorare la qualità della vita. Il secondo è la non maleficenza, che impone di evitare qualsiasi modifica che possa avere effetti dannosi o discriminatori. Il terzo è la giustizia biologica, ossia la tutela della diversità genetica, che comprende anche varianti non dannose, capaci di arricchire l’umanità della sua complessità evolutiva.
La recente ricerca condotta in Giappone sulla possibilità di disattivare il cromosoma 21 in eccesso, responsabile della sindrome di Down, rappresenta un esempio concreto di quanto questi principi siano essenziali.
Da un punto di vista tecnico, questa scoperta dimostra quanto ormai sia possibile intervenire in profondità nel genoma umano.
Ma sul piano etico e bioetico, la questione è molto più complessa. La sindrome di Down non è una condizione letale alla nascita: molte persone che la presentano vivono vite ricche di affetti, relazioni e contributi alla società. Eliminare questa mutazione significherebbe operare una scelta di selezione genetica che non ha come scopo la cura, ma la modifica della diversità umana. Ciò creerebbe un precedente pericoloso, aprendo la strada a un’umanità progressivamente filtrata attraverso criteri arbitrari di “normalità”.
Meritocrazia Italia propone un Protocollo etico secondo il quale dovrebbero essere ammesse solo le modifiche genetiche destinate a correggere mutazioni patogene realmente invalidanti o letali. Rientrano in questa categoria le mutazioni letali prenatali, come l’anencefalia o alcune trisomie incompatibili con la vita, le malattie progressive senza cure efficaci come la malattia di Tay-Sachs o l’atrofia muscolare spinale di tipo 1, le mutazioni che riducono drasticamente l’aspettativa di vita, come la fibrosi cistica o la distrofia muscolare di Duchenne, e le mutazioni oncogeniche ereditarie ad alta penetranza, come alcune forme di BRCA1 e BRCA2 particolarmente aggressive. Sono escluse le modifiche che mirano a eliminare varianti compatibili con una vita autonoma e attiva, come la trisomia 21 o alcune forme non complesse della sindrome di Turner, così come ogni intervento volto a modificare tratti stetici, capacità fisiche o cognitive oltre i limiti naturali, o differenze neurotipiche non invalidanti come alcune forme di autismo ad alto funzionamento.
Ogni intervento deve essere sottoposto a un controllo multilivello: prima attraverso simulazioni predittive dell’IA che stimino gli impatti genetici fino a tre generazioni, poi con verifiche in vitro e su modelli animali, e infine, solo dopo una valutazione etica approfondita, su embrioni umani. Tutte le modifiche devono essere tracciate e pubblicate in modo trasparente, soggette a revisione indipendente, e controllate da un organismo di sorveglianza internazionale che garantisca il rispetto di standard comuni.
Questa visione non è guidata dal sogno di creare un’umanità perfetta, ma dal desiderio di preservare il diritto di ogni vita a esistere nella sua forma unica. La scienza può e deve curare, ma non può decidere quali forme di vita siano degne e quali no.
L’Intelligenza Artificiale, in questo contesto, è un bisturi invisibile: preciso, freddo, privo di giudizio. L’uomo, invece, è il custode delle scelte, colui che deve avere l’umiltà di sapere quando intervenire e quando lasciare che la diversità segua il suo corso naturale.
Stop war.
