(AGENPARL) - Roma, 11 Dicembre 2025(AGENPARL) – Thu 11 December 2025 FONDO PER IL CONTRASTO DELLA
POVERTÀ EDUCATIVA MINORILE
Giovani e
periferie
Uno sguardo d’insieme alla
condizione dei giovani nelle
periferie italiane
REPORT 2025
“Non sono emergenza” è la campagna promossa dall’impresa sociale Con i bambini, nell’ambito del
Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, per proporre un diverso approccio rispetto
al disagio minorile e giovanile. Una narrazione “altra”, partendo dai dati, dalle buone pratiche e dall’ascolto diretto dei giovani, per fare emergere le dimensioni del fenomeno ma anche per promuovere
il protagonismo delle nuove generazioni. Con questo rapporto, Fondazione Openpolis – che da alcuni
anni porta avanti l’Osservatorio #conibambini insieme all’impresa sociale – propone alcuni dati per
comprendere meglio la condizione degli adolescenti e dei giovani nelle periferie delle città italiane,
attraverso una mappatura subcomunale dei fattori di disagio e delle opportunità per bambini e ragazzi in queste aree.
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campagna nonsonoemergenza.it
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INDICE
Introduzione
Giovani e periferie
Le città analizzate
Bologna
Cagliari
Catania
Firenze
Genova
Messina
Milano
Napoli
Palermo
Reggio Calabria
Torino
Venezia
Scansiona
il Qr code
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online
Giovani e periferie
Uno sguardo d’insieme alla condizione dei giovani nelle periferie italiane
Come vivono gli adolescenti nelle periferie delle città italiane? Che differenza c’è, in termini di opportunità sociali, economiche ed educative, tra crescere nel centro di una città o nella sua periferia?
Rispondere a domande come queste è tanto complesso, quanto urgente. A partire dalla pandemia, si
è molto discusso sulla condizione dei giovani nel nostro paese. Temi come disagio sociale e dispersione scolastica si sono imposti nel dibattito, in forza di un disagio finalmente percepito nell’opinione pubblica. In particolare rispetto alla situazione delle periferie: luoghi lontani dal centro non solo
in termini geografici, ma sempre più anche economici, sociali, culturali.
Purtroppo, come abbiamo avuto modo di raccontare nel rapporto dello scorso anno, nell’ambito della campagna Non sono emergenza promossa da Con i bambini, la discussione sul disagio giovanile
risente di un’elevata infodemia. Abbiamo cioè accesso a tantissime informazioni, pareri, argomentazioni, e allo stesso tempo a pochi dati su fenomeni la cui possibilità di misurazione resta complessa. In un panorama informativo così articolato è difficile orientarsi; è invece molto facile ricadere in due tendenze di fondo, entrambe deleterie per la condizione di ragazze e ragazzi. L’allarmismo
emergenziale, da un lato; la sottovalutazione del fenomeno, dall’altro.
i giovani tra 18 e 24 anni in abbandono precoce nel 2024, in netto calo
negli ultimi anni. Nel 2025 però è tornata a crescere la dispersione
implicita: studenti che completano il percorso di studi senza competenze adeguate.
Partire dai dati è, a nostro avviso, l’unico modo per impostare correttamente la discussione, individuare cause e predisporre soluzioni. Quando parliamo di soluzioni, non ci riferiamo ad approcci
uniformi, validi per ogni situazione e replicabili in qualsiasi contesto. Al contrario, pensiamo a interventi calibrati sulle esigenze e i bisogni di ciascun territorio.
Per poterlo fare, serve avere gli strumenti per riconoscere i problemi a livello locale: comune per
comune, municipio per municipio, addirittura quartiere per quartiere nelle grandi città. Con questo
approccio, il rapporto di quest’anno si focalizza proprio su tali aspetti, anche avvalendosi della preziosa attività di rilascio dati svolta da Istat nell’ambito del censimento permanente, nonché per la
Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni delle città e delle periferie.
famiglie con figli in potenziale disagio economico a Catania. Nel
6,2% lesesto
municipio del comune la quota raggiunge il 9,3%.
L’obiettivo è restituire un quadro chiaro delle disuguaglianze che attraversano le città, mettendo
in luce dimensioni cruciali come il disagio socio-economico delle famiglie con figli, la condizione di
Neet, la dispersione scolastica e l’accesso a opportunità educative e sociali.
A questo scopo il report è così strutturato. Nel prossimo paragrafo, inquadreremo le tendenze di
fondo nella condizione giovanile nel paese dopo la pandemia, focalizzandoci, dove i dati lo consentono, sulle specificità delle grandi città e aree urbane. In quelli successivi, approfondiremo l’analisi
città per città, per i 14 comuni capoluogo di città metropolitana. Nella consapevolezza di fondo che
il dato medio spesso nasconde la reale condizione sul territorio, specie per comuni di grandi dimensioni e popolazione quali i capoluoghi delle città metropolitane. A questo scopo, cuore del rapporto
sono i paragrafi dedicati a ciascuna città, e al confronto tra centri e periferie nella condizione degli
adolescenti.
Il volto economico, educativo e sociale del disagio tra gli adolescenti
Negli ultimi anni, si sono imposti all’attenzione pubblica i segnali di disagio attraversato da tante
ragazze e ragazzi. Questo fenomeno, reso evidente dalla pandemia nei mesi di isolamento fisico e
troppo spesso sociale, incrocia tante dimensioni diverse.
In primis, riguarda la questione socio-economica per le famiglie con figli. Da circa quindici anni
ormai si registra la tendenza per cui più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà
assoluta.
minori di 18 anni in povertà assoluta nel 2024. Molto più della media
13,8% i(9,8%).
Una questione particolarmente pressante nelle città, dove il costo della vita rende meno sostenibile per le famiglie il mantenimento dei figli. In media, nel 2024, il 12,3% delle famiglie in cui vivono minori di 18 anni si è trovato in povertà assoluta; la quota sale al 16,1% dei nuclei con minori nei comuni
centro di area metropolitana.
I dati sulla povertà e l’esclusione sono il punto di partenza ineludibile, poiché strettamente connessi
alla cosiddetta trappola della povertà educativa. Chi cresce in una famiglia con minori possibilità
economiche, generalmente ha anche minore accesso alle opportunità educative, sociali e culturali
che potrebbero consentirgli di affrancarsi da una condizione di svantaggio.
Ne sono indiretta testimonianza gli esiti educativi, in molti casi differenziati in base all’origine sociale. Il nostro purtroppo resta un paese dove il percorso di istruzione di ragazze e ragazzi tende
a riflettere la condizione di partenza. Ciò è particolarmente visibile nell’adolescenza, con la scelta
dell’indirizzo di studi dopo le scuole medie. Nel 2024 su 100 diplomati del liceo, in base ai dati Almadiploma, solo 16 erano figli di operai e lavoratori esecutivi. Al contrario, questi rappresentano il
27,9% dei diplomati negli istituti tecnici e oltre un terzo dei diplomati in quelli professionali (33,8%).
Le percentuali sono pressoché ribaltate per gli studenti delle classi più elevate, che rappresentano
oltre un terzo dei diplomati dei licei e appena il 13,9% dei diplomati nei professionali.
E se perlomeno negli anni, anche sulla scorta degli obiettivi europei in materia, è calata la quota di
chi abbandona gli studi prima di raggiungere il diploma, non si può dire lo stesso della dispersione
scolastica implicita. Parliamo di chi completa il percorso di studi, ma lo fa con competenze del tutto
inadeguate, più vicine al livello previsto alla fine delle medie che a quello dei diplomati. La quota di
alunni che arrivano alla fine delle superiori con competenze insufficienti nelle materie di base è
nettamente cresciuta durante la pandemia, per assestarsi nell’immediato post-Covid su livelli vicini
al 10%. Da allora è cominciato un percorso di calo, anche se l’ultima rilevazione del 2025 mostra che
i ritardi del periodo pandemico non sembrano ancora del tutto recuperati.
La dispersione implicita resta ancora alta rispetto ai livelli pre-Covid
Percentuale di studenti in condizione di dispersione scolastica implicita al termine del secondo
ciclo d’istruzione (2019-2025)
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 9 Luglio 2025)
I fenomeni di dispersione scolastica, tanto espliciti (l’abbandono vero e proprio) quanto impliciti (le
basse competenze) riguardano soprattutto alcune aree geografiche e sociali. Gli studenti di quinta
che hanno alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale inferiore alla media si
trovano in dispersione implicita nel 9,8% dei casi, una frequenza quasi doppia rispetto ai coetanei
più avvantaggiati (5,3%).
In terza media, prima che gli effetti dell’abbandono scolastico vero e proprio si facciano sentire (eliminando dalla statistica gli studenti più svantaggiati), il contrasto risulta ancora più stridente: 13,4%
di alunni a rischio dispersione implicita tra i meno avvantaggiati, 6% tra i coetanei con famiglie più
benestanti.
Restano divari territoriali su entrambi gli aspetti. In alcune regioni la quota di ragazze e ragazzi in
dispersione implicita supera ampiamente il 10% alla fine delle superiori: tra queste Campania
(17,6%), Sardegna (15,9%), Sicilia (12,1%) e Calabria (11,6%). Si tratta delle regioni che, pur nel miglioramento degli ultimi anni sull’abbandono scolastico, restano anche tra le più colpite dalla parte
“esplicita” del fenomeno.
Nelle periferie l’abbandono scolastico precoce è ancora molto presente.
Inoltre, nonostante per la prima volta sia scesa sotto la soglia del 10% la quota di giovani che hanno
lasciato la scuola prima del diploma o di una qualifica, la situazione appare più critica nelle città. Rispetto alla media nazionale del 9,8%, l’incidenza massima si raggiunge infatti nelle aree urbane densamente popolate dove sfiora l’11%. Mentre scende all’8,8% nei comuni a densità intermedia, quindi
già al di sotto dell’obiettivo europeo del 9% entro il 2030. Risale al 10% in aree meno densamente
popolate come quelle interne: un altro tipo di periferie – diverso da quelle urbane di cui ci occupiamo
in questo rapporto – ma altrettanto rilevante per un paese come il nostro.
Gli aspetti economici ed educativi del disagio sono strettamente connessi con quelli sociali. La possibilità cioè per gli adolescenti di avere accesso a tempo libero di qualità, con tutto ciò che questo
comporta: luoghi di aggregazione, aree verdi, opportunità sportive e culturali, dentro e fuori la scuola. Per l’osservatorio sulla povertà educativa curato insieme a Con i bambini abbiamo avuto modo
di raccontare come questi aspetti si colleghino direttamente al benessere sociale e psicologico dei
più giovani, al rischio di inattività ed esclusione sociale.
Negli ultimi vent’anni, la quota di adolescenti che vede i propri amici tutti i giorni si è pressoché
dimezzata, passando da oltre il 70% a poco più del 30%. Una tendenza i cui fattori alla base sono
molteplici, da affrontare senza allarmismi, basti pensare al concomitante ruolo delle tecnologie e
alle nuove possibilità di comunicazione. Allo stesso tempo, garantire a ragazze e ragazzi luoghi di
incontro, dai centri di aggregazione all’apertura pomeridiana delle scuole, deve essere un obiettivo
delle politiche pubbliche, nazionali come locali.
In questo senso, appare centrale l’apertura delle scuole. La possibilità di svolgere attività educative,
didattiche, formative anche al di fuori dell’orario scolastico può offrire un contributo decisivo nel
contrasto dei fenomeni di dispersione e per la riduzione dei divari educativi appena citati. Ma una
scuola aperta di pomeriggio, o d’estate, non è “solo” questo. È un presidio sociale sul territorio, un
luogo sicuro dove poter trascorrere il tempo libero, essenziale specie laddove questo tipo di spazi
mancano. Come, purtroppo, è spesso il caso di alcune periferie urbane delle nostre città.
Una prospettiva utile per le politiche pubbliche in senso ampio
Questa prospettiva sul disagio, che tiene insieme aspetti socio-economici, educativi e di accesso ai
servizi, è assolutamente da considerare anche nella definizione delle politiche pubbliche in senso
più ampio. Negli ultimi mesi, il tema del disagio giovanile e dei comportamenti a rischio o violenti
tra gli adolescenti è diventato parte del dibattito pubblico. I primi studi esplorativi, come evidenziato nel lavoro di Transcrime, centro di ricerca interuniversitario, in collaborazione con il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del ministero della giustizia, mostrano alcuni segnali
di peggioramento proprio tra i più giovani, tra prima e dopo il Covid.
Il tasso di presunti autori di delitti violenti denunciati o arrestati dalle forze dell’ordine ogni 100mila
abitanti è rimasto sostanzialmente stabile nella popolazione complessiva, se si confrontano i dati
precedenti la pandemia (133,14 nel periodo 2007-19) con quelli successivi all’emergenza (133,43 tra
2021 e 2022). Tra i minori e gli adolescenti, al contrario, il quadro mostra un situazione molto più
critica. Nella fascia tra 14 e 17 anni si è passati da una media di 196,61 presunti autori ogni 100mila
giovani nel periodo 2007-19 a 301,87 dopo la pandemia. Nella fascia fino a 13 anni, l’incremento è
stato ancora maggiore, trattandosi di numeri in partenza molto più contenuti: da 2,38 a 6,25 ogni
100mila minori, per un aumento del 163%.
+ 54%
la crescita del tasso di presunti autori di delitto denunciati/arrestati
dalle forze di polizia ogni 100.000 residenti tra 14 e 17 anni, tra prima e
dopo la pandemia.
Sono dati da interpretare con estrema cautela, come specifica giustamente lo stesso centro di ricerca, dal momento che riguardano un periodo ancora troppo ristretto di tempo (appena un biennio).
Non abbastanza per delineare una tendenza consolidata. Tuttavia sottendono un problema da non
sottovalutare su cui è fondamentale proseguire nell’attività di monitoraggio, allo scopo di definire
politiche pubbliche che vadano alle radici, anche sociali, economiche ed educative di questi fenomeni.
Questo rapporto – che pure nello specifico non si occupa direttamente di comportamenti a rischio
o violenti, mancando dati disaggregati sul fenomeno – vuole contribuire evidenziando le potenziali
criticità esistenti nelle aree urbane. Aspetti come la condizione di partenza delle famiglie, l’accesso
all’istruzione, la capacità della scuola di trattenere ragazze e ragazzi ed essere presidio sul territorio
vanno tenuti presenti nella definizione di strumenti e interventi pubblici. Si tratta infatti di fattori
da mettere a fuoco nel contrasto di due fenomeni spesso collegati: povertà educativa e disagio
giovanile, specie nelle periferie delle città.
La situazione nelle città italiane
Per comprendere a fondo la condizione dei giovani che vivono nelle periferie è quindi fondamentale
analizzare i dati al livello più granulare possibile, fino a cogliere le specificità di ciascuna zona. Prima
di entrare nel dettaglio delle singole realtà locali, tuttavia, è utile confrontare le grandi città per avere un quadro d’insieme delle disuguaglianze territoriali e delle loro caratteristiche.
L’analisi condotta sui 14 comuni capoluogo di città metropolitana conferma quanto le disuguaglianze territoriali pesino sulla condizione educativa dei più giovani. Le situazioni di maggiore fragilità
sociale si concentrano nelle aree del mezzogiorno. A Catania (6,2%), Napoli (6%) e Palermo (5,8%)
l’incidenza delle famiglie con figli in potenziale disagio economico risulta molto marcata. Si tratta
di nuclei con figli a carico in cui la persona di riferimento ha meno di 65 anni e nessun componente
è occupato o pensionato, una condizione che verosimilmente si associa spesso con una potenziale
vulnerabilità sociale. Tali valori sono oltre 4 volte superiori rispetto a quelli registrati in altre città del
centro-nord, dove l’incidenza è più contenuta: Bologna si ferma all’1,2%, Venezia e Genova all’1,3%,
Milano e Firenze all’1,4%.
Le condizioni socio-economiche della famiglia di origine incidono molto sul percorso
scolastico dei giovani.
Il legame tra condizioni economiche e opportunità educative emerge anche osservando il fenomeno
delle uscite precoci dal sistema di istruzione e formazione. A Catania oltre un quarto dei giovani tra
i 18 e i 24 anni (26,5%) ha lasciato gli studi prima di conseguire un diploma o una qualifica, mentre
a Palermo e Napoli le quote si attestano rispettivamente al 19,8% e al 17,6%. Valori che si riducono
sensibilmente a Bologna (12%), Roma (9,5%) e Reggio Calabria (8,4%), in base ai dati ricostruiti da
Istat attraverso il censimento permanente. Ancora più marcate risultano le differenze se si considerano le uscite precoci dal sistema educativo per i giovani con genitori privi di diploma. In questo
caso, l’abbandono scolastico raggiunge il 36,5% a Catania, il 31,9% a Cagliari e il 29,1% a Palermo,
contro il 17,4% di Torino, il 16,3% di Roma e il 14% di Reggio Calabria.
Gli abbandoni precoci della scuola, con al massimo la licenza media, rappresentano oltretutto solo
la parte esplicita di un fenomeno molto più complesso, la cosiddetta dispersione implicita.
I dati Invalsi mostrano come, già al termine della scuola media, prima quindi della scelta dell’indirizzo successivo o dell’abbandono della scuola, in molte città una quota consistente di alunni evidenzi
gravi carenze nelle materie di base. Nelle prove Invalsi 2022/23, a Palermo, quasi un quarto degli
studenti (24,7%) si è attestato al livello più basso di competenze in italiano, più vicino a quanto previsto in uscita dalla scuola primaria che alla fine delle medie. Percentuali simili si registrano a Napoli
(22,9%) e Catania (22,1%). In città come Bologna (12,8%), Roma (11%) e Cagliari (10,1%) la quota è
invece nettamente inferiore. Se si aggiungono gli studenti con risultati deboli (livello 2), le criticità si
accentuano ulteriormente: a Catania, Napoli e Palermo oltre la metà dei ragazzi conclude il primo
ciclo di istruzione con competenze linguistiche non del tutto adeguate.
Oltre la metà degli studenti di III media a Catania, Napoli e Palermo in
difficoltà con l’italiano
Percentuale di studenti con apprendimenti insufficienti in italiano in terza media nell’anno
scolastico 2022-2023
DA SAPERE: Per quanto riguarda le competenze in italiano, i test Invalsi valutano la capacità degli studenti di leggere e
interpretare un testo scritto, comprendendone il significato e alcuni aspetti fondamentali di funzionamento della lingua
italiana. I livelli 1 e 2 sono considerati non sufficienti per ragazzi e ragazze che si apprestano ad iniziare il percorso nelle
scuole superiori.
• Livello 1: risultato molto debole, corrispondente ai traguardi di apprendimento in uscita dalla V primaria;
• Livello 2: risultato debole, non in linea con i traguardi di apprendimento posti al termine del primo ciclo
d’istruzione.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 6 Luglio 2022)
Si tratta di lacune che si trascinano lungo tutto il percorso successivo. In primo luogo negli studi:
influenzando sia gli apprendimenti che sarà possibile raggiungere alle superiori, sia il rischio di lasciare precocemente la scuola. In secondo luogo impatteranno sull’intera vita adulta, cioè sulla
possibilità di accedere al mondo del lavoro nelle migliori condizioni possibili.
Ne è testimonianza, tra gli adolescenti e i giovani adulti, la condizione dei Neet: giovani tra i 15 e i 29
anni che non studiano e non lavorano. Anche in questo caso, il divario territoriale è evidente: Catania
(35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%) registrano i valori più elevati, a fronte di percentuali più
contenute nelle città del centro-nord, come Venezia (19,7%), Firenze e Genova (17,7%) e Bologna
(17,3%).
Catania, Palermo e Napoli i 3 capoluoghi metropolitani con la più alta quota
di giovani Neet
Rapporto tra i residenti di 15-29 anni che non studiano e non lavorano e la popolazione residente
totale nella medesima classe di età (2021)
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat per la Commissione periferie
(ultimo aggiornamento: lunedì 16 Dicembre 2024)
I dati delineati, e le relative ricorrenze territoriali, sembrano indicare un percorso nitido. Un percorso
che collega, nella più classica “trappola della povertà educativa” la condizione di partenza familiare,
l’accesso all’istruzione, gli esiti nella vita adulta. Offrire opportunità che rompano questo circolo
vizioso è la principale sfida per le politiche pubbliche nel contrasto della povertà educativa.
In questo senso, un indicatore interessante da analizzare è quello riguardante la quota di alunni che
ha accesso al tempo pieno. Questo peraltro conferma come all’interno di una stessa città convivano
realtà molto diverse, da analizzare con una lente ulteriore, municipio per municipio, quartiere per
quartiere. Questo indicatore infatti in molti casi risulta polarizzato, con zone in cui tutti gli alunni o
quasi frequentano anche di pomeriggio e altri in cui questa possibilità è del tutto assente. Una dinamica riscontrata, con diverse intensità, in città come Bologna, Firenze, Genova, Milano, Roma e
Torino. Da notare che generalmente al sud la possibilità di frequentare la scuola anche al pomeriggio
è solitamente più limitata.
All’interno della stessa città coesistono realtà molto diverse.
Gli indicatori analizzati finora fanno emergere delle ricorrenze piuttosto chiare, con alcune delle maggiori città del mezzogiorno, tra cui Catania, Palermo e Napoli che necessitano di interventi
strutturali e mirati. Evidentemente, questa informazione è del tutto insufficiente però per programmare delle politiche pubbliche efficaci in materia. Tornando alla domanda iniziale: come vivono e di
che opportunità dispongono gli adolescenti nelle periferie italiane?
Per rispondere a questa domanda è indispensabile un’analisi di dettaglio a livello subcomunale. Le
differenze interne ai grandi centri urbani sono infatti notevoli. A titolo di esempio, se Catania presenta la maggiore incidenza di famiglie in potenziale disagio economico tra i capoluoghi metropolitani, il valore più alto in assoluto si registra nel quartiere palermitano di Brancaccio-Ciaculli (9,9%).
In modo analogo, a Bologna – dove la quota complessiva di abbandoni precoci è tra le più basse – vi
sono anche aree della città che superano la soglia 35%. Un altro caso da segnalare, a titolo esemplificativo, è quello del quartiere veneziano di Marghera. Qui infatti, pur in un contesto comunale meno
critico di altri, si registrano valori significativi di famiglie in potenziale disagio, abbandono scolastico e inattività giovanile.
Nelle prossime sezioni del report entreremo più nel dettaglio delle periferie delle diverse città metropolitane. Solo conoscendo a fondo le caratteristiche di ciascun territorio infatti sarà possibile
disegnare politiche efficaci e realmente mirate alla riduzione dei divari educativi e sociali.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Nel comune di Bari la quota di giovani adolescenti non è distante dal dato medio nazionale (9,6%),
anche se più bassa. Gli abitanti di età compresa tra i 10 e i 19 anni rappresentano il 9,2% rispetto al
totale dei residenti.
All’interno della città, l’area sub-comunale con più adolescenti è quella che fa riferimento al Municipio 3, dove i giovani sono l’11,2% del totale. Mentre l’area con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è
riconducibile al Municipio 2 dove sono l’8,3%.
Scendendo a un livello di disaggregazione ulteriore è possibile ricostruire alcuni aspetti della condizione sociale ed educativa di ragazze e ragazzi sul territorio del comune. A partire dall’analisi delle
famiglie che si trovano in condizioni di potenziale disagio economico. Grazie ai dati rilasciati da
Istat per la Commissione periferie, per quanto riguarda il capoluogo pugliese si riesce ad arrivare
fino al livello dei quartieri.
La zona dove si registra una maggiore incidenza di famiglie con figli in potenziale difficoltà è quella di
San Nicola. In quest’area la quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino a 64 anni e
non ci sono componenti occupati o pensionati raggiunge il 4,4%. Un dato significativamente più alto
rispetto alla media comunale che si attesta sul 2,5%. Al contrario, nel quartiere di Picone le famiglie
in questa condizione sono l’1,6%.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative a disposizione dei più giovani. Una dinamica che può incidere, tra l’altro, sul fenomeno dell’abbandono scolastico. Nel comune, gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 13,8% dei giovani
tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola con al massimo la licenza
media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più frequente nelle famiglie più svantaggiate in termini educativi e sociali. A Bari, il dato infatti sale al 21,5% tra i figli delle
persone senza diploma.
Anche in questo caso è il quartiere di San Nicola a riportare la quota più alta con il 26,6%, mentre
Picone fa registrare il 7% di abbandoni precoci. Tra i figli delle persone senza diploma, l’abbandono
scolastico precoce si conferma più frequente nella zona di San Nicola (28,5%), mentre è più limitato
in San Pasquale (11,4%).
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione
sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in questa situazione è pari al 22,1%
nel comune. Con significative differenze interne. Anche per questo indicatore la zona più complessa
risulta essere San Nicola dove la quota di Neet è pari al 32,2% dei giovani residenti. Viceversa, nei
quartieri Picone e San Pasquale l’incidenza del fenomeno è pari rispettivamente al 17,1% e al 17,7%.
La scuola, e più in generale la comunità educante, possono avere un ruolo cruciale nel contrasto di
questi fenomeni. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare
è la quota di alunni che hanno accesso al tempo pieno nelle scuole del territorio, fin dalle elementari.
Nelle primarie statali, la quota di studenti in scuole con il tempo pieno è pari al 22,3% nel comune. È
significativo osservare che nel quartiere di San Nicola – l’area della città evidentemente più problematica sulla base degli indicatori passati in rassegna – la totalità dei bambini e delle bambine iscritti
nelle scuole della zona ha accesso al tempo pieno.
alunni delle scuole primarie statali che hanno accesso al tempo
100% glipieno
nel quartiere di San Nicola.
Viceversa, meno del 5% dei minori iscritti alle scuole primarie presenti nei quartieri di Madonnella,
Murat e Loseto hanno accesso al rientro pomeridiano.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Bologna
Nel comune di Bologna la quota di giovani adolescenti risulta essere al di sotto della media nazionale
(9,6%). Nel 2022 infatti i residenti di età compresa tra i 10 e i 19 anni erano il 7,9% rispetto al totale
degli abitanti. Si tratta del secondo valore più basso nel confronto fra i 14 comuni capoluogo di
città metropolitana. Solo Cagliari riporta una quota di giovani più bassa (7,6%).
giovani di 10-19 anni rispetto al totale dei residenti nel comune di
7,9% iBologna.
All’interno del territorio l’area subcomunale con più adolescenti presenti fa riferimento al quartiere
di Borgo Panigale-Reno, dove sono l’8,5% dei residenti. Mentre quella con meno ragazzi e ragazze di
10-19 anni è Porto-Saragozza dove sono il 7,1%.
Scendendo a un livello di disaggregazione ulteriore è possibile ricostruire alcuni aspetti della condizione sociale ed educativa di ragazze e ragazzi sul territorio del comune. A partire dall’analisi delle
famiglie che si trovano in condizioni di potenziale disagio economico. Grazie ai dati rilasciati da
Istat per la Commissione periferie, per quanto riguarda il capoluogo felsineo si riesce ad arrivare
fino al livello di 90 aree statistiche.
Detto che l’incidenza di famiglie con figli in potenziale disagio economico è la più bassa tra i 14
comuni capoluogo presi in considerazione (1,2%), possiamo osservare che l’area relativamente più
critica da questo punto di vista è quella di Via del Vivaio. In questa zona la quota di nuclei con figli
dove la persona di riferimento ha fino a 64 anni e non ci sono componenti occupati o pensionati raggiunge il 4,6%. Si tratta di un dato superiore di 3,4 punti percentuali rispetto alla media comunale. Al
contrario nell’area di Stradelli Guelfi non risultano nuclei in questa situazione.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative a disposizione dei più giovani. Una dinamica che può incidere, tra l’altro, sul fenomeno dell’abbandono scolastico. Nel comune, gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 12% dei giovani
tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola con al massimo la licenza
media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più frequente nelle famiglie svantaggiate in termini educativi e sociali. A Bologna, il dato infatti sale al 20,1% tra i figli delle
persone senza diploma.
Complessivamente, tale quota raggiunge addirittura il 55,1% nell’area del Centro agro-alimentare di
Bologna (Caab); un dato particolarmente alto si riscontra anche nella zona dell’ex mercato ortofrutticolo (53,8%). Viceversa nelle aree Aeroporto, Scandellara e San Luca tale quota è pari allo 0%. Tra
i figli delle persone senza diploma, l’abbandono scolastico precoce si conferma più frequente nell’area del Caab (60%). Viceversa il fenomeno non è presente in 12 diverse aree statistiche.
A Bologna la quota di Neet è la più bassa tra i comuni capoluogo di città metropolitana.
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e
non lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in tale situazione è pari
al 17,3% nel comune. Anche in questo caso si tratta del dato più contenuto tra i comuni capoluogo
delle 14 città metropolitane. Si riscontrano anche su questo fronte significative differenze interne.
L’area statistica dove il fenomeno incide maggiormente è quella dell’ex mercato ortofrutticolo (con
il 47,2%), mentre quella dove è più contenuto è Scandellara (5,6%).
La scuola e, più in generale, la comunità educante possono avere un ruolo cruciale nel contrasto di
questi fenomeni. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare è
la quota di alunni che nelle scuole del territorio hanno accesso al tempo pieno, fin dalle elementari. Nelle primarie statali, la quota di studenti iscritti in scuole che consentono il rientro pomeridiano
è pari al 72,7% nel comune.
Da notare che in questo caso si registrano significative differenze tra le aree in cui i bambini e le
bambine residenti iscritti in scuole primarie con il tempo pieno sono il 100% (ben 22 diverse aree
statistiche) e quelle in cui invece il dato risulta essere pari allo 0% (38).
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La condizione dei giovani nelle periferie
Cagliari
Nel comune di Cagliari la quota di giovani adolescenti risulta essere al di sotto della media nazionale
(9,6%). Nel 2022 infatti i residenti di età compresa tra i 10 e i 19 anni erano il 7,6% rispetto al totale
degli abitanti. Si tratta del dato più basso tra i comuni oggetto dell’analisi.
All’interno del territorio l’area subcomunale con più adolescenti è la circoscrizione di Monte Mixi,
dove sono l’8,3% del totale dei residenti. Mentre quella con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è
Mulinu Becciu dove sono il 6,8%.
Scendendo a un livello di disaggregazione ulteriore è possibile ricostruire alcuni aspetti della condizione sociale ed educativa di ragazze e ragazzi sul territorio del comune. A partire dall’analisi delle
famiglie che si trovano in condizioni di potenziale disagio economico. Grazie ai dati rilasciati da
Istat per la Commissione periferie, per quanto riguarda il capoluogo sardo si riesce ad arrivare fino
al livello dei quartieri.
La zona dove si registra una maggiore difficoltà potenziale per le famiglie con figli è Borgo Sant’Elia.
In quest’area la quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino a 64 anni e non ci sono
componenti occupati o pensionati raggiunge il 4,4%. Molto più della media comunale dell’1,9%. Al
contrario, nel Quartiere Europeo le famiglie in questa condizione sono lo 0,3%.
A Cagliari è particolarmente marcato l’abbandono scolastico dei giovani con genitori senza
diploma.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative
a disposizione dei più giovani. Nel comune di Cagliari gli abbandoni precoci della scuola riguardano
il 16,3% dei giovani tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola con
al massimo la licenza media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più
frequente nelle famiglie svantaggiate in termini educativi e sociali. A Cagliari, il dato infatti sale
al 31,9% tra i figli delle persone senza diploma. Il divario di 15,6 punti percentuali tra gli abbandoni
precoci totali e quelli dei giovani con genitori senza diploma risulta essere il più marcato tra i comuni
capoluogo delle 14 città metropolitane.
Considerando il totale dei giovani che abbandonano precocemente la scuola, possiamo osservare
che la percentuale più significativa si riscontra nel quartiere di San Michele con il 33,8%; mentre
risulta molto più contenuta nel già citato Quartiere Europeo (2,3%). Tra i figli delle persone senza
diploma, l’abbandono scolastico precoce è più frequente nel quartiere Castello (54,5%) e più limitato
nella zona Is Bingias-Terramaini (7,1%).
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e non
lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in tale situazione è pari al 21,8%
nel comune. Con forti differenze interne: l’area subcomunale dove il fenomeno incide maggiormente
è quella del quartiere Cep (Centro edilizia popolare) con il 34,5%, mentre quella dove è più contenuto è La Palma (12,4%).
La scuola e, più in generale, la comunità educante possono avere un ruolo cruciale nel contrasto di
questi fenomeni. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare
è la quota di alunni che nelle scuole del territorio hanno accesso al tempo pieno, fin dalle elementari.
Nelle primarie statali, la quota di studenti che frequentano istituti in cui è previsto il rientro pomeridiano è pari al 56,6% nel comune. Un’incidenza che varia tra il 100% raggiunto negli istituti di 9
diversi quartieri (Cep, San Michele, Nuovo Borgo Sant’Elia, Tuvixeddu-Tuvumannu, Mulinu Becciu,
Castello, Fonsarda, La Vega, La Palma) e la totale assenza di scuole che offrono il tempo pieno in 14
diverse zone del comune.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Catania
Nel comune di Catania la quota di giovani adolescenti è di poco superiore alla media nazionale (9,6%).
Nel 2022 infatti i residenti di età compresa tra i 10 e i 19 anni erano il 10,1% rispetto al totale degli abitanti.
All’interno del territorio, la circoscrizione 6 è l’area subcomunale con più adolescenti. Qui infatti
sono il 12,6% del totale. Mentre quella con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è la circoscrizione 3
dove sono l’8%.
Alcuni dati per approfondire a livello subcomunale la condizione sociale ed educativa di ragazze e
ragazzi sono forniti da Istat per la Commissione periferie.
Un primo elemento interessante da analizzare riguarda l’incidenza delle famiglie con potenziale disagio economico. Si tratta della quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino a 64
anni e non ci sono componenti occupati o pensionati. Il dato complessivo comunale si attesta sul
6,2% che è la quota più elevata tra i 14 comuni capoluogo di città metropolitana.
l’incidenza delle famiglie in potenziale disagio economico nel comune di Catania. È il dato più alto tra i comuni capoluogo delle 14 città
metropolitane.
Analizzando la situazione a livello subcomunale, l’area dove l’incidenza è maggiore è quella della circoscrizione 6 dove raggiunge il 9,3%. Al contrario, nella circoscrizione 3 le famiglie in questa condizione sono il 3,1%.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative a disposizione dei più giovani. Una dinamica che può incidere, tra l’altro, sul fenomeno dell’abbandono scolastico. Nel comune, gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 26,5% dei giovani
tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola con al massimo la licenza
media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più frequente nelle famiglie svantaggiate in termini educativi e sociali. A Catania, il dato infatti sale al 36,5% tra i figli delle
persone senza diploma. Ci troviamo di fronte alle percentuali più alte nel confronto con gli altri
capoluoghi metropolitani.
A livello complessivo, tale quota raggiunge il 39,5% nella circoscrizione 1 mentre risulta molto più
contenuta nella circoscrizione 3 (14,1%). Tra i figli delle persone senza diploma, l’abbandono scolastico precoce si conferma più frequente nella prima circoscrizione (44,9%) e più limitato nella terza
(28,2%).
Il comune di Catania si caratterizza per alte incidenze di famiglie in potenziale disagio,
abbandono scolastico precoce e Neet.
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e
non lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in questa situazione è
pari al 35,4%. Anche per questo indicatore la situazione del comune etneo risulta particolarmente
complessa rispetto agli altri capoluoghi oggetto di analisi. Ci sono tuttavia delle differenze interne
piuttosto marcate: l’area subcomunale dove il fenomeno incide maggiormente è la circoscrizione 1
(45,8%), mentre quella dove è più contenuto è la circoscrizione 3 (22%).
La scuola e, più in generale, la comunità educante possono avere un ruolo cruciale nel contrasto di
questi fenomeni. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare
è la quota di alunni che nelle scuole del territorio hanno accesso al tempo pieno, fin dalle elementari. Nelle primarie statali, la quota di studenti iscritti in scuole che prevedono il rientro pomeridiano
è pari al 13,1% nel comune. Si tratta, anche per questo aspetto, di uno dei dati più bassi nel confronto
con gli altri capoluoghi, superato solamente da Reggio Calabria e Palermo.
Un’incidenza che varia tra la circoscrizione 6, dove la quota raggiunge il 26,8% e la circoscrizione 3,
dove invece gli alunni in scuole a tempo pieno sono il 4,1%.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Firenze
Nel comune di Firenze la quota di giovani adolescenti è al di sotto della media nazionale (9,6%). Gli
abitanti di età compresa tra i 10 e i 19 anni rappresentano l’8,5% rispetto al totale dei residenti.
Nel territorio, l’area subcomunale con più adolescenti è il quartiere di Gavinana-Galluzzo, dove sono
il 9,2% del totale. Mentre la zona con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è il centro storico dove
sono il 7,7%.
Scendendo a un livello di disaggregazione ulteriore, è possibile ricostruire alcuni aspetti della condizione sociale ed educativa di ragazze e ragazzi in base ai dati rilasciati da Istat per la Commissione
periferie. Nel capoluogo toscano il massimo livello di disaggregazione fa riferimento a 74 diverse
aree elementari.
Un primo elemento interessante da analizzare riguarda l’incidenza delle famiglie con potenziale disagio economico, che a Firenze sono circa l’1,4%. Questo indicatore elaborato da Istat consente
una valutazione della possibile difficoltà economica, calcolando l’incidenza dei nuclei con figli dove
la persona di riferimento ha fino a 64 anni e non ci sono componenti occupati o pensionati. Un indicatore utile, anche se da prendere con i giusti caveat. Se di solito la mancanza di redditi da lavoro o
da pensione e la presenza di figli verosimilmente segnala una situazione di potenziale disagio, non
in tutti i contesti è comunque in grado di restituire un’informazione adeguata. Sulla base dei dati
disponibili, la zona con più famiglie in questa situazione è Monteripaldi. In questa zona la quota di
nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino a 64 anni e non ci sono componenti occupati o
pensionati raggiunge il 3,5%. Al contrario, nell’area di Castello le famiglie in questa condizione sono
lo 0,6%.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative a disposizione dei più giovani. Una dinamica che può incidere, tra l’altro, sul fenomeno dell’abbandono scolastico. Nel comune di Firenze gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 13,7%
dei giovani tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola con al massimo
la licenza media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più frequente
nelle famiglie svantaggiate in termini educativi e sociali. A Firenze, il dato infatti sale al 22,3% tra i
figli delle persone senza diploma.
A livello complessivo, tale quota raggiunge il 23,8% nell’area di Brozzi-Le Piagge. Mentre non raggiunge il 6% nelle zone di S. Gervasio, Ponte a Ema, Senese, Bagnese – Fiume Greve, Arcetri e Massoni. Tra i figli delle persone senza diploma, l’abbandono scolastico precoce è più frequente nella zona
di San Frediano (39,3%) mentre risulta pressoché assente in quattro diverse aree (Senese, Bagnese-Fiume Greve, Massoni, Arcetri).
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e non
lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in questa situazione è pari al
17,7% nel comune. Si tratta di uno dei valori più bassi tra i capoluoghi metropolitani, analogo a quello
rilevato per Genova e con la sola Bologna a registrare una quota inferiore (17,3%). Tuttavia si riscontrano significative differenze interne: l’area dove il fenomeno incide maggiormente è Santo Spirito
(con 28,5%), mentre quella dove è più contenuto è Ponte a Ema (10%).
La scuola e, più in generale, la comunità educante possono avere un ruolo cruciale nel contrasto di
questi fenomeni. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare è
la quota di alunni che nelle scuole del territorio hanno accesso al tempo pieno, fin dalle elementari.
Nelle primarie statali, la quota di studenti in scuole con il tempo pieno è pari al 90,8% nel comune. Si
tratta del secondo dato più alto nel confronto tra i comuni capoluogo di città metropolitana, superato solo da Milano (96,7%).
degli alunni iscritti alle scuole primarie che hanno accesso
90,8% l’incidenza
al tempo pieno nel comune di Firenze.
È interessante notare come in questo comune ci siano delle differenze particolarmente significative
tra le diverse aree. Se in 37 casi infatti la quota di studenti che ha accesso al tempo pieno risulta superiore all’80% (con 32 zone che raggiungono il 100%), dall’altro vi sono 31 aree dove la quota risulta
pari allo 0%.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Genova
Nel comune di Genova la quota di giovani adolescenti è al di sotto della media nazionale (9,6%). Sono
infatti l’8,5% gli abitanti che hanno tra 10 e 19 anni sul totale dei residenti nel comune.
All’interno del territorio l’area subcomunale con più adolescenti è il municipio di Val Polcevera, dove
sono l’8,9% del totale. Mentre quella con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è la Bassa Val Bisagno
dove sono il 7,8% dei residenti.
Scendendo a un livello di disaggregazione ulteriore, parliamo in questo caso di zone urbanistiche, è
possibile ricostruire alcuni aspetti della condizione sociale ed educativa di ragazze e ragazzi sul territorio del comune. Uno dei primi dati rilasciati da Istat per la Commissione periferie che è possibile
analizzare, riguarda la condizione socio-economica delle famiglie.
Nel comune di Genova in particolare, la quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino
a 64 anni e non ci sono componenti occupati o pensionati raggiunge l’1,3%. Si tratta di uno dei dati
più bassi nel confronto fra i comuni capoluogo delle 14 città metropolitane. Una quota analoga a
quella di Venezia e superiore solo a quella di Bologna (1,2%).
delle famiglie con potenziale disagio economico nel comu1,3% l’incidenza
ne di Genova.
L’area subcomunale dove si registra una maggiore difficoltà per le famiglie con figli in base ai dati è
Ca Nuova. In questa zona la quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha fino a 64 anni
e non è occupata o pensionata raggiunge il 3,5%. Al contrario, nella zona urbanistica di Chiappeto le
famiglie in questa condizione sono lo 0,7%.
La condizione sociale delle famiglie è un elemento ancora determinante nelle possibilità educative a disposizione dei più giovani. Una dinamica che può incidere in particolare sul fenomeno dell’abbandono scolastico. Nel comune, gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 13,8% dei giovani
tra 18 e 24 anni. Parliamo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato gli studi con al massimo la licenza
media, prima del diploma o di una qualifica. Una situazione generalmente più frequente nelle famiglie svantaggiate in termini educativi e sociali. A Genova, il dato infatti sale al 20,4% tra i figli delle
persone senza diploma.
A livello complessivo, tale quota raggiunge il 25,2% nella zona urbanistica di Campasso; mentre risulta molto più contenuta a Quarto (3,7%). Tra i figli delle persone senza diploma, l’abbandono scolastico precoce è più frequente a Campi (36,8%) e più limitato in zona Lido (4,5%).
A Genova risulta contenuta la quota di Neet ma con significative differenze interne.
Per i giovani che hanno lasciato la scuola precocemente è più alto il rischio di ricadere nell’esclusione
sociale. Ad esempio nella condizione di Neet, ovvero ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano. Da questo punto di vista, la quota di giovani tra 15 e 29 anni in questa situazione è pari al 17,7%
nel comune. Anche in questo caso, si tratta di un dato piuttosto contenuto nel confronto con gli altri
capoluoghi metropolitani. Solo Bologna infatti riporta una quota di Neet più bassa (17,3%). All’interno del comune tuttavia si registrano differenze significative. La zona urbanistica dove il fenomeno
incide maggiormente è Ca Nuova (con il 28%), mentre quella dove è più contenuto è Pegli (12,2%).
Nel contrasto di questi fenomeni la scuola, e in generale la comunità educante, possono avere un
ruolo cruciale. Ad esempio, l’apertura anche pomeridiana degli istituti può contribuire a limitare
fenomeni di disagio sociale ed educativo. In questo senso un indicatore importante da monitorare è
la quota di alunni che nelle scuole del territorio hanno accesso al tempo pieno, fin dalle elementari.
Nelle primarie statali, la quota di studenti in scuole con il tempo pieno è pari al 72,9% nel comune.
Un’incidenza che varia tra il 100% fatto registrare da 18 diverse zone urbanistiche e altre 15 aree dove
invece gli alunni in scuole a tempo pieno sono pari allo 0%.
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La condizione dei giovani nelle periferie
Messina
Nel comune di Messina la quota di giovani adolescenti è in linea con la media nazionale (9,6%). Gli
abitanti che hanno tra 10 e 19 anni sono infatti il 9,5% sul totale dei residenti nel comune.
All’interno del territorio l’area subcomunale con più adolescenti è la circoscrizione II, dove sono il
10,4% del totale. Mentre quella con meno ragazzi e ragazze di 10-19 anni è la circoscrizione VI dove
sono l’8,7%.
