
Cantami o Diva, di storie legali,
l’ira funesta degli avvocati,
che ogni giorno assediati
da fascicoli nuovi e codici mal riformati
vivono la Giustizia, quella vera;
e con orgoglio vestono la Toga, loro bandiera.
Tra giudici indisponenti e riforme mal concepite,
scagliano PEC infuocate,
come dardi d’Achille, alla terza mai arrivate,
o altre notifiche, mai perfezionate.
Un’ira che nacque, dicono,
per un’udienza saltata,
o di una causa di sei anni,
come Ulisse nel mare, senza ragione rinviata!
O a causa di un cliente che “Grazie per ora”
o per un collega che, con supremo ardire,
chiese termini senza neanche avvisare.
E così, sempre assediati, da banche dati e commentari,
che mutano ad ogni ministro,
e iniqua Cassa Forense, che ogni cartella è un sinistro.
Pugnano clienti pseudo-informati,
che portano pareri di Google e cugini studiati.
Ma dimmi, o Dea,
chi fu la prima vittima di tal furor forense?
Forse il povero praticante, Ettore senza difese,
che osò chiedere ferie in tempo di scadenze?
O quel tribunale,
non saggio come Aiace,
che rigetta ogni causa o richiesta,
pur motivata, ma superiore a tre pagine,
e quindi mai letta?
Narraci, o Musa, della guerra eterna degli avvocati,
tra parcelle, clienti, notti in bianco e sentenze non appellate,
che seppur efficaci, mai furono incassate.
Ché nulla è più terribile dell’ira d’un legale,
quando il cliente sparisce e non vuol più pagare.
Dal ratto di libertà o ingiusta detenzione nasce questa storia?
O tutto inizia dal cliente che chiede “novità?”
mentre il legale sognava e sperava una pausa pranzo,
da vivere in tranquillità.
Magari una carbonara,
che chiuda questa Tribunaleide,
con una coppa di vino, sincero e ardente,
che berrò insieme,
indossando la mia toga,
con chi tutto ciò condivide e comprende.