(AGENPARL) - Roma, 10 Febbraio 2024(AGENPARL) – sab 10 febbraio 2024 INFORMAZIONE ISTITUZIONALE
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Ufficio Stampa
10/2/2024
INTERVENTO SINDACO ROBERTO DIPIAZZA 10 FEBBRAIO 2024
La retorica della memoria è un esercizio vano se non entriamo nel merito e
comprendiamo a fondo quello che in queste terre è accaduto, tra il settembre 1943 ed
il febbraio del 1947 ed a guerra finita, per mano dei partigiani comunisti di Tito che
hanno lasciato una lunga scia di sangue.
Solo venti anni fa, la storia ha ritrovato l’altra parte della memoria ed il 30 marzo
del 2004 il Parlamento Italiano ha istituito il Giorno del Ricordo per onorare i martiri
delle foibe e le vittime dell’esodo giuliano dalmata del nostro confine orientale.
Sempre nel 2004 nel mio primo mandato da Sindaco di questa nostra importante
città, in occasione dei 50 anni del ritorno di Trieste all’Italia, ho sentito il dovere di
far diventare questo luogo della Foiba di Basovizza il simbolo dei drammi che hanno
interessato il confine orientale durante la Seconda guerra Mondiale, e nel 2007 il
Monumento Nazionale del sacrario di Basovizza ha ritrovato il suo doveroso onore,
così come ho voluto che venisse realizzato negli stessi anni il Centro di
Documentazione gestito dalla Lega Nazionale a cui nel 2018, sempre da Sindaco, ho
consegnato l’Onorificenza della Civica Benemerenza del Comune di Trieste sia per il
grande impegno profuso verso le nuove generazioni, sia per aver sempre operato
affinché Trieste potesse acquisire il ruolo di Capitale morale di tutti gli italiani
dell’Adriatico orientale.
Sono felice vedendo che ci siamo riusciti.
Come ho più volte sottolineato, qui si è consumato l’olocausto delle foibe, dove
stati, governi e politici, voltando lo sguardo altrove, sono stati complici delle mire
annessionistiche del carnefice maresciallo Tito. I Trattati di Pace e la ridistribuzione
dei confini hanno costretto all’esodo 350 mila italiani di Istria, Fiume e Dalmazia,
braccati dagli assassini comunisti titini e costretti ad abbandonare tutto per salvarsi la
vita. Questi nostri connazionali hanno avuto in quegli anni, una Patria matrigna e non
scordiamoci quello che scrisse il compagno Palmiro Togliatti: “Quanta più parte
dell’Italia diventerà Jugoslavia, più parte dell’Italia sarà libera”.
Anche se con l’incedere del tempo sono sempre meno le testimonianze dirette, il
loro vissuto vivrà sempre nella nostra memoria. E’ quindi nostro dovere ricordare e
far conoscere sempre e comunque quanto accaduto per non tradire noi stessi e
soprattutto gli esuli fiumani, istriani e dalmati.
Cari ragazzi, durante la seconda guerra mondiale e nei 40 giorni di terrore di
occupazione della città da parte delle bestie di Tito, migliaia di italiani e non solo
vennero gettati in questa foiba ed in altre voragini simili, solo perché avevano la
colpa di essere italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia o servitori delle
Istituzioni dello Stato come carabinieri e finanzieri. Venivano legati gli uni agli altri
con il filo di ferro e posizionati sul bordo del baratro. Una scarica di mitra falcidiava i
primi che cadendo nell’oscurità si portavano, vivi, tutti gli altri. Per molti la morte
non arrivava subito, ma dopo lunghe agonie causate dalla lacerazione della carne e
alle ferite riportate nella caduta. A Trieste, il 12 giugno, si celebra anche la
liberazione dalle truppe di Tito che hanno gettato la città nel terrore nei 40 giorni di
occupazione.
Sono tante, troppe le orrende storie scoperte, raccontate e documentate. Di questo
orrendo periodo che, purtroppo, per tantissimo tempo è stato negato da molti che a
loro volta, come negazionisti e conniventi, si sono sporcati le mani del sangue di
innocenti, abbiamo figure ed episodi simbolici di questa disumana tragedia.
Tra questi, la tragica vicenda, che qualcuno ha cercato ancora di negare sino a
pochi anni fa, della povera Norma Cossetto, una giovane di 24 anni di Santa
Domenica di Visinada che il 25 settembre del ’43 venne prelevata dai militari per
essere poi legata ad un tavolo e violentata per ore da diciassette bestie, per poi essere
gettata nuda in una foiba con le braccia legate con il filo di ferro ed i seni pugnalati.
Particolarmente toccanti anche le parole del cantautore Gino Paoli: “parte della
famiglia di mia madre morì infoibata – raccontava Gino Paoli -. I miei parenti non
erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. La caccia all’italiano faceva
parte della strategia di Tito. I partigiani titini, appoggiati di partigiani comunisti
italiani, vennero a prenderli di notte. Un colpo alla nuca poi giù nelle foibe. Mia
madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari
spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria”.
La propaganda religiosa perpetrata da Tito non ha avuto pietà nemmeno di Don
Bonifacio, ucciso perché rappresentava un ostacolo alla diffusione dell’ideologia
comunista. Tra i tremendi e vigliacchi attentanti compiuti ci sono anche i cento morti,
tra cui molti bambini, ridotti a brandelli con il tritolo nella strage della spiaggia di
Vergarolla dove era stata organizzata una gara di nuoto che il quotidiano l’Arena di
Pola aveva descritto come una manifestazione di italianità. Lo stesso Vescovo
Monsignor Santin venne aggredito dai comunisti di Tito a Capodistria nel ’47.
Per moltissimo tempo si è cercato di negare questi crimini, i testi scolastici non
menzionavano questa parte della storia, si è cercato di rimuovere il ricordo di questi
crimini. Il genocidio è figlio del negazionismo, ricordiamocelo sempre.
Ma, fortunatamente, la luce della verità è più forte del buio dell’oblio e molte
cose sono cambiate nel tempo, molto è stato fatto, si sta facendo soprattutto ora e
ancora tanto si dovrà fare.
Il 3 novembre del 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si è
inginocchiato davanti a questo monumento nazionale per rendere omaggio e
riconoscere le responsabilità italiane nei confronti dei martiri delle foibe.
Man mano che il tempo trascorre, le tantissime testimonianze, tenute sotto