
(AGENPARL) – sab 02 luglio 2022 Giustizia, intervista ad Antonio Sensale
Antonio Sensale, magistrato, è andato da poco in pensione come Sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma. Ha presieduto alcune volte la Commissione agli esami di Stato per l’abilitazione professionale dei giornalisti.
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2 Luglio 2022
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Lei è andato in pensione da poco tempo, da Sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma. Vogliamo ricordare ai lettori qual è stato il suo ultimo processo?
Neppure ricordo quale sia stato l’ultimo processo trattato, anche perché sono andato in pensione per limiti di età durante il lockdown dovuto alla pandemia, mentre l’attività era rallentata. Processi di rilievo, naturalmente, ne ho trattati diversi anche nei miei ultimi anni di servizio a Roma, alla Procura Generale, come lei ricorda, cioè sostenendo la pubblica accusa nel secondo grado di giudizio davanti alla Corte d’Appello.
È chiaro che quelli che hanno richiesto il maggiore impegno sono stati quello per bancarotta fraudolenta delle società collegate all’ex impero di Vittorio Cecchi Gori, e quelli in tema di criminalità organizzata: uno contro la “locale” di ‘ndrangheta Gallace insediatasi a Nettuno, se ben ricordo, ed ovviamente il processo contro Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e tanti altri, che grande eco ha avuto sugli organi di informazione.
I giornali, non tutti per la verità, quando riferirono sulle indagini e poi sul processo hanno usato la dizione “mafia capitale”. Secondo lei è esatta? Si può parlare di infiltrazioni della mafia, o solo criminali tout court, nel tessuto economico di Roma?
Invero, ho sempre detestato l’abitudine, creata dagli organi investigativi ed entusiasticamente abbracciata dalla stampa per ragioni di brevità, di appioppare denominazioni sintetiche e di fantasia, quasi mai appropriate, alle indagini ed ai processi più complessi, a partire da “Mani Pulite” e da “Operazione Maglio”, che seguii come G.I.P a Napoli negli anni ’90: lo stesso vale per “Mafia Capitale”, anche a prescindere dall’esito finale in Cassazione, dove la natura mafiosa delle attività in questione – dopo essere stata affermata dalla Corte d’Appello in linea con la Procura Generale, anche da me rappresentata – è stata inopinatamente esclusa, ribaltando numerose pronunce della stessa Cassazione nelle prime fasi del medesimo processo. Come da noi affermato nella requisitoria in aula di Appello, non poteva ravvisarsi una pervasività della malavita organizzata come di quelle tradizionali, in grado di controllare tutte o quasi le attività economiche di una megalopoli come Roma (sarebbe stato impossibile), ma piuttosto una pericolosa liaison tra gruppetti dalla storia schiettamente criminale ed il sistema monopolistico degli appalti creatosi nelle Amministrazioni capitoline grazie ad assessori, consiglieri e funzionari corruttibili e spesso legati anch’essi ad un passato oscuro.
Facciamo un salto all’indietro, anzi cominciamo dall’inizio. Come e perché scelse di entrare nella magistratura? Aveva qualche esempio in famiglia?
Ha colto nel segno! Decisivi per la mia decisione di vestire la toga furono due miei zii – uno dei quali mio omonimo, il fratello di mio padre – che stavano vivendo entrambi un cursus honorum molto brillante ed assolutamente meritato.
La mia prima sede, dopo il tirocinio, fu il Tribunale di Como, dove arrivai come giudice molto giovane, a 27 anni (allora si iniziava abbastanza presto), e mi resi rapidamente conto che tutto il mondo ideale che mi ero formato sull’attività della giustizia e sulla figura dei suoi interpreti era piuttosto esagerato, in quanto incontrai persone e vicende che non incarnavano esattamente quello che io ritenevo dovesse essere il magistrato perfetto. Ma imparai presto ad orientarmi, affiancandomi a colleghi ed avvocati di grande levatura, che mi fecero da guida.
All’epoca (1977/1980) i Tribunali di confine come il mio erano sepolti dai processetti per direttissima per esportazione illecita di valuta, reato poi rapidamente soppresso dal legislatore; inoltre iniziavano le infiltrazioni in Lombardia di gruppi malavitosi provenienti dal sud Italia, dediti a rapine e sequestri di persona, per cui il lavoro anche duro non mancava.
Però il processo di quel periodo che ricordo con maggiore affetto aveva ad oggetto il reato di lottizzazione abusiva, che noi ritenemmo esteso anche ad un campeggio sul lago di Como fornito di basamenti fissi: e la Cassazione ci diede ragione!
Lei notoriamente, e non solo perché è napoletano, è un uomo di spirito, che tende a sdrammatizzare con una battuta certe situazioni. Può ricordare ai lettori un episodio in cui durante una requisitoria chiese la pena di morte e nessuno, neanche il giudice, mostrò di avere inteso? O forse ricordo male l’episodio?
Lei ricorda benissimo, si tratta di un episodio avvenuto davanti alla Corte di Appello di Napoli, intorno al 2010. Per dimostrare a due giovani avvocati che il disinteresse con cui i giudici di quella Corte seguivano i processi e le requisitorie pronunciate davanti a loro era lo stesso anche per il magistrato della Procura Generale (dove io lavoravo già all’epoca), al termine di una requisitoria chiesi a voce piena la condanna a morte dell’imputato “mediante impiccagione”: le mie parole nel silenzio dell’aula provocarono le risate clamorose dei due giovani avvocati e di altri loro colleghi, ma non furono neppure percepite dai giudici della Corte, che continuarono distrattamente la loro attività di udienza.
Come magistrato, e come prevede la legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, ha presieduto più volte la Commissione d’esame per l’abilitazione alla professione giornalistica. Che idea si è fatto, sinceramente, della preparazione dei candidati, e in generale del livello culturale dei giornalisti?
L’esperienza della presidenza delle commissioni nazionali per l’abilitazione dei giornalisti, ripetutasi nel 2015 e nel 2017, è stata tra la più gradevoli della mia vita di lavoro, anche perché l’ho condivisa con magistrati e giornalisti di notevole spessore. Come tutti avemmo modo di constatare, il livello di preparazione generale dei candidati – al di là di tante splendide eccezioni – lasciava mediamente a desiderare: ma si tratta di un problema generazionale, comune alle giovani leve della magistratura e della avvocatura, per cui non c’è da meravigliarsi.
Ricorda qualche svarione clamoroso durante le interrogazioni?
Certo, l’episodio della candidata, probabilmente bravissima nel settore della moda, che ignorava radicalmente una vicenda drammatica ed emblematica della storia italiana quale la strage delle Fosse Ardeatine, è entrata nella memoria collettiva di tutti noi commissari, tanto da essere già stata pubblicata nel suo libro Il curioso giornalista. La povera ragazza, quando cercai di aiutarla collegando la strage all’attentato di via Rasella a Roma, cadde dalle nuvole quasi indispettita affermando che, essendo di Bergamo, non era tenuta a conoscere il nome delle strade di Roma!
Ma c’è un altro episodio emblematico. Un pomeriggio, trattando l’argomento dei senatori a vita, e riusciti faticosamente ad apprendere da un candidato che tra questi rientravano di diritto gli ex Presidenti della Repubblica, ebbi l’ardire di chiedergli quali fossero i Presidenti Emeriti ancora in vita (all’epoca erano Ciampi e Napolitano); dopo dieci minuti di stranguglioni, diventato paonazzo, il candidato finalmente si illuminò e rispose: Bettino Craxi! Craxi all’epoca era defunto da 15 anni e non salì mai al Quirinale.
Ricordo che in certi momenti di tensione dell’esame orale, Lei veniva quasi in soccorso perlomeno per introdurre una nota di alleggerimento. Un esempio tra i tanti: a proposito delle carte deontologiche (che hanno nomi delle città dove sono state varate: di Treviso, di Perugia, di Firenze, di Roma) lei chiedeva al candidato: Mi parli della Carta di Campobasso. Il candidato non faceva in tempo a mostrarsi stordito che Lei interveniva sorridendo per chiarire che era uno scherzo.
Lei ha un’ottima memoria! Tuttavia, le mie domande apparentemente scherzose sulle Carte deontologiche di Campobasso o di Catanzaro erano un vero e proprio trabocchetto per il candidato, perché se non sapeva che quelle Carte erano una pura invenzione e andava in confusione, il candidato dimostrava di non conoscere granché l’argomento e di non sapere quali fossero le vere carte deontologiche. Comunque, è vero che a volte, per aiutare i candidati a vincere la comprensibile tensione, sia io sia gli altri commissari cercavamo una battuta sorridente. Come può testimoniare il segretario della Commissione, l’impareggiabile Saverio Cicala.
Quali sono le qualità essenziali, direi imprescindibili, che fanno un buon giudice?
Oltre alle doti comuni ad ogni magistrato, ovvero una buona preparazione giuridica e processuale, sicuramente rientra tra le qualità essenziali di un buon giudice la capacità di cogliere con lucidità il punto focale di ogni questione, civile o penale che sia; ma in più il giudicante deve possedere una grande onestà intellettuale, che lo aiuti ad essere indipendente da ogni legame anche solo ideologico in senso ampio, ed anche un grande equilibrio psicologico, che può nascere solo da una profonda serenità personale e da una totale umiltà: quanti ne ho conosciuti di giudici ma anche di pm ammalati della sindrome: “Ora vi faccio vedere io come si fa”! Sono i peggiori.
Sono le stesse qualità che deve avere il pubblico ministero, o sono diversificate?
Oltre a quelle dette pocanzi e comuni ai giudicanti, il magistrato del pm deve possedere un forte capacità di intuizione ma anche la calma per saper soppesare in maniera autonoma le ipotesi investigative che inevitabilmente gli vengono sottoposte dagli organi della polizia giudiziaria: non sempre la realtà è come appare all’inizio; inoltre il pm, come e più del giudicante, deve avere quelli che il mio bravissimo ex collega Carofiglio definisce “i ragionevoli dubbi”; né va dimenticato che il magistrato nulla può se non è circondato da collaboratori preparati e molto svegli durante la fase delle indagini. In udienza, poi, al magistrato del pm si richiedono prontezza, conoscenza degli atti e a volte anche coraggio per fronteggiare i sempre possibili tentativi di sviamento da parte di qualche avvocato difensore.
Lei come giudica l’ipotesi di separare le funzioni, giudicante e requirente ? O è bene che il magistrato faccia l’esperienza sui due diversi fronti, anche per capire meglio le esigenze e le logiche dell’una e dell’altra funzione?