
(AGENPARL) – Roma, 13 gennaio 2022 – Riceviamo e pubblichiamo volentieri da Simona Consoni una lettera indirizzata al direttore.
Egregio Direttore,
questi numerosi anni di letture della Sua spettabile e preziosa Agenzia hanno consolidato in me forte stima che ripongo verso la Sua persona. E’ per questo motivo che oggi Le scrivo. Forse fuori tempo massimo. Forse più disillusa che mai. Le scrivo come umile scrittrice, come studiosa, come cittadina del mondo. Certa che non eluderà le mie parole come la tramontana sa fare con le nuvole.
Le pongo una questione importante, non solo per me che vi continuo a dedicare la vita e la passione, ma per la nostra cultura italiana e mondiale. Cinque anni fa moriva Giuseppe Pelosi, meglio conosciuto come Pino la Rana, che uccise – così dice la “verità” processuale – Pierpaolo Pasolini nella notte tra il 1 ed il 2 novembre 1975.
Quel massacro non avvenne, oggi sappiamo, solo per mano di Pelosi. Nell’ultima arringa firmata Guido Calvi, infatti, la famiglia dell’intellettuale si ritira da parte civile in un processo annoso e pieno di colpi di scena poiché, finalmente, viene riconosciuta la compartecipazione di terzi, soggetti che massacrarono l’autore, sì lo massacrarono Direttore.
Ho dedicato 21 anni anni di studio ed un libro, “Sul ‘Petrolio’ di Pier Paolo Pasolini” (da rieditare) al genio Pierpaolo Pasolini e no, non mi rassegno a questa, che non è la verità sull’assassinio di colui che amo definire il Corsaro: non possiamo accettare che non si faccia luce, ancora oggi, su quanto è davvero accaduto.
Massacrarono Pasolini servendosi certamente di Pelosi come un giovane ragazzo privo di strumenti verbali e cognitivi, strutturali e sociali (come conferma la sua perizia) non in grado di riferire la realtà degli accadimenti di quella notte. Leggo le dichiarazioni del suo avvocato, che parlò anni fa di ‘segreti importanti mai svelati per paura di ripercussioni e minacce fatte alla famiglia di Pino la Rana e ad egli stesso’. Addirittura, l’avvocato stesso confessò di temere in quanto unico erede della verità.
Non si può gioire della morte di un essere umano, non nel mio codice assiologico Direttore ma non trovo intellettualmente onesto, allora come ora, né mai, celare la verità per paura personale. Si chiama rosea reticenza, e non conoscendola io chiedo, urlo, con la “mia sola puerile voce” che il Fondo Pasolini, le Università, il mondo degli intellettuali, degli artisti, delle Istituzioni si ribellino a tale insopportabile silenzio, cui non trovo definizione più giusta se non omertà. Ho sempre avuto una strana tenerezza per Giuseppe Pelosi, capro espiatorio di un disegno ben più ampio, giovane disadattato, socialmente ed intellettualmente valutato dagli esperti giuridici addirittura infantile e non corrispondente nella personalità e nella psicologia ad un ragazzo della sua età. Pelosi ha continuato la sua vita da malavitoso fino ai lavori socialmente utili ed alla libertà, durata poco a causa di una seria malattia. Ma noi non possiamo più aspettare, l’Italia non può più aspettare, il mondo non può più aspettare che la verità sia messa in pausa da una vergognosa omertà, prima di uno, poi di un altro. Paura? Comprensibile, umano, ma ci si affidi a chi di dovere e si ridia voce al Poeta torturato. Il processo si dovrà riaprire a fronte di questi importanti segreti taciuti e custoditi. Questo chiedo: la riapertura del Processo.
Chi ama scrivere e studiare, appassionatamente, dedica la propria vita a raccontare storie sopra ed attraverso la realtà, ma rispettandola sempre. L’immaginario non può più escluderla, la realtà. Chi ha la facoltà di farlo intervenga per dare, finalmente, giustizia al poeta, al regista, al continente Pasolini, ad un genio che ha stravolto un linguaggio letterario e sociale per crearne uno nuovo, oggetto dei nostri più cauti, rispettosi quanto passionali studi. Chiedo risposta, senso civile e giustizia. Perché solo attraverso la verità delle parole in forma di realtà, potrà averla, finalmente, la giustizia, il nostro amato Pierpaolo Pasolini.
In fondo, la verità la troviamo già in “Petrolio” (il libro che Pasolini non riuscì a vedere pubblicato, ndr). I nomi sono lì, come tante delle risposte che cerchiamo. Pasolini ha tentato di indicarci “chi” lo avrebbe ammazzato o, meglio, fatto ammazzare. È forte il mio grido: ho dedicato buona parte della vita a studiare il corsaro e continuo a farlo. Peccato che gli studiosi ai quali ho fatto spesso appello, così come le Istituzioni, non mi abbiano mai risposto. Adesso, ad esempio, assistiamo allo scempio dell’asta della casa del poeta, andata deserta in prima battuta. La casa è in via Tagliere a Ponte Mammolo. La prima ‘chiamata’ all’asta lo scorso 17 dicembre, nel mese di Febbraio vi sarà la seconda. Un appartamento di circa settanta metri quadri: il IV Municipio ed altre realtà territoriali, così mi riportano i giornali, si sono attivati per farne un museo diffuso. L’ultima parola spetta all’Assessorato al Patrimonio della neonata giunta Gualtieri. Un museo diffuso è di tutti e per tutti, giusto? Mi pare si debba partire dal progetto di un tema e poi promuoverlo tramite mappe, eventi, indicazioni. Ottimo. Ma come mai l’asta è andata deserta? E’ stata la prima abitazione di Pasolini a Roma, vi compose i suoi primi tre romanzi, un bene monumentale, storico, intellettuale, semplicemente di “memoria”. Direttore, speranze ne abbiamo? Io Le scrivo, perché ho dentro uno sconquassato dolore ed emozioni che non si placano. Un po’ come la conoscenza non può, placarsi d’innanzi a tali scempi. Riaprite il caso Pasolini, ridate dignità al suo genio. Il mio è un appello, alla magistratura, alle istituzioni romane e regionali. Di rilevanza culturale, leggo a volte nei titoli di coda di alcuni film. Non lo è Pasolini? A quanto ammontano le vendite di Petrolio, edito postumo, nel 1992? Se ne conoscono i numeri? Perché vedere i sublimi film del poliedrico genio solo nella notte che ricorda la sua morte? La Cultura si moltiplica, se le viene dato respiro. Non posso pensare si abbia la negligenza di ridurla ad appannaggio di pochi o, peggio, di decidere chi debba farne parte. Non voglio crederci, da studiosa, da umilissima scrittrice. Come diceva Pertini “a volte bisogna saper lottare anche senza speranza”.
Grazie Direttore,
con stima.
Simona Consoni