
(AGENPARL) – Roma, 28 marzo 2020 – Fin dall’inizio dell’emergenza Coronavirus ho sempre sollevato le problematiche relative alle conseguenze economiche della quarantena sulla già fragile economia italiana.
Ma quali sono le conseguenze economiche di una pandemia di influenza?
E data la pandemia, quali sono i costi e i benefici economici degli interventi non farmaceutici (IPN)? C’è uno studio di tre esperti Sergio Correia (Consiglio dei governatori del sistema della Federal Reserve), Stephan Luck (Federal Reserve Bank di New York) e Emil Verner (Massachusetts Institute of Technology (MIT) – Sloan School of Management) dal titolo «Le pandemie deprimono l’economia, gli interventi non di sanità pubblica: prove dell’influenza del 1918». Un lavoro di 45 pagine pubblicato il 26 marzo 2020
Gli autori usando la variazione geografica della mortalità durante l’influenza pandemica del 1918 negli Stati Uniti, scoprono che le aree più esposte subiscono un forte e persistente declino dell’attività economica.
Le stime indicano che la pandemia ha ridotto la produzione manifatturiera del 18%.
La recessione è guidata da entrambi i canali cioè sia lato domanda che offerta.
Inoltre, basandosi sui risultati della letteratura epidemiologica che stabilisce che gli IPN riducono la mortalità influenzale, hanno utilizzato la variazione nei tempi e nell’intensità degli IPN nelle città degli Stati Uniti per studiarne gli effetti economici.
Scoprono che le città che sono intervenute prima e in modo più aggressivo non solo non hanno registrato prestazioni peggiori semmai sono cresciute più velocemente dopo che la pandemia è finita. I loro risultati indicano quindi che gli INP non solo riducono la mortalità ma mitigano anche le conseguenze economiche negative di una pandemia.
A questo punto va fatta due domande molto semplici. Per quanto tempo ancora riuscirà a reggere l’economia italiana? Quanto tempo ci vorrà affinché i soldi stanziati dal Governo arrivino direttamente nelle tasche dei cittadini, alla luce di una burocrazia lentocratica come quella nostra?
E’ chiaro che è il Coronavirus/ Covid 19 è una crisi di salute pubblica e una crisi economica. E’ altrettanto chiaro che le misure adottate per far fronte alla crisi della salute pubblica minacciano il nostro benessere economico.
Quello che ancora non abbiamo capito in Italia è che la risposta alla recessione indotta dal coronavirus deve essere aggressiva ed immediata.
In altre parole agire velocemente e fare tutto ciò che serve subito.
L’attivazione immediata di un reddito di base per TUTTI combinato con una garanzia di lavoro contribuirebbe ad affrontare i nostri attuali problemi economici e la crisi della salute pubblica.
Risposta che l’attuale Governo non ha finora dato.
Un reddito di base universale potrebbe fornire alle persone finanziariamente precarie i soldi di cui hanno bisogno, ivi compresi gli italiani che purtroppo lavorano in nero in modo tale da far circolare denaro.
La crisi finanziaria globale del 2008 ha mostrato cosa succede quando il denaro smette di fluire: le banche e le finanziarie crollano.
Negli USA ci è voluto un massiccio intervento da parte della Federal Reserve degli Stati Uniti per prevenire una cascata di fallimenti bancari. Le azioni della Fed hanno salvato le istituzioni finanziarie che hanno creato il problema ma non hanno fatto nulla per le persone che hanno perso case e lavoro.
Un programma di reddito di base può far parte della correzione di questo errore fatto in precedenza.
Una garanzia di lavoro non è una nuova idea astratta. Il diritto al lavoro faceva parte della carta dei diritti economici del presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt. Il Partito Democratico statunitense includeva la piena occupazione nella sua piattaforma presidenziale del 1980.
In Italia l’articolo 1 della Costituzione recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro mentre l’’articolo 4 C stabilisce che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» e l’articolo 35 C afferma che «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le suo forme ed applicazioni».
Più in particolare la piena occupazione non alimenta l’inflazione.
La ricerca della piena occupazione è stata spinta fuori dal mainstream politico e dagli economisti che hanno sostenuto che se la disoccupazione fosse spinta troppo in basso avrebbe causato l’inflazione fuori controllo.
Nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale, il tasso di disoccupazione sia in Canada che negli Stati Uniti è costantemente diminuito. Fino all’attuale recessione indotta da COVID-19, la disoccupazione era ai minimi storici. Eppure, l’inflazione fuori controllo prevista dagli economisti non si è verificata.
In Italia per decenni prima della crisi finanziaria, il governo non è intervenuto per aumentare l’occupazione. Basandosi sul consiglio degli economisti anche filo europeisti, hanno inutilmente condannato milioni di persone alla miseria della disoccupazione.
Con una bassa disoccupazione e un’inflazione stabile, i sostenitori della piena occupazione hanno stimolato l’interesse del grande pubblico per avere una garanzia di lavoro.
Oggi la priorità deve essere l’appiattimento della curva della perdita del posto di lavoro dovuta agli effetti del Coronavirus.
Le precauzioni prese per appiattire la curva del COVID-19 hanno spinto milioni di persone a lasciare il lavoro. Tuttavia c’è un numero imprecisato di lavoro/compiti che possono essere svolti per mantenere il funzionamento della società in questo periodo di crisi come la consegna di generi alimentari, ecc
Un reddito di base universale oggi è necessario per poter ripartire dopo la pandemia, prima che scoppi il pandemonio. La maggior parte delle persone vuole contribuire alla società in modo utile e avere una garanzia del posto di lavoro e ciò stimola l’economia.
David Andolfatto, vicepresidente della Federal Reserve americana, ha descritto gli effetti economici delle risposte di COVID-19 come una «recessione pianificata».
I decisori sapevano che le azioni intraprese per gestire COVID-19 avrebbero prodotto una recessione. Data la pianificazione di causare la recessione, è ragionevole utilizzare la pianificazione per mitigare i suoi danni.
A questo punto bisogna chiedersi se l’Italia è davvero diventata un paese dove l’idiozia è una potenza tellurica con una tendenza accentuata verso la stupidità eretta a legge, una stupidità che è diventata sistematica e che dilaga come un virus.
«È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalla sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Non si preoccupano che per la propria carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia e da periferia. Pei propri interessi personali che si fanno i dispetti, si tradiscono. Si accusano, si sputtanano…» scriveva Oriana Fallaci.
Nel mezzo della pandemia, la burocrazia italica pensa a modificare quotidianamente l’autocertificazione per gli spostamenti. Mah.
Vogliamo continuare anche in piena emergenza al motto «Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli»?.
Eppure il messaggio contenuto nella favola della cicala e della formica di Esopo avrebbe dovuto far riflettere ma soprattutto far correre ai ripari.
Chi vuol evitare dolori e rischi non deve essere negligente ma preparato.
D’altronde, come è noto, dopo la Guerra, pur celebrato come un eroe assoluto, Winston Churchill perse le elezioni a vantaggio dei laburisti. È la grandezza della democrazia inglese, che onora il suo campione come un gigante morale, ma al tempo stesso ritiene di voltare pagina.
Forse al «piccolo Churchill di campagna» – che pensa di essere uno statista e di passare alla Storia, è giunta l’ora di scendere dalla nave.