10 Dic 2018
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Trump punterà sulla politica estera che sarà molto più energica e desiderosa di vittorie

(AGENPARL) – Roma, 16 novembre 2018 – Con la vittoria dei democratici alla Camera, ci saranno due presidenze Trump a partire da gennaio 2019. Come già si sapevano dai sondaggi i democratici controlleranno la Camera e le riforme che Trump prevedeva troveranno strade sbarrate, sostanzialmente Trump dovrà scordarsi dei tagli alle tasse, le riforme sull’immigrazione, la sicurezza alle frontiere e la famigerata riforma sull’assistenza sanitaria.

In questo contesto dove la politica interna troverà i democratici sul sentiero di guerra, l’unica strada che Trump si troverà di fronte è quella di una politica estera più incisiva. Un’anatra azzoppata in politica interna dalla vittoria dei democratici ma al tempo stesso, conoscendo le esternazioni del presidente Trump, una politica estera molto energica che dovrà necessariamente portare vittorie su vittorie a casa.

E’ stato uno scienziato politico americano Aaron Wildavsky che coniò il termine delle due presidenze,  individuando diversi motivi per cui i presidenti hanno più successo in politica estera che in politica interna: in primo luogo, gli affari esteri tendono ad essere più consequenziali delle questioni interne, soprattutto quando sono in gioco questioni di sicurezza nazionale, Wildavsky ha sostenuto che i presidenti si avvicinano al regno internazionale con l’affermazione del presidente Kennedy che mentre la politica interna “può solo sconfiggerci; la politica estera può ucciderci “. E questo porta i presidenti degli Stati Uniti d’America ad adottare posizioni che riflettono esclusivamente gli interesse nazionale invece dei soliti ‘interessi di bottega di partito.

In parte perché la posta in gioco è talmente alta che Wildavsky ha sostenuto che i parlamentari offrono ai presidenti dei maggiori margine di manovra negli affari internazionali rispetto alle questioni interne, consentendo ai presidenti di occuparsi della politica estera senza dover prestare un’indebita attenzione al fronte interno. Inoltre anche quando il Congresso non ha voglia di lavorare a fianco del presidente, la Costituzione conferisce al potere esecutivo dei poteri tali da agire unilateralmente nella politica estera e di difesa, poteri che i presidenti attuali non hanno avuto alcun timore di usare.

Per Trump, la lezione è che potrebbe ancora essere in grado di accumulare un impressionante record di successi prima della sua rielezione del 2020, anche se la sua agenda interna incontra degli stop non indifferenti al Campidoglio (Capitol Hill)  come d’altronde già si prevedeva. Una possibilità potrebbe essere la pace con la Corea del Nord o, nel caso in cui le cose vadano male, un ritorno alla belligeranza nei confronti di Pyongyang. Un’altra opzione è una guerra commerciale con la Cina ed altri governi stranieri. Trump potrebbe anche prendere una linea ancora più dura sull’Iran e ritirarsi da altri trattati internazionali ed organizzazioni che sono impopolari.

In politica estera il Presidente degli Stati Uniti d’America agisce da solo. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda  la politica militare e la diplomazia . Ma è anche opinione diffusa che i presidenti possano ritirarsi dai trattati e dalle organizzazioni internazionali senza l’approvazione del Congresso. Infatti in base alle leggi attuali, il Congresso ha delegato poteri enormi al ramo esecutivo in settori come il commercio e l’immigrazione. Consiglieri come John Bolton, da lungo tempo scettico del diritto internazionale; Peter Navarro, consulente commerciale protezionista di Trump; e Stephen Miller, capo delle politiche sull’immigrazione di Trump, potrebbero quindi diventare ancora più influenti di quanto non lo siano già se l’amministrazione Trump si muove davvero per concentrarsi maggiormente sulla politica estera.

Anche così, i poteri del Presidente sulla politica estera non sono illimitati. Trump avrà bisogno dell’approvazione del Congresso per qualsiasi cosa implichi nuovi impegni di spesa, per esempio. Ma a differenza del 1966, quando Wildavsky scrisse la tesi delle due presidenze, la deferenza al programma di politica estera del presidente non può più essere data per scontata. Nella Guerra Fredda, i due rami del governo condividevano principalmente una lettura comune del sistema internazionale. Oggi, tuttavia, anche i politici della stessa parte non possono essere d’accordo su come definire, dare la priorità o rispondere alle minacce esterne e alle opportunità che gli Stati Uniti devono affrontare. Il risultato è che il Congresso di oggi è spesso disposto ad intervenire nell’agenda della politica estera del presidente.

Basta chiedere al predecessore di Trump. Nel suo primo mandato, il presidente Obama ha affrontato l’opposizione tenace ed energica dei repubblicani per la sua gestione dell’intervento della Libia e la sua supposta debolezza nei negoziati con gli avversari come la Corea del Nord. Nel suo secondo mandato, Obama è stato costretto a concludere l’accordo nucleare Iran e l’accordo sul clima di Parigi in modi che quasi hanno bypassato Congresso del tutto. Sulle questioni del commercio, Obama ha anche affrontato la dura opposizione del suo partito . Nel complesso, è improbabile che gli storici degli anni di Obama puntino alla politica estera come un’area in cui il presidente ha avuto una mano libera.

La domanda è se Trump riuscirà a vincere i parlamentari del partito avversario in un modo che Obama non è mai riuscito a fare? Potrebbe trarre ispirazione dal presidente Clinton, ad esempio, che ha beneficiato del sostegno repubblicano al Congresso per approvare sia il NAFTA che le relazioni commerciali permanenti con la Cina, i suoi due unici risultati distintivi sul commercio. Tutto dipenderà se una consistente pattuglia di democratici saranno disposti a cooperare, Trump potrebbe replicare la strategia di triangolazione di Clinton per trovare percorsi politici verso diversi obiettivi di politica estera: protezioni commerciali, ridimensionamento degli impegni militari statunitensi in Medio Oriente, o un trattato di pace con la Corea del Nord, per citare solo alcuni possibili esempi.

La risposta con molta probabilità sarà no perchè prevarrà il rancore partigiano a Washington, DC, cioè che i Democratici faranno tutto il possibile per contrastare i piani di Trump.

A dire il vero, il controllo di una sola camera del Congresso ha i suoi limiti: i Democratici possono ostacolare l’agenda del Presidente molto più di quanto possano formarlo o vincolarli. Ma le tattiche ostruzioniste possono ancora attaccare. I democratici potrebbero opporsi agli aumenti delle spese militari (in particolare un inutile aumento del nucleare) e persistere con scomode indagini sulle relazioni passate di Trump con entità straniere. Inoltre, potrebbero sfidare gli usi presidenziali della forza, difendere l’apertura economica o indebolire il (già precario) processo diplomatico per denuclearizzare la Corea del Nord.

Quando Wildavsky ha scritto la sua tesi, c’erano due potenti ragioni per cui i presidenti hanno avuto più successo negli affari esteri che nella politica interna: ampi poteri esecutivi sulla politica estera e ragioni bipartisan nel Congresso. Oggi, solo la prima di queste condizioni rimane valida. Ma se Trump è costretto a perseguire il suo programma di politica estera di fronte alle critiche feroci dei democratici incoraggiati e spinti sopratutto dalla Hillary Clinton, desiderosa di ricandidarsi nel 2020, lo farà senza esitazione e senza mezzi termini.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, Franklin Delano Roosevelt disse che “è una cosa terribile guardarsi alle spalle quando si cerca di guidare e non trovare nessuno lì”.

Oggi, al contrario, il presidente Trump sarà felice nel provocare i suoi avversari interni attraverso politiche estere che dividono, godendosi l’opportunità di prendere le distanze dall’agenda internazionalista e “globalista” dei democratici e dei principali repubblicani. E lo sta già facendo con le sue esternazioni nei confronti dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron. E Trump con ha lo stesso carattere di Franklin Delano Roosevelt.

 

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