13 novembre 2018
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Libia, quali problematiche che ostacolano la stabilizzazione e quali gli interessi in gioco

(AGENPARL) – Roma, 23 ottobre 2018 – Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi veniva catturato ed ucciso nella sua città natale di Sirte, con la sua morte finisce il suo regime. Proviamo a ricostruire questi lunghi sette anni.

Nel febbraio del 2011 erano scoppiate  delle sommosse popolari a cui segue un conflitto armato che vede opposte le forze fedeli a Gheddafi agli insorti del Consiglio Nazionale Libico. Il 19 marzo 2011, dopo la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni, viene attivato un intervento militare internazionale, con lo scopo di tutelare la popolazione civile libica tramite l’applicazione di una Zona d’interdizione al volo.

In realtà l’intervento si concretizza nel bombardamento delle truppe governative, di infrastrutture civili e militari e nell’appoggio alle truppe antigovernative. All’intervento hanno preso parte gli Stati appartenenti alla NATO tra cui Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia e Canada, e alcuni paesi arabi: Qatar e Emirati Arabi Uniti.

Dal marzo 2011 molti Stati, a partire dalla Francia, hanno riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione come unico rappresentante del popolo libico. Altri Stati hanno stabilito legami diplomatici con il Consiglio, mantenendo un rapporto con il governo di Gheddafi.

Il 17 ottobre 2011 cade l’ultima città lealista a favore di Gheddafi: Bani Walid. Le forze del regime sono ormai bloccate in poche zone nei dintorni di Bani Walid e di Sirte. La Libia si poteva pertanto considerare quasi interamente libera dal regime di Gheddafi.

Il 20 ottobre 2011 Mu’ammar Gheddafi viene catturato e ucciso nella sua città natale di Sirte, uccisione che di fatto porta alla caduta del suo regime e alla fine della guerra.

Da quel preciso momento che inizia l’instabilità della Libia e l’Italia proprio per la sua collocazione geografica è il primo Paese a pagare le conseguenze, dovute principalmente al fatto della poca ‘virilità’ in politica estera che ha permesso su impulso della Francia che persegue sempre e solo i suoi interessi particolari, di attaccare la Libia.

Il nostro Presidente Giuseppe Conte ha dichiarato che “pensare che in Libia si possano svolgere in dicembre le elezioni” sembra una speranza un po’ improvvida ma questo non lo deciderà l’Italia. Questa dichiarazione il primo ministro Conte l’ha condivisa con il presidente Macron. Sempre il premier Conte mette già le mani avanti sugli eventuali esiti della Conferenza internazionale sulla Libia che e prevista a Palermo quando afferma che “non c’è l’ingenuità o la velleità di risolvere così il problema della Libia. Se il giorno dopo non avremo la stabilizzazione o un documento sottoscritto da tutti i player non diremo che è stato un fallimento”.

Ma allora quali potrebbero essere le problematiche che ostacolano la stabilizzazione della Libia e quali sono gli interessi contrapposti che si stanno scontrando in Libia?

Partiamo dalle elezioni. La questione delle elezioni significa ovviamente che la Libia ha eletto i suoi rappresentanti e quindi ha un Governo legittimo.

A questo punto il Governo liberamente eletto richiederà i fondi che sono stati congelati a Gheddafi e che si trovano in certi Paesi. Quindi non ci saranno più scuse ne tantomeno ritardi nella ‘riconsegna’ di quello che legittimamente appartiene al popolo libico.

Mettere le ‘mani’ sui fondi di Gheddafi che sono attualmente congelati significa in pratica disporre di circa 750 miliardi di dollari al mondo che possono essere investiti in Libia in infrastrutture, ospedali, scuole, sicurezza, telecomunicazioni e produzione di beni e servizi.

I fondi ‘congelati’ (i cosiddetti frozen) che appartenevano prima a Gheddafi non sono solo sui conti correnti di alcune banche europee , ma comprendono anche quote azionarie di importanti società a livello internazionale. E quindi una volta che il Governo libico è stato nominato sia le quote azionarie e sia i conti correnti verranno ‘scongelati’ e apparterranno al popolo libico che ne disporrà come meglio crede.

Quindi chi spinge per le elezioni sostanzialmente vuole ‘gestire’ tale quantità di fondi che potrebbero andare anche a beneficio di quel Paese che ha sostenuto la parte vincente e con molta probabilità sarà ricompensato nella ricostruzione della Libia.

Certamente l’Italia ha giocato male, anzi malissimo la partita della Libia.

Da sottolineare che ci sono delle antiche ruggini tra la Francia e l’Italia per via della Tunisia e si sa che i francesi non dimenticano facilmente.

A questo punto proviamo a tirare le conclusioni.

E’ legittimo che ci sia una nazione che ha interesse a far svolgere regolarmente le elezioni in Libia e a far nascere un Governo legittimo che poi si dovrà occupare di recuperare i fondi ‘frozen’.

Ma chi conosce bene il gioco della ‘dama’ sa bene che “ogni pedina può mangiare quelle avversarie che si trovano in avanti, sulla casella diagonale accanto alla propria e che abbiano la casella successiva libera. Dopo la presa, se incontrano in diagonale altre pedine con la successiva casella libera, si deve continuare a mangiare senza togliere la mano dalla pedina stessa. In tal caso la presa si chiama multipla. Le pedine prese vanno tolte dalla damiera”.

A questo punto l’Italia non potrà fare che la spettatrice nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore delle ipotesi si ritroverà con quote societarie italiane importanti in mano straniera. E se ‘gli stranieri’ saranno clementi con l’Italia non ci chiederanno gli interessi per i frozen.

Ma a questo punto l’Italia è intenzionata ad uscire da questo cul de sac (vicolo cieco), per dirla alla francese?

Ancora siamo in tempo e con una azione coraggiosa potrebbe rendere l’Italia vincente e cambiare contemporaneamente il suo destino economico a lungo termine, risollevando il sistema Paese.

L’Italia cosa stiamo aspettando?

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