15 Dicembre 2018
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Continuano i furti e lo spionaggio commerciale della Cina

(AGENPARL) – Roma, 24 ottobre 2018 – La Cina è diventata una delle economie più avanzate del mondo da un giorno all’altro, in gran parte attraverso il l’acquisizione sfrenato della proprietà intellettuale da altri paesi e questa estesa campagna di spionaggio commerciale ha fatto irruzione in quasi tutte le economie altamente sviluppate.

I principali obiettivi sono stati i segreti commerciali e militari degli Stati Uniti, ed è proprio dalle aziende americane che gli hacker cinesi coadiuvati dalle spie hanno rubato di tutto, dai dettagli delle turbine eoliche ai pannelli solari, ai chip dei computer e persino alla formula brevettata di DuPont per il colore bianco.

Quando le compagnie americane hanno citato in giudizio le imprese cinesi per violazione del copyright, gli hacker cinesi sono intervenuti ed hanno infranto i sistemi informatici degli studi legali per carpire dettagli sulla strategia legale dei querelanti.

In pratica ogni furto ha permesso alle aziende cinesi di risparmiare sia denaro che anni di ricerca e sviluppo. Anche i militari cinesi hanno utilizzato questa ‘scorciatoia’. Le campagne coordinate del Ministero della sicurezza dello Stato cinese e dell’Esercito popolare di liberazione hanno contribuito a sottrarre i dettagli delle progettazione di svariati prodotto militari americani, dai caccia a veicoli terrestri ai robot. Nel 2012, il direttore della National Security Agency Keith Alexander l’ha definito “il più grande trasferimento di ricchezza nella storia”, un’espressione che ha ripetutamente ripetuto da allora.

Eppure, nonostante questa grande agitazione all’interno delle forze dell’ordine e delle agenzie di intelligence, gli Stati Uniti sono rimasti per anni inermi, paralizzati, nel dare risposte concrete all’hacking cinese. La Cina ha semplicemente negato qualsiasi ‘manina’ nei furti, dichiarandosi contrariata alla sola all’idea che lei fosse la responsabile. I diplomatici americani non erano disposti a sconvolgere una delicata relazione bilaterale. E le compagnie americane, a loro volta, erano spesso inclini a comportarsi da stupidi e a girarsi dall’altra parte: anche se venivano derubati, non volevano mettere a repentaglio il loro accesso ai quasi 1,4 miliardi di consumatori cinesi.

Il problema invece è emerso con l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che sta rilanciando la National Cyber ​​Strategy per proteggere l’America dalle minacce informatiche e rafforzare le capacità nel cyberspazio e questo dopo le recenti interferenze da parte di potenze straniere nelle ultime elezioni presidenziali.

Anche i francesi hanno avuto gli stessi problemi legati alla cyber security, poche migliaia di dirigenti e dipendenti del servizio civile sono stati “avvicinati” dalla Cina tramite isocial network professionali.

Secondo un indagine, i funzionari della Direzione della Sicurezza interna (RPS) e i loro omologhi della sicurezza esterna (Dgse) hanno accertato, dopo mesi di lavoro, che solo poche migliaia di funzionari e dipendenti del servizio pubblico ed anche i dipendenti di aziende strategiche e circoli influenti sono stati “avvicinati” dalla Cina tramite social network professionali, in particolare LinkedIn. E questo, grazie agli avatar digitali. Mentre molte “fonti” hanno carpito con l’inganno, i servizi segreti francesi hanno stabilito che “diverse centinaia di bersagli siano trafugati”.

Ma torniamo agli Stati Uniti d’America. Questa primavera, il direttore dell’FBI Christopher Wray ha dichiarato pubblicamente ciò che la gente nei circoli della cyber security aveva intuito e cioè la Cina era tornata con i vecchi trucchi e ancora una volta si sta infiltrando nei sistemi informatici degli Stati Uniti e stava rubando informazioni su larga scala. “Non c’è un paese che sia ancora immune”, ha detto Wray a NBC News a marzo di quest’anno. “Stiamo parlando di grandi danni”, ha dichiarato recentemente il presidente Trump a Reuters. “Stiamo parlando di numeri inimmaginabili”.

“C’è stata una ripresa straordinaria nell’ultimo anno e mezzo”, afferma Dmitri Alperovitch, cofondatore della società di cibersicurezza CrowdStrike.

“Ci sono state molte intrusioni in tutti i settori dell’economia, ogni settore ha subito un impatto, ma certamente lo sviluppo chiave negli ultimi 12 mesi è l’escalation dell’attività attribuita alla Cina. Le industrie attaccate includono aziende tecnologiche, farmaceutiche, minerarie, trasporti, università, think tank e, ovviamente, difesa. Abbiamo scoperto che le università e i think tank continuano a essere al centro dell’attenzione a causa della loro ricerca di alto valore” ha sottolineato durante un intervista a Techday  il vicepresidente della strategia tecnologica di CrowdStrike, Mike Sentonas.

La guerra commerciale di Donald Trump contro la Cina è stata largamente concepita come un modo per punire la Cina per i suoi anni di sfrenato furto di proprietà intellettuale.

“Dopo anni di inutili dialoghi USA-Cina, gli Stati Uniti stanno prendendo provvedimenti per affrontare la Cina”, ha scritto l’ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, ignorando il dialogo abbastanza positivo che si è svolto presso l’hotel Omni Shoreham nel 2015.

Allo stesso tempo, l’hacking cinese potrebbe essere di nuovo in aumento per ragioni interne a Pechino. Tra il 2005 e il 2014, la forza principale della campagna cinese di cybertheft è stata l’Esercito popolare di liberazione (PLA). Dopo la cattura dei cinque soldati del PLA nel 2014, quell’agenzia creò di fatto un enorme imbarazzo perchè incolpava la Cina durante i negoziati con gli Stati Uniti. Dal 2016, per una serie di motivi, l’esercito popolare cinese ha avuto le ali tagliate politicamente dal presidente Xi, sia attraverso una riorganizzazione che attraverso delle forti azioni anticorruzione che hanno visto numerosi funzionari governativi emarginati, imprigionati e, in almeno un caso, persino condannati a morte.

Nel vuoto lasciato dal PLA, il Ministero della Sicurezza dello Stato cinese – un’agenzia potente che combina elementi della CIA, dell’FBI e della NSA – è apparentemente intervenuto e diventa il nuovo ufficio centrale cinese per il cybertheft. E’ vero che il  PLA è tornato indietro in modo significativo, ma l’MSS e i suoi satelliti si sono trovati spaesati.

Memori delle esperienza negativa passata i nuovi hacker sono migliorati e stanno già pensando in maniera più furbesca di come poter essere più incisivi nei furti senza farsi scoprire.

In fin dei conti nessun hacker cinese vuole essere il prossimo ad esere sul poster “Wanted” dell’FBI.

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