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ASIAGO, TRE TELESCOPI SULL’ALTOPIANO

(AGENPARL) – ROMA, gio 26 marzo 2020

La cupola del telescopio Galileo dell’Osservatorio di Asiago. Crediti: Sergio Kelly Dalleave

Oggi si va in gita in montagna, in un posto ricco di storia, sulle cui cime si è combattuta e vi è ancora oggi traccia indelebile della prima guerra mondiale, una guerra il cui ricordo è reso immortale da testimonianze uniche come quella di Mario Rigoni Stern. Si va in un posto che lega il suo nome ad una lunga tradizione casearia, si va in un posto di eccellenze sportive, fra pattinaggio di velocità su ghiaccio, sci di fondo, hockey e maratone d’alta quota. Oggi, si va in gita ad Asiago.

È in questo altopiano, che conta sette comuni e solo settemila residenti nel suo paese di riferimento, Asiago, che si trova anche il telescopio ottico più grande oggi presente sul suolo italiano.

I telescopi che sorgono nella sede asiaghese dell’Istituto nazionale di astrofisica e del Dipartimento di fisica e astronomia di Padova sono in realtà tre. Il telescopio Galileo – il più storico dei tre, e appartenente all’Università di Padova – è situato all’Osservatorio Pennar (1050 m s.l.m.), ha uno specchio primario di 122 cm ed è stato inaugurato nel 1942. A Cima Ekar (1366 m s.l.m.) – 3.85 km in linea d’aria, in direzione sud-est – si stagliano le altre due cupole: la prima appartenente al telescopio a grande campo Schmidt, con il suo specchio sferico di 92 cm e una “lente spianatrice” di 67 cm; la seconda è dello strumento di punta dell’intero complesso astrofisico, il telescopio Copernico, datato 1972 e con uno specchio primario di 182 cm.

Lina Tomasella al telescopio Galileo dell’Osservatorio di Asiago. Crediti: Sergio Dalle Ave

La nostra guida alla scoperta di questi telescopi è Lina Tomasella, astrofisica e coordinatrice della sede di Asiago dell’Inaf di Padova. «Sono nata a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, e mi sono formata all’Università di Padova, laureandomi in fisica con una tesi teorica di simulazioni numeriche sull’evoluzione degli elementi orbitali nel sistema solare e su come questo può influenzare la stabilità dinamica e climatica dei pianeti –nell’ottica, ad esempio, della formazione della vita. Inizialmente infatti mi sarebbe anche piaciuto fare biofisica. Ho continuato su questa strada anche in seguito, muovendomi per un anno all’Observatoire de la Côte d’Azur a Nizza e sette mesi a Noordwijk, in Olanda, allo European Space Research and Technology Centre (Estec) dell”Esa. Poi, per il dottorato, sono passata ad astronomia e ho lavorato a un progetto sugli ammassi aperti, qui ad Asiago. Ho cominciato così ad intraprendere la strada dell’uso dei telescopi e dell’osservazione. Da allora sono rimasta qui».

Com’è la situazione in osservatorio con l’epidemia di coronavirus in corso? È stato possibile riorganizzare il lavoro?

«Abbiamo dovuto certamente rivedere l’organizzazione. Tutto il personale è in lavoro agile da casa tranne un tecnico per giorno che va a controllare ad Ekar l’operatività della strumentazione. Di solito ad Ekar ci sono almeno tre tecnici contemporaneamente di mattina; possono anche essere in quattro se si programma qualche lavoro particolare di manutenzione che lo richieda, come il cambio di strumento. Per questa ragione, abbiamo deciso di rimandare il prossimo cambio strumento previsto per il 3 aprile».

E i telescopi?

«Siamo riusciti a mantenerne l’operatività, grazie al fatto che sono remotizzati e non c’è bisogno della presenza fisica di una persona in cupola, di sera. Abbiamo una sala di controllo in istituto ad Asiago, al Pennar, dove abbiamo messo le tre postazioni dei tre telescopi. Anche questa soluzione, però, non è praticabile in questi tempi, poiché comporterebbe essere due o tre nella stessa stanza. Si lavora quindi dalla propria postazione, che può essere anche a casa. Un po’ di revisione purtroppo c’è stata, perché alcune persone hanno dovuto rinunciare alle loro notti non riuscendo a organizzare le osservazioni da casa».

Come con i grandi telescopi, anche ad Asiago quindi le osservazioni possono essere seguite in remoto. Quando avete deciso di intraprendere questa strada?

«La remotizzazione – molto utile, in questo periodo – è cominciata quattro o cinque anni fa, nel momento in cui abbiamo dovuto affrontare la carenza del personale tecnico che prima faceva assistenza alle osservazioni notturne e l’osservatore si sarebbe dovuto trovare da solo in cupola di sera – cosa non compatibile con le norme di sicurezza. Inizialmente quindi si andava su al telescopio con un sistema cerca-persone attaccato al collo… e chiaramente ciò ha motivato una forte accelerata in questa direzione, permettendoci di spostare le sale di controllo nel nostro istituto al Pennar, dove c’è sempre un custode. Addirittura a breve lo Smith verrà completamente robotizzato, e per osservare basterà dargli gli observing block con una certa priorità».

Quali miglioramenti prevedete, con questa modifica?

«Il telescopio sarà in grado di effettuare autonomamente controlli esterni, per esempio sulle condizioni meteo, per capire se aprire o no la cupola. Se peggiorerà il tempo, il telescopio se ne accorgerà e chiuderà la cupola. E in seguito, se le condizioni ritorneranno favorevoli, potrà ricominciare le osservazioni da dove si era fermato, oppure dall’oggetto che si troverà alto nel cielo in quel momento. L’idea è quella di arrivare anche alla robotizzazione del Copernico nel giro di qualche tempo».

Studenti al telescopio Copernico durante uno stage. Crediti: Giulia Iafrate/Inaf

Ecco, il Copernico. È lui, no, il telescopio ottico più grande sul suolo italiano?

«Sì, il nostro strumento di punta è il Copernico, con il quale si può fare spettroscopia ad alta risoluzione, con lo spettrografo Echelle, e spettroscopia a media-bassa risoluzione con Afosc (Asiago Faint Object Spectrograph and Camera), con cui si possono produrre anche immagini. C’è quindi la possibilità di creare diverse condizioni osservative per diversi programmi scientifici. E c’è anche la possibilità di montare degli strumenti proprietari – al fuoco Nasmyth o al fuoco Cassegrain».

È una possibilità che gli astrofisici stanno sfruttando?

«Sì, per esempio sono già diversi anni che viene utilizzato Aqueye (Asiago Quantum Eye), un contatore ultraveloce di fotoni con precisione superiore al nanosecondo e strumento proprietario dell’Università e dell’Inaf di Padova. Da oltre un anno. poi, è stato messo in funzione il “fuoco Coudé” del telescopio per ospitare il banco ottico del progetto Adoni, il laboratorio nazionale di ottica adattiva dell’Inaf. Sul banco ottico possono essere testati strumenti non solo di istituti scientifici ma anche di aziende che producono strumentazione per l’astronomia. Ad Aprile sarebbe prevista una serie di notti per alcuni colleghi dell’Inaf di Milano che devono testare uno, strumento ma non è sicuro che ci riusciremo: tutta la schedula deve essere rivista, in questo periodo».

 Ma chi può venire ad osservare ad Asiago e come si fa richiesta?

«Noi lavoriamo su schedula biennale, aprendo una vera e propria call per la sottomissione dei progetti e privilegiando programmi Large, cioè pochi progetti che richiedono un numero cospicuo di notti. In media le statistiche su base decennale ci dicono che usiamo bene la metà delle notti: il 50 per cento delle notti sono serene, il 40 per cento viene perso per maltempo, il 10 per cento non può essere usato interamente. Gli osservatori devono essere indipendenti, perché non abbiamo la possibilità di dare un supporto notturno – non abbiamo cioè un astronomo residente, ma possiamo offrire loro un training prima di osservare. Ciò non toglie che chi ha bisogno di fare poche osservazioni possa fare richiesta in qualunque momento, e abbiamo la possibilità di programmare alcune notti in service con un astronomo che osserva da qui. Il telescopio può anche essere rischedulato se ci sono eventi eccezionali, come trigger gravitazionali, passaggio di asteroidi vicino alla terra, fenomeni di occultazione. La flessibilità è il nostro cavallo di battaglia, e ci consente di essere competitivi nonostante altri problemi come il tempo, il collocamento non ottimale a causa dell’inquinamento luminoso e così via».

Oltre al Copernico, a Cima Ekar è presente anche un altro telescopio: lo Schmidt. Sono due strumenti indipendenti o vengono usati anche in modo sinergico?

«Uno dei punti di forza del nostro osservatorio di cima Ekar è proprio l’utilizzo complementare di questi due telescopi. Siamo molto attivi nella cosiddetta astronomia multimessenger, che si occupa dell’osservazione multi-banda di fenomeni transienti, partecipando a diversi progetti e collaborazioni italiane ed europee come Grawita ed Engrave per le onde gravitazionali, ma anche con l’osservazione di gamma ray burst e supernove. Quando viene rivelato un trigger gravitazionale, quindi, si parte subito con il follow-up fotometrico per cercarne la controparte ottica, e per questo si usa molto lo Schmidt, che è un telescopio a grande campo».

La Via Lattea al di sopra del telescopio Galileo immortalata da una All Sky camera. Crediti: Inaf Padova

A quando risale?

«È stato costruito negli anni ‘60 (inaugurato nel 1967), ed è stato fortemente voluto dal professor Rosino – direttore dell’osservatorio astrofisico di Asiago dal 1956 e per quasi 30 anni – proprio per studiare fenomeni transienti nel cielo. All’epoca c’erano le lastre fotografiche, e il telescopio copriva nel cielo 25 gradi quadrati alla scoperta di novae e supernove – c’è un lavoro grandioso di Rosino sulle novae in M31 – ma anche asteroidi, stellar flare, e tutti i fenomeni transienti. In seguito, lo Schmidt è stato modernizzato, si è passati dalle lastre fotografiche al Ccd e ora copre poco meno di un grado quadro in cielo, ma con varie puntate consente di coprire la regione di massima probabilità di presenza del transiente. Se si trova una possibile controparte ottica, si parte immediatamente con il Copernico per la caratterizzazione spettroscopica».

Diresti che questo aspetto è una peculiarità dell’Osservatorio di Asiago?

«Sicuramente, e comunque riusciamo anche a essere di supporto ad altri osservatori perché a volte, nonostante ogni osservatorio abbia la possibilità di usare il tempo dedicato alle cosiddette Target of Opportunity Observations (ToOs), non è semplice riprogrammare un grande telescopio per effettuare osservazioni ripetute notte per notte. Il primo trigger gravitazionale, ad esempio, quello famoso dell’agosto 2017, è stato seguito notte per notte dal Very Large Telescope usando appunto questa opzione. Però per altri fenomeni o per osservazioni successive la tensione e l’attenzione dei più grandi telescopi viene un po’ meno, e quindi diventa anche importante avere dei telescopi che siano più agili nel riprogrammare e seguire questo tipo di osservazioni. Recentemente, per esempio, il telescopio è stato riprogrammato anche per osservare fenomeni di occultazione, creando una vera e propria rete di piccoli telescopi, e ha prodotto risultati molto importanti in questo ambito, come l’osservazione di Haumea dell’ottobre 2017, pubblicata su Nature».


Per leggere le altre interviste di questa serie dedicata ai telescopi:

Guarda le riprese aeree dell’Osservatorio di Asiago realizzate da Nicola Lobbia:

 

 

Fonte/Source: https://www.media.inaf.it/2020/03/26/telescopi-asiago-lina/

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